Recensione ai film “Beautiful boy”, “Quattro buone giornate” e al libro “La casa degli sguardi”

a cura di Claudia Cangemi

Due film e un romanzo per un tema purtroppo ancora e sempre (o di nuovo) di scottante attualità: la dipendenza dalle droghe e dall’alcol. Il primo, “Beautiful boy” (diretto da Felix Van Groeningen), è il racconto del rapporto tra un padre di successo e il figlio ventenne, nel secondo, “Quattro buone giornate” (regia di Rodrigo Garcia), si parla di una donna avanti con gli anni e della figlia trentenne, madre a sua volta di due ragazzini cresciuti senza di lei. La tossicodipendenza è insieme alla malattia mentale la condizione più difficile e dolorosa per gli equilibri familiari, ed entrambi i film sanno rendere con grande efficacia il tormento del genitore, lacerato tra l’amore per il/la figlio/a e la necessità di respingerlo/a senza pietà per tentare di salvarlo/a. Un travaglio accompagnato da mille dubbi e sensi di colpa che quasi sempre ha conseguenze sull’intero nucleo familiare, con divorzi e “fughe” di fratelli e sorelle in cerca di un po’ di serenità e di una quotidianità che non sia fonte perpetua di stress e angoscia.

Sia “Beautiful boy” che “Quattro buone giornate” sono ben diretti e coinvolgenti, a tratti commoventi, e si avvalgono di interpretazioni magistrali: in particolare segnalo Glen Close, la madre, e Mila Kunis in quello della figlia. Credo sarebbe molto utile mostrare uno o entrambi i lungometraggi nelle scuole superiori: particolarmente efficace la testimonianza di Molly, la ragazza di “Quattro buone giornate” davanti a una classe di liceo.

Lo stesso tema torna nel romanzo “La casa degli sguardi” di Daniele Mencarelli, racconto autobiografico della dipendenza da alcol dello scrittore, a 25 anni già devastato e in balia di impulsi autodistruttivi e alla continua ricerca della “dimenticanza” di un mondo che lo ferisce senza tregua. A sua volta Daniele non riesce a smettere di tormentare e devastare i suoi cari (e in particolare la madre) che gli restano accanto nonostante tutto. Un romanzo duro, ma anche il diario della più sorprendente delle rinascite, attraverso il lavoro duro nell’inferno del dolore delle creature più innocenti: i bambini ricoverati all’ospedale Bambino Gesù di Roma.

Tutte storie vere che hanno il sapore dell’autenticità, senza retorica o buoni sentimenti e senza sconti alla crudezza di situazioni degradanti. Da vedere e da leggere, anche per capire meglio la condizione di tanti ragazzi tornati schiavi del buco (o del bicchiere) come negli anni ’80.

Il secondo film che vi consiglio è di altro genere, ma non poi tanto: “The good nurse” di Tobias Lindolm con gli strepitosi Jessica Chastain e Eddie Redmayne (su Netflix) è la storia vera di Charlie Cullen, un infermiere che tra il 1988 e il 2003 uccise con overdose di insulina non meno di 40 pazienti in 16 diversi ospedali degli Stati Uniti (ma potrebbero essere addirittura 400). I dirigenti di tutti gli ospedali, anziché avviare serie indagini o meglio ancora denunciare alle autorità giudiziarie i loro sospetti su una serie anomala di decessi, insabbiarono tutto, limitandosi a licenziare Cullen con qualche pretesto e permettendogli così di continuare a uccidere i pazienti degli altri ospedali in cui veniva assunto. Se alla fine fu fermato, fu solo per merito della coraggiosa infermiera Amy Loughren, cara amica di Charlie, e di due ostinati detective. Cullen, che non disse mai perché aveva ucciso tanti sconosciuti, limitandosi a dire “Non mi hanno fermato”, fu condannato a 18 ergastoli dopo essersi dichiarato colpevole di 29 uccisioni. Non si arrivò quindi mai a processo e soprattutto nessuno dei dirigenti degli ospedali coinvolti fu mai chiamato a rispondere del suo criminale operato. 

E non si tratta di storie “lontane” che da noi non potrebbero verificarsi: basta ricordare cos’è accaduto all’ospedale di Saronno, dove il medico Leonardo Cazzaniga e l’infermiera Laura Taroni hanno ucciso forse 15 persone tra familiari e pazienti dell’ospedale. E dove le segnalazioni dei colleghi sono state a lungo ignorate o sottovalutate. 

Due film da vedere, insomma, che inducono amare ma importanti riflessioni sulla deresponsabilizazione di una società che in nome del dio denaro tradisce la propria missione e inganna le persone che dovrebbe rispettare e proteggere.

Recensione ai film “Un altro mondo” e “The good nurse”

a cura di Claudia Cangemi

Il cinema “impegnato” sforna ancora ottimi prodotti, che rischiano di perdersi nel “mare magnum” dell’ormai sterminata offerta televisiva, che rischia di disorientare anche i più attenti e golosi cinefili. Condivido volentieri quindi le impressioni su un paio di film che ho visto e apprezzato in questi giorni in tv: il primo si intitola “Un altro mondo” di Stéphane Brizé (io l’ho visto su Sky): è la storia del dirigente della filiale francese di una multinazionale, molto interessante e realistico, racconta un ambiente di lavoro feroce e disumanizzato, un “sistema” amorale e spietato che è ormai diventato la regola un po’ in tutti i Paesi e di sicuro anche in Italia. 

Il secondo film che vi consiglio è di altro genere, ma non poi tanto: “The good nurse” di Tobias Lindolm con gli strepitosi Jessica Chastain e Eddie Redmayne (su Netflix) è la storia vera di Charlie Cullen, un infermiere che tra il 1988 e il 2003 uccise con overdose di insulina non meno di 40 pazienti in 16 diversi ospedali degli Stati Uniti (ma potrebbero essere addirittura 400). I dirigenti di tutti gli ospedali, anziché avviare serie indagini o meglio ancora denunciare alle autorità giudiziarie i loro sospetti su una serie anomala di decessi, insabbiarono tutto, limitandosi a licenziare Cullen con qualche pretesto e permettendogli così di continuare a uccidere i pazienti degli altri ospedali in cui veniva assunto. Se alla fine fu fermato, fu solo per merito della coraggiosa infermiera Amy Loughren, cara amica di Charlie, e di due ostinati detective. Cullen, che non disse mai perché aveva ucciso tanti sconosciuti, limitandosi a dire “Non mi hanno fermato”, fu condannato a 18 ergastoli dopo essersi dichiarato colpevole di 29 uccisioni. Non si arrivò quindi mai a processo e soprattutto nessuno dei dirigenti degli ospedali coinvolti fu mai chiamato a rispondere del suo criminale operato. 

E non si tratta di storie “lontane” che da noi non potrebbero verificarsi: basta ricordare cos’è accaduto all’ospedale di Saronno, dove il medico Leonardo Cazzaniga e l’infermiera Laura Taroni hanno ucciso forse 15 persone tra familiari e pazienti dell’ospedale. E dove le segnalazioni dei colleghi sono state a lungo ignorate o sottovalutate. 

Due film da vedere, insomma, che inducono amare ma importanti riflessioni sulla deresponsabilizazione di una società che in nome del dio denaro tradisce la propria missione e inganna le persone che dovrebbe rispettare e proteggere.

“When they see us”, la serie tv che mostra le storture e le lacune del sistema giudiziario americano

a cura della scrittrice Claudia Cangemi

Di questi tempi trovare una serie Tv davvero interessante non è facile. Come spesso accade, l’eccesso di offerta può creare difficoltà più che la sua carenza, e non è facile orientarsi tra tanti prodotti internazionali. A volte si finisce per optare per serie interpretate da attori famosi, o diretti da registi conosciuti. Altre ci si fida del passaparola, e questo a mio parere è il metodo migliore (ovviamente quando si hanno gusti simili).

Ho avuto modo di guardare, nelle ultime settimane, alcune miniserie, in particolare La regina degli scacchi, Mother father son, The undoing, Raised by wolves, tutte molto pubblicizzate e interpretate e/o dirette da star hollywoodiane di prima grandezza. Non dico che non mi siano piaciute per niente (salvo l’ultima, che ho abbandonato dopo tre puntate), tutte ben fatte e dignitose, però a entusiasmarmi è stata invece un’altra serie, consigliata da un’amica (che ringrazio): si intitola When they see us e – come ho scoperto solo dopo averla finita – ha avuto diverse candidature agli Emmy e ha vinto il premio per la miglior regia ad Ava DuVermay, regista e coautrice del soggetto. Non la conoscevo, ma scoprirò cos’altro ha fatto, perché una buona parte del merito va senz’altro a lei. Anche la sceneggiatura è ottima, ma lascia davvero sorpresi la bravura degli attori, quasi tutti perfetti sconosciuti almeno al grande pubblico. A rendere ancora più interessante la serie è il fatto che si tratti di una storia vera, storica e al tempo stesso di scottante attualità.

In breve la storia, per evitare spoiler: Cinque ragazzini di Harlem (tre afroamericani, due ispanici) una sera del 1989 si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Qualcuno aggredisce con ferocia una giovane runner, la violenta, la brutalizza e la lascia in fin di vita a Central Park. Serve subito un colpevole da servire sul piatto d’argento all’opinione pubblica, e i cinque ragazzini sono i perfetti capri espiatori. Non aggiungo altro per non rovinare il gusto di scoprire cosa accade nei quattro episodi da un’ora abbondante ciascuno. Dico solo che When they see us è un capolavoro di equilibrio, i personaggi sono perfettamente delineati e magistralmente interpretati, la storia prende e coinvolge. Inoltre attraverso la vicenda personale dei cinque ragazzini (tra i quattordici e i sedici anni) la serie mostra tutte le storture e le lacune del sistema giudiziario e soprattutto carcerario degli Stati Uniti. Si parla degli anni ‘90, ma purtroppo ben poco è cambiato da allora. 

Consiglio, insomma, a chi apprezza le storie vere e i racconti a sfondo sociale di non perdersi questa perla, prodotta e proposta da Netflix.

E se Cenerentola si sbagliasse?

di Julia Ormond

Nei suoi sogni, Cenerentola lascia la sua casa per andare a vivere nel castello del re e, come lei stessa dice nella celebre canzone, – chi non ha mai sentito cantare I sogni son desideri?, – se si desidera molto una cosa, questa potrebbe avverarsi.
Per il regista Christopher Nolan i sogni sono lo spazio in cui le idee hanno origine, inizio o, appunto, inception.
Un’idea è il parassita più resistente, flessibile e contagioso, spiega Dom Cobb, il protagonista all’inizio della pellicola.
Le tante parole che si sono scritte e lette riguardo questo atteso e ambizioso film provano la veridicità dell’affermazione. Inception è una di quelle pellicole che ti fanno restare seduto sulla poltrona del cinema per tutto il tempo dei titoli di coda a scambiare con i tuoi amici i tasselli di un puzzle narrativo da cardiopalma e al tempo stesso da mal di testa.
Poiché il film si basa quasi interamente su un confondere molto e svelare poco (e poco per volta), a mia volta spiegherò dunque il meno possibile.
A seconda di quanto vogliate sapere (o non sapere) prima di andare a vedere il film, direi che una sorta di spoiler alert potrebbe prendere il via con due interrogativi.
L’originalità di un’ispirazione dove ha inizio e, soprattutto, dove ha fine?
E se gli spazi della mente non fossero privati?, se costituissero una proprietà accessibile o, addirittura, scassinabile, in un’esperienza mentale condivisa e pre-personale?
Trama e cast sono ormai di dominio pubblico.
Nei panni del protagonista, Leonardo di Caprio forse non veste i migliori che abbia indossato negli ultimi anni, ma nel personaggio ci sono sufficiente spessore emotivo e ricchezza interiore da assicurare l’ottima performance dell’attore e quella certa malinconia tormentata che sembra essere diventata la sua firma cinematografica.
Leonardo DiCaprio/Dom Cobb è un dream extractor. Per qualche oscuro motivo, che non mi è dato rivelare, passa la sua vita in esilio, muovendosi di nazione in nazione e di cliente in cliente. Il suo lavoro consiste nel rubare segreti alle sue vittime quando questi dormono, a volte costruendo un sogno dentro il sogno come scenario nel quale il vero e proprio furto può avere luogo.
Nei primissimi minuti del film però, qualcosa va storto durante l’operazione che vede oggetto il potente uomo d’affari giapponese Saito.
Cobb e il tuo team vengono colti in flagrante, ma il businessman dimostra di non essersela presa più di tanto e anzi fa al ladro la classica offerta-che-non-si-può-rifiutare: addentrarsi nei labirinti della mente del rivale numero uno di Saito per mezzo di un sogno, e di impiantarvi un’idea (non vi dico quale…) tanto importante e radicale da rivoluzionare le vite e gli eventi di molti.

La sceneggiatura ci catapulta così nel pieno dell’organizzazione del prossimo grande – forse ultimo – colpo di Cobb.
A mettere in atto l’impresa, una serie di partners in crime, la cui mansione è implicita nel soprannome: Ariadne, The Architect, responsabile della scenografia del sogno; Eames, The Forger, capace di contraffare identità e sembianze altrui; Yusuf, The Chemist, le cui pozioni garantiscono la profonda fase rem necessaria per avere un’attività onirica sufficientemente convincente; e Arthur, The Point Man, il braccio destro di Cobb.
A complicare la missione ci si mette un passato con cui Cobb vorrebbe riconciliarsi ma che continua a sbucare prepotentemente e violentemente a ogni angolo e ad agire da principale elemento di disturbo nonché femme fatale della situazione.
Inception è probabilmente l’incontro ideale tra il concettualismo indipendente di Memento e i fasti Hollywoodiani pre e post produzione di The Dark Knight.
Ne consegue che gli elementi per il successo ci sono tutti, così come il budget per realizzarli.

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Non mancano tranelli e imprevisti che, in un crescendo di situazioni in equilibrio tra computer graphic ed espedienti narrativi, continuamente sfidano l’attenzione del pubblico e la sua prontezza di ricezione.
La trama è sufficientemente intricata comunque di grande intrattenimento.
Ci sono tutti gli spari, i complotti e gli inseguimenti dell’action movie però abilmente collocati nella psicotica cornice di un presente sempre indefinibile e che, sebbene lontano dai tratti fumettistici della Gotham di Batman renaissance, sicuramente ne ricorda il grigio e ansiogeno senso d’illusione.
Il paradosso, l’impossibiltà logica e la sfacciataggine speculativa della fantascienza la fanno da padroni in quello che può essere considerato, in fin dei conti, un film appartenente al genere. Chiave di volta, in questo senso, è il ruolo di assoluta marginalità a cui la tecnologia, che rende possibile la dream invasion, è stata relegata all’interno del film.
Per entrare nella mente delle proprie vittime, Cobb e compagnia si affidano a un apparecchio a cui entrambi, soggetti e oggetti dell’operazione, devono essere simultaneamente e fisicamente collegati. Il dettaglio, sebbene importantissimo dal punto di vista di una rigorosa spiegazione di che cosa stia succedendo sullo schermo, è illustrato brevemente per meno di trenta secondi e mai enfatizzato.

La macchina che de facto esegue la parte fantastica della scienza di Inception è, in questo senso, solo un tramite verso la vera tecnologia protagonista del film: il pensiero.
Tutta la sceneggiatura, in questo senso, si basa sull’universalità di esperienze psichiche molto semplici, addirittura viscerali ad esempio la sensazione di cadere che si ha molte volte prima di risvegliarsi da un sogno e il momento in cui ci si rende conto che si sta sognando, ma non si sa bene come si sia arrivati a quel punto.
Tale riappropriazione di piccoli esperimenti ed esperienze mentali costituisce il vero punto di forza del film. Il potenziale creativo di Inception, a mio parere, non sta dunque nel soffermarsi su crisi d’identità o questioni riguardo l’impossibilità di distinguere il reale dall’irreale (già visto, già fatto, già detto in dieci, cento, mille film), ma nel coraggio di affidare alla mente – e solamente a lei – il ruolo di agente propulsore di tutto il castello narrativo del film.
A questo riguardo, potremmo commentare come Inception voglia liberare il famigerato quesito: “Sogno o son desto?” dalle pesanti appendici (pseudo) psicoanalitiche a cui il cinema, da Io ti salverò di Hitchcock a Matrix dei fratelli Wachowski sembra averci, ed essersi, a sua volta abituato. Nessuna indecisione tra pillole blu o rosse, insomma, ma un uso inventivo e tuttavia formale, rigoroso dell’irrealtà, dello spazio onirico che, con buona pace di Cenerentola, poco o nulla lascia alla possibile risoluzione dei problemi esistenziali o morali del suo sognatore.
Inception sembra guardare al conscio/inconscio/subconscio come a illusioni scolastiche: niente più che etichette riassuntive, utili per capire di che cosa stiamo parlando, ma di cui è impossibile dare una definizione unanime perché in fondo prive di alcuna vera capacità di comprendere i mille piani della vita mentale.

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Una delle critiche mosse al film è di essere alquanto confusionario nel dipingere l’esperienza psichica.
Personalmente ho apprezzato l’esperienza di venire confusa da un’opera d’ingegno. In un’epoca cinematografica di remake, rivisitazioni, prequel e sequel è, forse, un lusso.
A ben pensarci, addirittura, le parti ’confusionarie’ mi appaiono molto più di intrattenimento che i veri e propri passaggi risolutivi. Sia Nolan (implicitamente) che Cobb (esplicitamente) ci chiedono un leap of faith (un salto della fede, un po’ come Indiana Jones nell’Ultima Crociata). Ciò non implica una caduta libera nella tana del bianconiglio, ma la serena accettazione che la mente ha le proprie autarchiche regole, sia dentro l’architettura di sogno che nel rapido consumo di 148 minuti di film.
Il cuore emotivo di tutto il film, potremmo concludere, è che il nostro bisogno primario non è tanto riuscire a distinguere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il logico dall’illogico, quanto la necessità di saper lasciare andare (un ricordo, una speranza, una colpa), e iniziare daccapo, sempre e comunque. Inception è un film da andare a vedere, se non per gli effetti speciali di edifici che si piegano su se stessi e lotte in una dimensione senza gravità, perlomeno per questa tacita, ma importante considerazione che ci lascia.

Sogni, teatro privato

Tutti sogniamo, anche se lo dimentichiamo.
Perché il sonno rem è indispensabile alla nostra mente per capire se stessa. Non sappiamo perché ma resta il fatto che questo fenomeno accade. Sonno e sogni sono una necessità: senza dormire e sognare si muore, esattamente come avviene se non si mangia. Sono funzioni vitali.
Dati alla mano sono pochi, al mattino, a ricordare i loro sogni, ma è normale. Al massimo nella mente resta impresso il dieci per cento dei sogni. Il cervello è come un computer: ogni mattina elimina tutti i file che ingombrano la mente per fare spazio, la notte successiva, a nuovi sogni. Il cervello, infatti, non riposa mai: è sempre operoso e durante la notte crea proprio queste lunghe storie. Sono presenti in tutte le fasi del sonno, dall’addormentamento al risveglio, ma hanno caratteristiche diverse. Mentre ci si sta assopendo sono, in genere, brevi flash o allucinazioni; è tipica, per esempio, la sensazione di cadere nel momento in cui i muscoli si rilassano. Ma la vera e propria esplosione di sogni arriva quando si entra in fase rem. è il momento più fertile e prosegue per tutta la notte.
Non sappiamo perché avvengono: ma cosa sono i sogni?
La psicanalisi ha cercato di spiegarli. Il sogno è un teatro privato: ogni notte la mente mette in scena commedie o tragedie del mondo interiore. Così vengono portati in superficie stati d’animo e sensazioni represse. In un certo senso, servono ad approfondire delle esperienze. Ma il sogno è anche una riflessione. Si può trattare di eventi appena accaduti, sui quali la mente ha bisogno di riflettere a fondo. Ma anche di esperienze dimenticate anni prima. O addirittura di situazioni molto più antiche, vissute nella primissima infanzia e perfino, secondo alcuni studi, nel periodo precedente la nascita. Permettono, consciamente o meno, di conoscere meglio se stessi. Anche quando li dimentichiamo lasciano sempre un segno.

Legami

Il dottor House è un bastardo! Non uno che ci fa, lui c’è per davvero, ci si impegna, è una spina in un fianco, dispotico, cinico, arrogante, maleducato, rifugge i rapporto umani, giudica, pretende, offende… Totò direbbe che è un uomo così antipatico che dopo la sua morte i parenti chiedono il bis. È un uomo pieno di difetti nella sua genialità ma, fondamentalmente, è un uomo solo e infelice. Un infarto a un muscolo della gamba destra lo costringe a vivere quotidianamente nel dolore, a drogarsi di medicine per rifuggirlo, a ’inebriarsi’ dei casi clinici per schivarlo. E un uomo solo, per quanto possa essere bastardo, vuole quello che vogliono tutti prima o poi: un legame. E i legami vanno al di là delle definizioni di etero o gay, i legami pretendono una connessione con un altro essere umano, un contatto fisico e viscerale, qualcosa che possa portarci in quel posto chiamato ’casa’ ma che non è fatto di mattoni e cemento, bensì di calore e condivisione.

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Le uniche cose che contano

Audrey con le palpebre ricoperte di brillantini indossa l’abito nero di Come rubare un milione di dollari e vivere felici, 1965

di Marco Palagi

Sono nata a Bruxelles, in Belgio, il 4 maggio 1929… e sono morta sei settimane dopo.
Se dovessi scrivere una biografia, la incomincerei così.

Contrassi una brutta forma di pertosse e il mio piccolo cuoricino si fermò, ma due colpetti sulla schiena da parte di mia madre, Ella, mi rianimarono.
Ho origini olandesi, ungheresi e francesi, insomma se fossi un cane sarei un bastardello.
A cinque anni fui mandata in collegio in Inghilterra, anche e soprattutto perché il rapporto tra i miei genitori non andava molto bene. Ero terrorizzata all’idea di stare lontano da casa.
Inaspettatamente, nel 1935 mio padre, Joseph, ci abbandonò senza dare ad alcuno di noi una spiegazione.
Quello fu l’evento più traumatico della mia vita. Il divorzio dei miei fu il primo grande colpo che ricevetti quando ero bambina… lo adoravo, e mi è mancato terribilmente dal primo istante in cui è sparito. Guardi il volto di tua madre, lo vedi ricoperto di lacrime e ciò ti lascia impietrita. Assistere alla sua agonia fu una delle esperienze più terribili della mia vita. Pianse per giorni, tanto che pensai che non avrebbe mai smesso.

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La vita è meravigliosa!

George Bailey è un uomo che ha passato tutta la sua vita al servizio del prossimo in una piccola cittadina di provincia. La vigilia di Natale, però, suo zio Billy perde una grossa somma di denaro, di vitale importanza per salvare la loro cooperativa edilizia, ereditata dal padre. Infatti, il cinico e spietato capitalista Potter vuole mettere le grinfie sulla loro attività e non si fermerà davanti a nessuno. Nemmeno a Natale. George, disperato, decide di uccidersi gettandosi da un ponte, in modo che l’assicurazione sulla vita copra i debiti. Viene salvato da un ’aspirante’ angelo, Clarence, che deve compiere una buona azione per meritarsi le ali. Comincia così un viaggio onirico-realistico durante il quale Clarence mostra a George come sarebbero andate le cose se lui non fosse mai nato. Attraverso questa sofferta rimembranza George riacquista speranza e grazie all’aiuto degli amici e dei vicini trova una via d’uscita evitando la bancarotta. Sarà una dura lotta ma il Natale porterà nuovamente speranza e gioia nella sua casa.
La storia narrata è quella di un uomo comune, una di quelle persone semplici di cui oggi sentiamo molto la mancanza, ormai soppiantate da personaggi in cerca di gloria e celebrati di per sé.

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Sarai mondo se monderai lo mondo!

Vittorio Gassman ne “L’armata Brancaleone”

Dopo il frastuono delle inutili polemiche e quel poco di commosso silenzio che ogni partenza impone, ci piace ricordare una delle opere più brillanti di Mario Monicelli, quella che lui stesso ha dichiarato di amare di più, una metafora universale e dunque capace di rivelarci qualcosa ancora oggi, dopo più di trent’anni dalla sua creazione.
E allora aspettiamo l’arrivo del trotto sgangherato di Brancaleone da Norcia, e del suo manipolo di sbandati in cerca di fama, soldo e donzelle. Ma soprattutto della sua favella singolare, quell’impasto di latino e italiano a reinventarsi un Medioevo allo sbaraglio, ma anche un’altra dimensione, una prospettiva in cui la vita è un congegno imprevedibile e incomunicabile contro il quale sbattiamo di continuo il muso, esseri tragicomici lanciati all’assalto del mondo.

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Tienici per mano piccola Dorrit

di Julia Ormond

Hereafter è una pellicola in cui la macchina da presa del regista sceglie di avventurarsi nell’aldilà, senza mai smarrirsi conducendo lo spettatore in un viaggio che si snoda verso la luce.
Marie Lelay è una giornalista francese sopravvissuta alla morte e allo tsunami. Rientrata a Parigi continua a interrogarsi sulla sua esperienza. Marcus è un fanciullo inglese sopravvissuto al fratello gemello investito da un’auto. Smarrito e ’spaiato’ cerca ostinatamente ma invano di entrare in contatto con Jason, di cui indossa il cappellino e conserva ogni cosa.
George Lonegan è un operaio americano in grado di vedere al di là della vita.
Deciso a ripudiare quel dono maledetto e a conquistarsi un’esistenza finalmente normale, George ’ascolta’ i romanzi di Dickens e frequenta un corso di cucina italiana.
Vicende parallele accostate con delicatezza e decisione insieme, dando a ogni personaggio e al mondo in cui vive il tempo di crescere, acquistare peso, impiantarsi nella nostra immaginazione. Fino a corrodere lentamente lo scetticismo iniziale. Vicende destinate, inevitabilmente, a intrecciarsi. Ma ciò avviene solo a minutaggio avanzato non a caso nella Londra di Dorrit, davanti a Derek Jacoby, il grande attore inglese che registra i romanzi di Dickens.

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