“Nel buio della notte” di Micol Fusca: un libro dalle emozioni forti!

a cura di lalibreriadimommy.altervista.org

Si professa un libro un Fantasy, ma credo sia molto di più che un Fantasy perché, leggendolo con molta calma e attenzione, tratta tematiche forti e profonde come la paura, la gelosia, il rancore, la violenza e, soprattutto, l’amore in moltissime sfaccettature. Questa è la storia di un bambino di nome Nicolas gravemente malato, il cui fratello, notando tutta l’attenzione verso il maggiore, diventa geloso e una notte, lasciando la finestra aperta, desidera che un mostro entri da lì e si divori Nicolas.

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Recensione ai film “Beautiful boy”, “Quattro buone giornate” e al libro “La casa degli sguardi”

a cura di Claudia Cangemi

Due film e un romanzo per un tema purtroppo ancora e sempre (o di nuovo) di scottante attualità: la dipendenza dalle droghe e dall’alcol. Il primo, “Beautiful boy” (diretto da Felix Van Groeningen), è il racconto del rapporto tra un padre di successo e il figlio ventenne, nel secondo, “Quattro buone giornate” (regia di Rodrigo Garcia), si parla di una donna avanti con gli anni e della figlia trentenne, madre a sua volta di due ragazzini cresciuti senza di lei. La tossicodipendenza è insieme alla malattia mentale la condizione più difficile e dolorosa per gli equilibri familiari, ed entrambi i film sanno rendere con grande efficacia il tormento del genitore, lacerato tra l’amore per il/la figlio/a e la necessità di respingerlo/a senza pietà per tentare di salvarlo/a. Un travaglio accompagnato da mille dubbi e sensi di colpa che quasi sempre ha conseguenze sull’intero nucleo familiare, con divorzi e “fughe” di fratelli e sorelle in cerca di un po’ di serenità e di una quotidianità che non sia fonte perpetua di stress e angoscia.

Sia “Beautiful boy” che “Quattro buone giornate” sono ben diretti e coinvolgenti, a tratti commoventi, e si avvalgono di interpretazioni magistrali: in particolare segnalo Glen Close, la madre, e Mila Kunis in quello della figlia. Credo sarebbe molto utile mostrare uno o entrambi i lungometraggi nelle scuole superiori: particolarmente efficace la testimonianza di Molly, la ragazza di “Quattro buone giornate” davanti a una classe di liceo.

Lo stesso tema torna nel romanzo “La casa degli sguardi” di Daniele Mencarelli, racconto autobiografico della dipendenza da alcol dello scrittore, a 25 anni già devastato e in balia di impulsi autodistruttivi e alla continua ricerca della “dimenticanza” di un mondo che lo ferisce senza tregua. A sua volta Daniele non riesce a smettere di tormentare e devastare i suoi cari (e in particolare la madre) che gli restano accanto nonostante tutto. Un romanzo duro, ma anche il diario della più sorprendente delle rinascite, attraverso il lavoro duro nell’inferno del dolore delle creature più innocenti: i bambini ricoverati all’ospedale Bambino Gesù di Roma.

Tutte storie vere che hanno il sapore dell’autenticità, senza retorica o buoni sentimenti e senza sconti alla crudezza di situazioni degradanti. Da vedere e da leggere, anche per capire meglio la condizione di tanti ragazzi tornati schiavi del buco (o del bicchiere) come negli anni ’80.

Il secondo film che vi consiglio è di altro genere, ma non poi tanto: “The good nurse” di Tobias Lindolm con gli strepitosi Jessica Chastain e Eddie Redmayne (su Netflix) è la storia vera di Charlie Cullen, un infermiere che tra il 1988 e il 2003 uccise con overdose di insulina non meno di 40 pazienti in 16 diversi ospedali degli Stati Uniti (ma potrebbero essere addirittura 400). I dirigenti di tutti gli ospedali, anziché avviare serie indagini o meglio ancora denunciare alle autorità giudiziarie i loro sospetti su una serie anomala di decessi, insabbiarono tutto, limitandosi a licenziare Cullen con qualche pretesto e permettendogli così di continuare a uccidere i pazienti degli altri ospedali in cui veniva assunto. Se alla fine fu fermato, fu solo per merito della coraggiosa infermiera Amy Loughren, cara amica di Charlie, e di due ostinati detective. Cullen, che non disse mai perché aveva ucciso tanti sconosciuti, limitandosi a dire “Non mi hanno fermato”, fu condannato a 18 ergastoli dopo essersi dichiarato colpevole di 29 uccisioni. Non si arrivò quindi mai a processo e soprattutto nessuno dei dirigenti degli ospedali coinvolti fu mai chiamato a rispondere del suo criminale operato. 

E non si tratta di storie “lontane” che da noi non potrebbero verificarsi: basta ricordare cos’è accaduto all’ospedale di Saronno, dove il medico Leonardo Cazzaniga e l’infermiera Laura Taroni hanno ucciso forse 15 persone tra familiari e pazienti dell’ospedale. E dove le segnalazioni dei colleghi sono state a lungo ignorate o sottovalutate. 

Due film da vedere, insomma, che inducono amare ma importanti riflessioni sulla deresponsabilizazione di una società che in nome del dio denaro tradisce la propria missione e inganna le persone che dovrebbe rispettare e proteggere.

Recensione ai film “Un altro mondo” e “The good nurse”

a cura di Claudia Cangemi

Il cinema “impegnato” sforna ancora ottimi prodotti, che rischiano di perdersi nel “mare magnum” dell’ormai sterminata offerta televisiva, che rischia di disorientare anche i più attenti e golosi cinefili. Condivido volentieri quindi le impressioni su un paio di film che ho visto e apprezzato in questi giorni in tv: il primo si intitola “Un altro mondo” di Stéphane Brizé (io l’ho visto su Sky): è la storia del dirigente della filiale francese di una multinazionale, molto interessante e realistico, racconta un ambiente di lavoro feroce e disumanizzato, un “sistema” amorale e spietato che è ormai diventato la regola un po’ in tutti i Paesi e di sicuro anche in Italia. 

Il secondo film che vi consiglio è di altro genere, ma non poi tanto: “The good nurse” di Tobias Lindolm con gli strepitosi Jessica Chastain e Eddie Redmayne (su Netflix) è la storia vera di Charlie Cullen, un infermiere che tra il 1988 e il 2003 uccise con overdose di insulina non meno di 40 pazienti in 16 diversi ospedali degli Stati Uniti (ma potrebbero essere addirittura 400). I dirigenti di tutti gli ospedali, anziché avviare serie indagini o meglio ancora denunciare alle autorità giudiziarie i loro sospetti su una serie anomala di decessi, insabbiarono tutto, limitandosi a licenziare Cullen con qualche pretesto e permettendogli così di continuare a uccidere i pazienti degli altri ospedali in cui veniva assunto. Se alla fine fu fermato, fu solo per merito della coraggiosa infermiera Amy Loughren, cara amica di Charlie, e di due ostinati detective. Cullen, che non disse mai perché aveva ucciso tanti sconosciuti, limitandosi a dire “Non mi hanno fermato”, fu condannato a 18 ergastoli dopo essersi dichiarato colpevole di 29 uccisioni. Non si arrivò quindi mai a processo e soprattutto nessuno dei dirigenti degli ospedali coinvolti fu mai chiamato a rispondere del suo criminale operato. 

E non si tratta di storie “lontane” che da noi non potrebbero verificarsi: basta ricordare cos’è accaduto all’ospedale di Saronno, dove il medico Leonardo Cazzaniga e l’infermiera Laura Taroni hanno ucciso forse 15 persone tra familiari e pazienti dell’ospedale. E dove le segnalazioni dei colleghi sono state a lungo ignorate o sottovalutate. 

Due film da vedere, insomma, che inducono amare ma importanti riflessioni sulla deresponsabilizazione di una società che in nome del dio denaro tradisce la propria missione e inganna le persone che dovrebbe rispettare e proteggere.

“L’Orsa” di Raffaella Imbrìaco: una lettura che rapisce, incanta e, allo stesso tempo, induce alla riflessione

a cura di ildifforme.it | Red Cal

È stato recentemente pubblicato e diffuso su scala nazionale il romanzo “L’Orsa”, di Raffaella Imbrìaco, edito dalla Giovane Holden Edizioni. L’opera racconta di una ragazza tedesca che vive nel terribile momento storico dell’Olocausto e che, dopo una iniziale, entusiasta condivisione degli ideali nazisti, accettando un lavoro che le viene offerto dal partito in un campo di concentramento, si rende conto di far parte, suo malgrado, di un organismo di morte. La presa di coscienza di ciò e la riabilitazione morale, frutto di un lungo e difficile percorso, costituiscono il tessuto narrativo del romanzo.

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25 novembre 2022: Giovane Holden contro la violenza sulle donne

Giovane Holden Edizioni si schiera tenacemente contro la violenza di genere in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre. E questa volta lo fa attraverso l’installazione, di fronte alla sede della casa editrice viareggina, in via Ciabattini 91b a Viareggio, di una panchina rossa per ribadire vigorosamente il no alle prevaricazioni di genere. Simbolo fisico e permanente, la panchina rossa si propone come mezzo per diffondere consapevolezza attorno alle piaghe della violenza in tutte le sue declinazioni ma anche come propulsore di un impegno costante per aiutare le donne a rompere le spesse mura del silenzio e della paura. Un richiamo tangibile indirizzato all’intera comunità.

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Giovane Holden Edizioni installa una Panchina Rossa contro la violenza sulle donne

In questa del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, a Viareggio (Lu) in via Ciabattini, 91/b davanti alla nostra sede è stata installata una Panchina Rossa per ribadire con forza il no alla violenza sulle donne, ricordando che i diritti si difendono tutti i giorni.

Giovane Holden è da anni impegnata in attività di contrasto alla violenza di genere, anche attraverso la campagna di sensibilizzazione: Woman. No more silence. Trust yourself. Tra le ultime iniziative, ricordiamo quella del Salone del libro di Torino dell’ottobre 2021 (che ha avuto un importante riscontro su tutti i canali social e i visitatori del Salone, nonché un servizio su Radio Rai 3) e la campagna social che ha come protagonisti gli scrittori pubblicati con Giovane Holden Edizioni: Io non sto zittə, e tu?

A partire dal 1999, quando le Nazioni Unite istituirono la ricorrenza del 25 novembre, molte iniziative sono state intraprese in tutto il mondo, alcune delle quali hanno dato vita a istallazioni-simbolo che sono state adottate in tanti paesi. Fra queste si ricorda l’istallazione pubblica dell’artista Elina Chauvet che nel 2012 ha posto un gran numero di scarpe da donna rosse sul sagrato antistante l’ambasciata del Messico in Texas per ricordare le centinaia di connazionali uccise a Ciudad Juarez. Un altro simbolo del contrasto alla violenza alle donne è la panchina rossa, appunto, lanciata dagli Stati Generali delle Donne per dare voce alle azioni di contrasto intraprese contro la violenza.

Una Panchina Rossa è simbolo fisico per diffondere consapevolezza e sensibilizzare sulla piaga sociale della violenza di genere, domestica, psicologica, sullo stalking e sul femminicidio e dare segni tangibili di un impegno quotidiano, che duri tutto l’anno, volto ad aiutare le donne che subiscono violenza a uscire dal silenzio, con la loro forza, e con l’aiuto di tutta una comunità.

“Nero di Mummia” di Emanuela Signorini: raccolta fantasy dalle tinte gotiche per chi ama le leggende

a cura di unavaligiariccadisogni.it | Marta Peroni

Leggere di streghe è sempre stata una delle mie più grandi passioni. Sono letture che avevo messo un po’ da parte, ma che spero di riprendere presto. Al Salone del Libro mi aveva colpito moltissimo una raccolta di racconti: Nero di Mummia, di Emanuela Signorini, pubblicata da Giovane Holden Edizioni. Attirata dalla meravigliosa copertina, opera di Daniele Serra, un artista che mi lascia sempre senza parole per la bellezza dei suoi lavori, sono poi rimasta colpita dal tema, le streghe, appunto. 

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