Com’è il tuo spazio di scrittura? Mi piace scrivere in un ambiente intimo e raccolto, lontano da rumori e distrazioni. La mia scrivania posta sotto una finestra che dà sui tetti delle case e una pineta, sullo sfondo, mi distacca da tutto, facendomi immergere totalmente nella storia.
C’è una tematica ricorrente nelle tue opere? Se sì, quale? Sì, la lotta tra il bene e il male. Il protagonista si trova spesso a dover lottare poiché vittima di soprusi, violenza e ingiustizie. Dovrà quindi mettere in campo la sua abilità e intelligenza per riscattarsi.
Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti? Quasi sempre. Arriva puntuale a ogni snodo della vicenda. Quando succede mi dedico ad altro. L’idea giusta che cercavo mi sovviene quando meno me l’aspetto.
Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato? La campagna inglese mi è parsa l’ambientazione giusta per il mio romanzo per sottolineare la tragicità di quanto accaduto in un mondo apparentemente perfetto.
Quando inizi a scrivere, hai già una visione chiara della trama o segui l’ispirazione del momento? Ho già un’idea di trama, dei punti fermi, che mi aiutano a seguire una traccia; ciò non toglie che via via che si sviluppa una storia non intervengano delle variazioni, talvolta anche sostanziali.
Simona Viciani è la Presidente del Premio Letterario Nazionale Bukowski dalla seconda edizione (2015). Fin da “ragazzina” è un’appassionata studiosa di letteratura anglo-americana. Quando a quindici anni per la prima volta legge una pagina di Bukowski è amore letterario a prima vista. Una folgorazione. Dal 1988 al 1999 ha vissuto a Palos Verdes, Los Angeles, a pochi chilometri da San Pedro, dove abitava Bukowski. Insieme alla moglie, Linda Lee, ha contribuito a organizzare l’archivio letterario dello scrittore, primo nucleo della Charles Bukowski Foundation. “Da grande” è diventata la sua traduttrice italiana ufficiale; infatti le è stata affidata la traduzione dell’opera omnia dell’autore americano. Ha tenuto dei reading dedicati allo scrittore in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. L’amore continua e la folgorazione irrompe esplosiva a ogni verso.
La ringraziamo per essersi prestata a rispondere ad alcune domande sul suo mestiere di traduttrice ma, soprattutto, sulla sua passione per la letteratura anglo-americana e in particolare quella di Charles Bukowski.
Perché oggi dovremmo leggere Bukowski?
Oggi si deve leggere Bukowski per svariati motivi. Eccone una manciata. Bukowski è riuscito contro ogni pronostico ad andare oltre il sogno americano. La sua è una storia vincente: vivere della sua passione-ossessione, la scrittura. Bukowski ci insegna a non accantonare i sogni, ma a perseguire i propri talenti senza aver paura di rimboccarsi le maniche e di svolgere anche i lavori più umili lungo il cammino, senza mai perdere di vista l’obiettivo. È estremamente moderno: molte sue opere sembrano scritte oggi. Non solo per lo stile, ma anche per i contenuti. È un viatico per superare le sconfitte e le brutture quotidiane con un’arma potentissima: l’ironia che spesso è auto-ironia travestita. Offre uno spaccato di storia americana attraverso la narrazione della propria vita.
Raccontaci un aneddoto legato al tuo processo di traduzione delle opere di Bukowski.
Mi ricordo di una sera in particolare. Non ero felice delle mie scelte traduttive ed ero andata a dormire sconsolata. C’era una frase che non girava, ci avevo dormito su. Mi era già capitato di svegliarmi alla mattina con la frase perfetta, come se durante il sonno avesse preso forma nella mente. Invece, quella volta, niente da fare. Nel pomeriggio avevo chiamato Carl Weissner, agente e traduttore tedesco di Buk. Grande amico, insostituibile. Ci confrontavamo spesso riguardo le traduzioni. Mi aveva consigliato di spegnere il pc, infilare il manoscritto di Hank in un cassetto, uscire di casa… insomma, di fare altro per poi tornare di sera alla scrivania ed estraniarmi davanti a un bicchiere di vino rosso, quello delle grandi occasioni, quello che Bukowski stappava ogni volta che terminava un libro. (È diventato anche il mio rituale). La sera era evaporata in fretta dopo più di un bicchiere. Alla mattina insieme al mal di testa avevo trovato sul comodino scribacchiata malamente la frase perfetta.
Simona Viciani con la moglie di Bukowski Linda Lee Beighle
Qual è l’opera di Bukowski alla quale sei più legata?
Probabilmente Pulp, il suo ultimo romanzo uscito postumo. Quando lo scrisse sapeva di essere vicino alla fine. Si stacca completamente dalla sua produzione, eppure è Bukowski al cento per cento. È una prova di grande coraggio, un atto d’amore verso la vita, verso il suo alter ego Chinaski e il suo lettore. Non a caso in questo romanzo sceglie di lasciare Chinaski in panchina: l’investigatore privato Burton è il protagonista della storia, un espediente narrativo che ha in sé un messaggio molto potente. Bukowski e Chinaski vivranno per sempre. Sta a noi rianimarli continuando a leggerne le gesta.
C’è un romanzo, un racconto, una poesia di Bukowski che ti ha richiesto più fatica di altri nel tradurli?
Sicuramente Storia di Ordinaria Follia e Compagno di Sbronze, due raccolte di racconti straordinarie, che però hanno comportato per me una prova ardua, difficile. Punteggiatura ballerina, neologismi, immagini fortissime… sulla pagina nero su bianco si ritrovano gli anni allucinatamente folli dello scrittore, senza sconti e filtri.
Se tu dovessi scegliere una frase, un brano, un verso di Bukowski che ti rappresenta o che ti è rimasto nel cuore negli anni, quale sarebbe?
Sono davvero tanti, riporto la prima frase che mi viene in mente: Scrivere poesie è facile, difficile è viverle.
Qual è la prima opera di Bukowski che hai letto?
Donne. Avevo quindici anni. Mio padre aveva posizionato il libro ben in alto nella libreria di casa e ovviamente, alla prima occasione, lo recuperai arrampicandomi su una scaletta. Fu amore a prima vista.
E la prima che hai tradotto?
L’intervista che Fernanda Pivano gli fece negli anni ’80, in Italia pubblicata da Feltrinelli. (Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle). Nanda aveva perso le bobine originali e affidò a me il compito di tradurre il testo dell’intervista in americano. All’epoca vivevo in California. Per me un periodo bellissimo. La traduzione di quel libro per me è stata fondamentale. Fu grazie a quell’esperienza che decisi che “da grande” sarei diventata la traduttrice di Bukowski, caparbiamente ci sono riuscita guadagnandolo sul campo, dopo una prova in doppio cieco a New York con altri tre traduttori. In Italia la prima pubblicazione è stata una raccolta di poesie E così vorresti fare lo scrittore?, per i tipi di Guanda. Da allora ho tradotto una sessantina di opere di Bukowski e c’è ancora molto da fare.
Trovi somiglianze o affinità tra le opere di Bukowski o Bukowski stesso e Il giovane Holden di Salinger?
Molte. Ad esempio tutti e due ripudiano le regole e le etichettature imposte dalla società. Deridono il perbenismo e criticano aspramente il sistema. Tutti e due si ribellano e provano un forte senso di disillusione ed emarginazione. Sono due straordinarie voci fuori dal coro. Un altro aspetto riguarda lo stile: Bukowski e Salinger fanno “parlare” Chinaski e Holden in prima persona, creando così un rapporto confidenziale-ipnotico e unico con il lettore. Forse Henry Chinaski è un Holden Caulfield da grande.
Simona Viciani con una delle ultime vincitrici del Premio Bukowski
Ritieni che la letteratura americana debba trovare più spazio sui banchi di scuola e se sì perché?
Non si può non insegnare ai giovani la letteratura anglo-americana! Sarebbe come tarpare loro le ali. È il giusto approccio per appassionarli alla lettura: tratta di temi che li coinvolgono in prima persona (mi riferisco, oltre che alle opere di Bukowski, a quelle di Fante, Steinbeck, per l’appunto di Salinger, ovviamente di Hemingway, ecc.) Da ragazzina io me ne sono innamorata per il loro stile diretto e immediato, così diverso da quello degli autori che ci facevano studiare a scuola. E penso che sia ancora così. Finalmente ritrovavo sulla pagina esattamente ciò che volevo leggere. Una magia, che dura tuttora.
Le prime opere di Bukowski tradotte in Italia erano molto edulcorate, nel linguaggio e nelle scene descritte, “censurate”, in quale modo. Tu hai riportato dignità e verità nelle tue versioni, mantenendo intatto il linguaggio originale dell’autore. Trovi che in Italia la traduzione di opere straniere debba rispettare la voce dell’autore originale, oppure il traduttore deve svolgere un “filtro” in base alla lingua e quindi al paese di destinazione?
Ho un post it sulla scrivania con una frase del grande Luciano Bianciardi che recita così: “Il traduttore più che fedele all’opera deve essere leale all’autore”. E io Hank non l’ho mai tradito.