12 ottobre: Cosa accadde oggi

Alle 2 del mattino di venerdì 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo arriva nelle Americhe con le sue navi La Nina, La Pinta e la Santa Maria.
Colombo pensava di essere da tutt’altra parte e morì convinto di aver scoperto le Indie, solo Amerigo Vespucci riuscì a intuire che in realtà l’esploratore genovese aveva scoperto un nuovo continente. E le Americhe, nello specifico gli Stati Uniti, tra 22 giorni eleggeranno un nuovo Presidente e ci auguriamo tutti che gli americani facciano una scelta assennata e ben ponderata.

Nel 1946 L’Italia adotta l’Inno di Mameli come inno nazionale provvisorio che in realtà si chiamava “Canto degli italiani”.
Il canto, che tutti chiamano “Fratelli d’Italia”, dall’aria orecchiabile e dai versi complessi, nacque a Genova nel settembre del 1847 alla vigilia dei moti insurrezionali dell’anno successivo. Solo nel 2017 Fratelli d’Italia divenne l’inno ufficiale italiano. Meglio tardi che mai!
Il testo fu scritto dal giovane studente mazziniano Goffredo Mameli, che morì due anni dopo durante la difesa della Repubblica Romana. La musica la scrisse nel novembre 1847 il musicista e patriota Michele Novaro.
Mazzini contestò l’Inno di Mameli accusandolo di essere “poco marziale” e con un testo troppo semplicistico.
Mazzini chiese a Mameli di scriverne uno nuovo e a Verdi di musicarlo ma nemmeno la nuova opera lo convinse del tutto.

Piacere. Questo è il mio curriculum!

“Voglio un lavoro ben pagato. Non ho immaginazione, sono asociale, senza fantasia e priva di talento.”

di Marco Palagi

Avete una probabilità su un milione che qualcuno vi contatti per un lavoro se, come una ragazza di Stoccolma ha realmente fatto, pubblicate un annuncio del genere. Sebbene lei sia stata la milionesima, ci sono dei basilari e semplici accorgimenti che potreste adottare quando vi presentate per un colloquio di lavoro, in tempi in cui già ottenere un incontro è un gran privilegio.

  1. L’attesa. Vi trovate nell’atrio dell’azienda in attesa, ci sono sedie, poltrone, riviste e un distributore di caffè. Rimanete in piedi, sebbene vi invitino a mettervi comodi, ponetevi in una posizione che denoti sicurezza (mani congiunte dietro la schiena) e aspettate. Lasciate cappotti o altro che non sia il vostro curriculum o portfolio all’ingresso.
  2. L’entrata. Vi chiamano, il capo o il responsabile risorse umane è pronto per voi. Le grandi aziende spesso hanno anche una persona che rimane sempre in silenzio e valuterà il vostro linguaggio del corpo e l’atteggiamento che avrete in quei brevi minuti di colloquio: tranquilli, non morde. Per questo entrate decisi dentro l’ufficio e dirigetevi verso chi vi aspetta.
  3. La prima impressione e l’approccio. Posate il curriculum e sedetevi. Palmo dritto e stringete la mano con la stessa forza dell’altro. Non parlate mai per più di trenta secondi per volta, non deve essere un vostro monologo e non raccontate la vostra vita. Ogni tanto, soprattutto all’inizio, ripetete il nome del capo tipo: “La ringrazio sig. Rossi dell’opportunità…” oppure “La mia esperienza, sig. Rossi, in questo settore…”
  4. Seduti! La sedia su cui siete seduti sarà sicuramente più bassa di quella dell’interlocutore e non orientabile. Sistematevi a circa 45° rispetto a quest’ultimo spostando il corpo. Evitate di sedervi su divani, dove sprofondereste, o su poltrone in pelle umana come quelle dei film di Fantozzi. Sulla sedia non rimanete sul bordo, dareste l’impressione di volervene andare il prima possibile perché vi sentite a disagio.
  5. I movimenti e i gesti. Non gesticolate in modo eccessivo, se proprio dovete fate movimenti chiari e semplici, che rispecchino ciò di cui state parlando. Come tra innamorati, se necessario e se non siete convinti che possiate piacergli, imitate sempre la gestualità e le espressioni dell’altro come pappagalli, senza esagerare.
  6. A distanza. Dopo la stretta di mano e quindi il contatto e la distanza ravvicinata, allontanatevi. Rispettate lo spazio personale. Se il colloquio lo tiene una donna non gradirà uomini troppo invadenti e si allontanerà, se lo tiene un uomo per lui sarà naturale accostarsi maggiormente alle donne. Meglio comunque lasciare che sia l’interlocutore ad avvicinarsi.
  7. È l’ora di andare. Il colloquio è finito, raccogliete il curriculum o portfolio o quant’altro avete portato con voi, stringete la mano e uscite, sempre con passo svelto e sicuro. Se la porta era chiusa, richiudetela. Per gli uomini: controllate scarpe e vestito quando uscite di casa perché saranno l’ultima cosa che vedranno ed è meglio che siano puliti e stirati; per le donne: è probabile che vi squadrino il sedere, l’uomo per… lo sapete perché e la donna per gelosia o disprezzo quindi, prima di uscire, voltatevi e lasciate che sia il vostro sorriso l’ultima cosa che ricorderanno. E in bocca al lupo!

E se Cenerentola si sbagliasse?

di Julia Ormond

Nei suoi sogni, Cenerentola lascia la sua casa per andare a vivere nel castello del re e, come lei stessa dice nella celebre canzone, – chi non ha mai sentito cantare I sogni son desideri?, – se si desidera molto una cosa, questa potrebbe avverarsi.
Per il regista Christopher Nolan i sogni sono lo spazio in cui le idee hanno origine, inizio o, appunto, inception.
Un’idea è il parassita più resistente, flessibile e contagioso, spiega Dom Cobb, il protagonista all’inizio della pellicola.
Le tante parole che si sono scritte e lette riguardo questo atteso e ambizioso film provano la veridicità dell’affermazione. Inception è una di quelle pellicole che ti fanno restare seduto sulla poltrona del cinema per tutto il tempo dei titoli di coda a scambiare con i tuoi amici i tasselli di un puzzle narrativo da cardiopalma e al tempo stesso da mal di testa.
Poiché il film si basa quasi interamente su un confondere molto e svelare poco (e poco per volta), a mia volta spiegherò dunque il meno possibile.
A seconda di quanto vogliate sapere (o non sapere) prima di andare a vedere il film, direi che una sorta di spoiler alert potrebbe prendere il via con due interrogativi.
L’originalità di un’ispirazione dove ha inizio e, soprattutto, dove ha fine?
E se gli spazi della mente non fossero privati?, se costituissero una proprietà accessibile o, addirittura, scassinabile, in un’esperienza mentale condivisa e pre-personale?
Trama e cast sono ormai di dominio pubblico.
Nei panni del protagonista, Leonardo di Caprio forse non veste i migliori che abbia indossato negli ultimi anni, ma nel personaggio ci sono sufficiente spessore emotivo e ricchezza interiore da assicurare l’ottima performance dell’attore e quella certa malinconia tormentata che sembra essere diventata la sua firma cinematografica.
Leonardo DiCaprio/Dom Cobb è un dream extractor. Per qualche oscuro motivo, che non mi è dato rivelare, passa la sua vita in esilio, muovendosi di nazione in nazione e di cliente in cliente. Il suo lavoro consiste nel rubare segreti alle sue vittime quando questi dormono, a volte costruendo un sogno dentro il sogno come scenario nel quale il vero e proprio furto può avere luogo.
Nei primissimi minuti del film però, qualcosa va storto durante l’operazione che vede oggetto il potente uomo d’affari giapponese Saito.
Cobb e il tuo team vengono colti in flagrante, ma il businessman dimostra di non essersela presa più di tanto e anzi fa al ladro la classica offerta-che-non-si-può-rifiutare: addentrarsi nei labirinti della mente del rivale numero uno di Saito per mezzo di un sogno, e di impiantarvi un’idea (non vi dico quale…) tanto importante e radicale da rivoluzionare le vite e gli eventi di molti.

La sceneggiatura ci catapulta così nel pieno dell’organizzazione del prossimo grande – forse ultimo – colpo di Cobb.
A mettere in atto l’impresa, una serie di partners in crime, la cui mansione è implicita nel soprannome: Ariadne, The Architect, responsabile della scenografia del sogno; Eames, The Forger, capace di contraffare identità e sembianze altrui; Yusuf, The Chemist, le cui pozioni garantiscono la profonda fase rem necessaria per avere un’attività onirica sufficientemente convincente; e Arthur, The Point Man, il braccio destro di Cobb.
A complicare la missione ci si mette un passato con cui Cobb vorrebbe riconciliarsi ma che continua a sbucare prepotentemente e violentemente a ogni angolo e ad agire da principale elemento di disturbo nonché femme fatale della situazione.
Inception è probabilmente l’incontro ideale tra il concettualismo indipendente di Memento e i fasti Hollywoodiani pre e post produzione di The Dark Knight.
Ne consegue che gli elementi per il successo ci sono tutti, così come il budget per realizzarli.

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Non mancano tranelli e imprevisti che, in un crescendo di situazioni in equilibrio tra computer graphic ed espedienti narrativi, continuamente sfidano l’attenzione del pubblico e la sua prontezza di ricezione.
La trama è sufficientemente intricata comunque di grande intrattenimento.
Ci sono tutti gli spari, i complotti e gli inseguimenti dell’action movie però abilmente collocati nella psicotica cornice di un presente sempre indefinibile e che, sebbene lontano dai tratti fumettistici della Gotham di Batman renaissance, sicuramente ne ricorda il grigio e ansiogeno senso d’illusione.
Il paradosso, l’impossibiltà logica e la sfacciataggine speculativa della fantascienza la fanno da padroni in quello che può essere considerato, in fin dei conti, un film appartenente al genere. Chiave di volta, in questo senso, è il ruolo di assoluta marginalità a cui la tecnologia, che rende possibile la dream invasion, è stata relegata all’interno del film.
Per entrare nella mente delle proprie vittime, Cobb e compagnia si affidano a un apparecchio a cui entrambi, soggetti e oggetti dell’operazione, devono essere simultaneamente e fisicamente collegati. Il dettaglio, sebbene importantissimo dal punto di vista di una rigorosa spiegazione di che cosa stia succedendo sullo schermo, è illustrato brevemente per meno di trenta secondi e mai enfatizzato.

La macchina che de facto esegue la parte fantastica della scienza di Inception è, in questo senso, solo un tramite verso la vera tecnologia protagonista del film: il pensiero.
Tutta la sceneggiatura, in questo senso, si basa sull’universalità di esperienze psichiche molto semplici, addirittura viscerali ad esempio la sensazione di cadere che si ha molte volte prima di risvegliarsi da un sogno e il momento in cui ci si rende conto che si sta sognando, ma non si sa bene come si sia arrivati a quel punto.
Tale riappropriazione di piccoli esperimenti ed esperienze mentali costituisce il vero punto di forza del film. Il potenziale creativo di Inception, a mio parere, non sta dunque nel soffermarsi su crisi d’identità o questioni riguardo l’impossibilità di distinguere il reale dall’irreale (già visto, già fatto, già detto in dieci, cento, mille film), ma nel coraggio di affidare alla mente – e solamente a lei – il ruolo di agente propulsore di tutto il castello narrativo del film.
A questo riguardo, potremmo commentare come Inception voglia liberare il famigerato quesito: “Sogno o son desto?” dalle pesanti appendici (pseudo) psicoanalitiche a cui il cinema, da Io ti salverò di Hitchcock a Matrix dei fratelli Wachowski sembra averci, ed essersi, a sua volta abituato. Nessuna indecisione tra pillole blu o rosse, insomma, ma un uso inventivo e tuttavia formale, rigoroso dell’irrealtà, dello spazio onirico che, con buona pace di Cenerentola, poco o nulla lascia alla possibile risoluzione dei problemi esistenziali o morali del suo sognatore.
Inception sembra guardare al conscio/inconscio/subconscio come a illusioni scolastiche: niente più che etichette riassuntive, utili per capire di che cosa stiamo parlando, ma di cui è impossibile dare una definizione unanime perché in fondo prive di alcuna vera capacità di comprendere i mille piani della vita mentale.

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Una delle critiche mosse al film è di essere alquanto confusionario nel dipingere l’esperienza psichica.
Personalmente ho apprezzato l’esperienza di venire confusa da un’opera d’ingegno. In un’epoca cinematografica di remake, rivisitazioni, prequel e sequel è, forse, un lusso.
A ben pensarci, addirittura, le parti ’confusionarie’ mi appaiono molto più di intrattenimento che i veri e propri passaggi risolutivi. Sia Nolan (implicitamente) che Cobb (esplicitamente) ci chiedono un leap of faith (un salto della fede, un po’ come Indiana Jones nell’Ultima Crociata). Ciò non implica una caduta libera nella tana del bianconiglio, ma la serena accettazione che la mente ha le proprie autarchiche regole, sia dentro l’architettura di sogno che nel rapido consumo di 148 minuti di film.
Il cuore emotivo di tutto il film, potremmo concludere, è che il nostro bisogno primario non è tanto riuscire a distinguere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il logico dall’illogico, quanto la necessità di saper lasciare andare (un ricordo, una speranza, una colpa), e iniziare daccapo, sempre e comunque. Inception è un film da andare a vedere, se non per gli effetti speciali di edifici che si piegano su se stessi e lotte in una dimensione senza gravità, perlomeno per questa tacita, ma importante considerazione che ci lascia.

Sogni, teatro privato

Tutti sogniamo, anche se lo dimentichiamo.
Perché il sonno rem è indispensabile alla nostra mente per capire se stessa. Non sappiamo perché ma resta il fatto che questo fenomeno accade. Sonno e sogni sono una necessità: senza dormire e sognare si muore, esattamente come avviene se non si mangia. Sono funzioni vitali.
Dati alla mano sono pochi, al mattino, a ricordare i loro sogni, ma è normale. Al massimo nella mente resta impresso il dieci per cento dei sogni. Il cervello è come un computer: ogni mattina elimina tutti i file che ingombrano la mente per fare spazio, la notte successiva, a nuovi sogni. Il cervello, infatti, non riposa mai: è sempre operoso e durante la notte crea proprio queste lunghe storie. Sono presenti in tutte le fasi del sonno, dall’addormentamento al risveglio, ma hanno caratteristiche diverse. Mentre ci si sta assopendo sono, in genere, brevi flash o allucinazioni; è tipica, per esempio, la sensazione di cadere nel momento in cui i muscoli si rilassano. Ma la vera e propria esplosione di sogni arriva quando si entra in fase rem. è il momento più fertile e prosegue per tutta la notte.
Non sappiamo perché avvengono: ma cosa sono i sogni?
La psicanalisi ha cercato di spiegarli. Il sogno è un teatro privato: ogni notte la mente mette in scena commedie o tragedie del mondo interiore. Così vengono portati in superficie stati d’animo e sensazioni represse. In un certo senso, servono ad approfondire delle esperienze. Ma il sogno è anche una riflessione. Si può trattare di eventi appena accaduti, sui quali la mente ha bisogno di riflettere a fondo. Ma anche di esperienze dimenticate anni prima. O addirittura di situazioni molto più antiche, vissute nella primissima infanzia e perfino, secondo alcuni studi, nel periodo precedente la nascita. Permettono, consciamente o meno, di conoscere meglio se stessi. Anche quando li dimentichiamo lasciano sempre un segno.

Sting in tour con la Royal Philharmonic Concert Orchestra

Royal Philharmonic Concert Orchestra

Il nuovo album di Sting “Symphonicities”, sembra segnare la svolta decisa dell’ex leader dei Police verso la musica classica. A eseguirli è la Royal Philharmonic Concert Orchestra, diretta da Steven Mercurio. L’album consiste in una rilettura in chiave sinfonica di dodici dei suoi più grandi successi ottenuti in una lunga e illustre carriera che ha prodotto numerosi album multi platino, un’incredibile lista di canzoni che hanno raggiunto il numero uno delle classifiche mondiali, innumerevoli premi e riconoscimenti, e la sbalorditiva cifra di quasi 100 milioni di dischi venduti in tutto il mondo.
L’interesse di Sting per la collaborazione orchestrale è iniziato nel 2008, in seguito a un invito a esibirsi con la leggendaria Chicago Symphony Orchestra. Dopo aver rielaborato alcuni brani del suo immenso repertorio, Sting si è esibito insieme all’orchestra in una performance che gli ha lasciato un segno indelebile.
“Le esibizioni con la Chicago Symphony Orchestra e la Philadelphia Orchestra hanno rappresentato entrambe momenti importantissimi della mia carriera. Sono felicissimo di questa nuova occasione di andare in tour con la Royal Philharmonic Concert Orchestra: sarà come avere una nuova tavoletta di colori musicali con cui lavorare e quindi re-inventare le canzoni che hanno rappresentato i miei concerti dal vivo per oltre trent’anni,” ha commentato Sting.
La Royal Philharmonic Concert Orchestra ha già accompagnato diversi artisti di fama internazionale, tra cui nomi illustri della musica lirica come Andrea Bocelli, ma anche icone della cultura pop come Burt Bacharach e Tina Turner.
Sting sarà inoltre accompagnato da un quartetto composto da Dominic Miller (chitarrista di Sting da lungo tempo), David Cossin (specialista in diverse percussioni in campo di musica sperimentale, oltre che membro della Bang on a Can All-Stars), Jo Lawry (voce) e Ira Coleman (basso).
Il Symphonicity tour, partito da Vancouver il 2 giugno, approda al Teatro Verdi di Firenze il 25 ottobre. Quindi proseguirà il 2 novembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano, il 3 novembre al Palaolimpico di Torino e il 10 novembre a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, Sala Santa Cecilia.

Sting al Tribeca Film Festival 2009

Mai fatto l’amore con un androide?

Io, robot di Alex Proyas, tratto dal romanzo omonimo di Isaac Asimov

Androidi maschili e femminili. Identici agli esseri umani ma senza difetti. Capaci di muoversi, di parlare e perfino di eccitarsi. È l’ultima frontiera della tecnologia applicata all’eros. Macchine create per dare piacere, da utilizzare in privato – da soli o in compagnia – per sostituire quelli che stanno per diventare giocattoli obsoleti ovvero i vibratori elettrici e le bambole gonfiabili vendute nei sexy shop.
A lanciare l’idea è lo scienziato inglese David Levy fondatore della Intelligent Toys Ltd.
Secondo lui il futuro della robotica passa anche per le sex machine e dipinge uno scenario di androidi in grado di soddisfare le esigenze e le fantasie sessuali di uomini e donne.
“Sono convinto che presto i robot diventeranno partner sessuali per un vastissimo numero di persone,” sostiene. “Per averne un’idea basta vedere come sono diventati popolari i vibratori o le bambole e immaginare quanto più divertente ed eccitante potrebbe essere per una persona possedere un robot che, oltre al resto, è in grado di stringerla tra le braccia, baciarla e magari dirle pure qualche frase romantica o erotica.”
Idea strampalata? A sentire il professor Henrick Christensen, docente di Robotica all’Università di Stoccolma parrebbe di no. Entro cinque, dieci anni al massimo la gente comincerà a fare sesso con i robot e l’esperienza diventerà sempre più appagante via via che si svilupperà l’intelligenza artificiale. Ossia quando le macchine impareranno dalla loro stessa esperienza. Quando saranno quasi indistinguibili dagli esseri umani, anzi più belli e privi di difetti. Con il perfezionamento dell’interattività l’effetto verosimiglianza aumenterà proporzionalmente.
Le persone saranno libere di scegliere le caratteristiche fisiche e l’aspetto del loro partner artificiale, esattamente come ora scegliamo prodotti da un catalogo sul web.
Saranno, probabilmente, le donne a essere le principali beneficiarie della nuova tecnologia, non fosse altro che per una questione di prestazioni e performance. Anche se, in verità, finora gli oggetti in circolazione che più si avvicinano a dei giocattoli erotici di tipo evoluto, sono prevalentemente destinati a un target maschile.
Le conseguenze sociali dell’ipotizzato boom degli androidi erotici sarebbero diverse e tutte ancora da definire. I profeti della robotica sessuale immaginano che il primo effetto sarebbe una drastica riduzione, se non proprio la fine, del mestiere più antico del mondo.
Gli studi di psicologia e sociologia indicano che le persone ricorrono alla prostituzione – maschile e femminile – per molte differenti ragioni, ma quella più comune è il fare sesso senza alcun coinvolgimento emotivo. Sicuramente le macchine saranno in grado di soddisfare questo bisogno.
Prostitute e gigolò sono dunque destinati a diventare una classe di semi disoccupati?
Attualmente ci si può portare a casa un androide per la modica cifra di circa ottomila euro.
È possibile anche affittarli… ma un’indagine ha dimostrato che spesso si instaurano relazioni sentimentali con il proprio androide, da qui la resistenza a cambiare partner artificiale.
Secondo gli esperti, tra gli effetti collaterali delle sex machine ci potrà essere anche la diffusione di quelle che oggi vengono chiamate perversioni: in altri termini, ci saranno persone che sperimenteranno sui robot quel tipo di esperienze che, per pudore o altri motivi, non vogliono fare direttamente con veri esseri umani. La robotica sessuale è o sarà richiesta anche per varcare nuove frontiere.
Per esempio un maschio che decide di regalare alla sua compagna un’esperienza lesbica o magari di provare un ménage à trois con un altro maschio o un’altra femmina, oppure di testare il sesso di gruppo e le gang band con diversi androidi. E sempre senza strascichi sentimentali, senza gelosie e senza paura di portarsi in casa dei rivali.
Il futurologo Ian Pearson profetizza che entro il 2020 l’evoluzione dell’intelligenza artificiale porterà i robot ad avere un inizio di coscienza.
A quel punto si porranno nuove e più delicate questioni, che attraversano campi che vanno dalla psicologia alla roboetica. E un giorno magari il sexy robot, capace di avere gusti propri, potrà perfino darci il due di picche.

Terminator: the Sarah Connor Chronicles. Serie TV 2008/2009

Il numero 17 porta davvero sfortuna?

Anche questa superstizione sembra derivare dalle nostre origini latine, quando scrivevamo tale numero così: XVII, ovvero 10 più 5 più 1 più 1. Essendo amanti delle arguzie e dei giochi di parole, gli antichi Romani si accorsero presto che anagrammando 17 ottenevano VIXI, cioè il perfetto (un tempo verbale simile al nostro passato remoto) del verbo latino vivo, col significato di “ho vissuto” in senso perfettivo, cioè di azione conclusa, dunque… sono morto!

Perché durante il matrimonio ci scambiamo le fedi?

Questa usanza arriva dal mondo latino. Quando il ricco romano sposava la sua bella matrona, provvedeva a fare una copia della chiave della cassaforte di famiglia e a consegnargliela, come a dirle: “Adesso sei tu che dovrai provvedere all’economia domestica e, dato che mi fido di te, ti consegno le mie, le nostre, ricchezze… fanne buon uso!” Proprio questo atto concreto di fiducia (in latino fides, evoluto nell’italiano fede), unito al fatto che simili chiavi venivano indossate come anelli, è stato assunto dal cristianesimo nel suo significato morale, a simboleggiare la fedeltà reciproca dei coniugi… In fin dei conti, oggi chi vorrebbe consegnare una cassaforte alla novella moglie, almeno senza prima averne testato le doti da economista?

In estasi: il fascino del rapimento

L’estasi di Santa Teresa di Gianlorenzo Bernini.

Un sovraccarico di stimoli e la mente si perde. O si trova per la prima volta. Difficile descrivere quello che accade durante un’estasi. Anche perché – in quel momento – la realtà esterna, e quindi anche il linguaggio per descriverla, non esiste più. La mente opera in modo diverso, perde i propri confini. La vera estasi è riconoscibile da tre sintomi. Il primo è l’abolizione completa dei sensi: chi la prova è come isolato dal mondo e non ha alcun tipo di esperienza sensoriale. Non ha neppure reazioni riflesse: non reagisce al dolore, né a una luce potente diretta negli occhi, a forti rumori o a sgradevoli stimoli gustativi od olfattivi.
Accanto all’abolizione dei sensi, si può riscontrare anche la presenza di rigidità muscolare, sintomo che portò gli psichiatri dell’Ospedale parigino della Salpetrière, a inserire l’estasi nel catalogo delle isterie. Il terzo sintomo è la coscienza trascendente. Lo stato estatico si avvicina al dharmakaya descritto dai buddisti: il vuoto assoluto che contiene potenzialmente tutte le forme, un senso di fusione con l’Assoluto.

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Di che famiglia sei?

Sbandierata come vessillo contro il tramonto degli ideali, baluardo talvolta scricchiolante ma sempre in grado di darci riparo, checché ne dicano i sociologi lei è sempre lì. La famiglia: solo a nominarla ci si allarga il cuore… anche se spesso, un inconsulto brivido da stress ci scuote al solo sentirla nominare. Per noi può essere una sola persona, una ressa caotica di parenti, persino un amico a quattro zampe: ciò che chiamiamo famiglia è quell’irriducibile voglia e necessità di darsi all’altro, perché da soli contro il mondo non ce la possiamo fare.

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Legami

Il dottor House è un bastardo! Non uno che ci fa, lui c’è per davvero, ci si impegna, è una spina in un fianco, dispotico, cinico, arrogante, maleducato, rifugge i rapporto umani, giudica, pretende, offende… Totò direbbe che è un uomo così antipatico che dopo la sua morte i parenti chiedono il bis. È un uomo pieno di difetti nella sua genialità ma, fondamentalmente, è un uomo solo e infelice. Un infarto a un muscolo della gamba destra lo costringe a vivere quotidianamente nel dolore, a drogarsi di medicine per rifuggirlo, a ’inebriarsi’ dei casi clinici per schivarlo. E un uomo solo, per quanto possa essere bastardo, vuole quello che vogliono tutti prima o poi: un legame. E i legami vanno al di là delle definizioni di etero o gay, i legami pretendono una connessione con un altro essere umano, un contatto fisico e viscerale, qualcosa che possa portarci in quel posto chiamato ’casa’ ma che non è fatto di mattoni e cemento, bensì di calore e condivisione.

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