“Il Capitano e la Gloria” di Dave Eggers

“Se davvero noi crediamo che chiunque possa far carriera fino a diventare capitano dovremmo provarlo eleggendo la persona meno qualificata e meno rispettata su questa nave: un uomo che non ha mai fatto niente per nessun altro che se stesso, un uomo che ostenta un palpabile disdegno per tutti i capitani precedenti e non mostra proprio nessun rispetto per i costruttori della nave, la sua storia o qualunque cosa essa rappresenti.”

“Il Capitano e la Gloria” di Dave Eggers. Feltrinelli

“Prede” di Gabrielle Fiteau-Chiba

“Mi infilo un paio di calze pulite e una maglietta dall’odore accettabile sotto l’uniforme, dove si sono già ammucchiati parecchi peli di cane. Correte, alci: la stagione della caccia alla balestra comincia ufficialmente stamattina. Dov’è la mia cintura? Quelli che si sono appostati con l’arco imprecheranno nella barba a sentire le detonazioni che impauriscono gli animali, intimando loro di inerpicarsi sugli Appalachi fino al limite delle nevi.
I miei vestiti sballottolano al vento. È così bello un filo del bucato. Soprattutto quando regge solo l’essenziale, pieno di rattoppi, di una vita senza artifici.”

“Prede” di Gabrielle Fiteau-Chiba. Edizioni Lindau

“Motel Chronicles” di Sam Shepard

“L’Impala rossa scompare dietro a una siepe divisoria di Eucalipti Giganti. Il Pascolo è fradicio di pioggia. Non ho voglia di muovermi molto. Anzi, mi metterei a vivere in questo camion. Anzi, ci lascerei crescere l’erba attraverso le gomme…”

Se tu fossi ancora qui
Ti stringerei
Ti scuoterei per le ginocchia
Ti soffierei aria calda in entrambe le orecchie
[…]
Se tu fossi ancora qui
Strallerei via la tua paura
La lascerei ciondolare fuori di te
In lunghi strascichi
Spezzati di paura
Ti girerei
Di fronte al vento
Ti piegherei la schiena sul mio ginocchio
Ti morderei la nuca
Fino a farti aprire la bocca a questa vita

“Motel Chronicles” di Sam Shepard. Il Saggiatore Edizioni

“Una dolce ostilità”: un romanzo sui sentimenti, sull’amore familiare

a cura di Marco Palagi

“Una dolce ostilità” di Marianne Kavanagh è un romanzo sui sentimenti, in particolare sull’amore familiare.
Eva e Kim sono due sorelle che vivono a Londra, abbandonate dai loro genitori mentre crescevano, con caratteri molto differenti l’una dall’altra affrontano a modo loro la vita.
Eva, la sorella minore, accetta chiunque incontri nella vita come un dono, Kim, la maggiore, rifiuta l’aiuto e prova risentimento per chiunque sembri privilegiato. Nella vita da adolescente di Eva arriva Harry e Kim sembra aver trovato quel “qualcuno” al quale destinare tutto il suo risentimento, soprattutto perché il ragazzo ha un lavoro molto remunerativo – e quindi è un privilegiato – e perché potrebbe portarle via la sorella. Harry sembra il ragazzo perfetto, ha tutto, un lavoro pagato benissimo nella City, un appartamento grande e moderno, una Porsche e in primis l’amore e il rispetto di Eva. Harry nel corso degli anni ci sarà sempre per lei, nei momenti felici e spensierati e in quelli più tristi, duri e pieni di ostacoli e Kim deve necessariamente accettare – seppur di malavoglia – quella presenza ingombrante, soprattutto quando Eva rimane incinta e, successivamente, si ammala. L’aiuto finanziario di Harry sarà determinante per la vita dell’adorata sorella di Kim, la quale nel frattempo cerca di far funzionare una relazione con Jake a dir poco disfunzionale.
“Una dolce ostilità” è, come detto, un romanzo sui sentimenti nel senso più ampio del termine, l’amore di due sorelle, l’affetto per un caro amico (Harry), l’amore per il lavoro, i figli, l’amore per se stessi.
Sebbene il romanzo fatichi a catturare il lettore nella prima parte, essendo un po’ prolisso e farraginoso, acquista ritmo dalla metà in poi e stimola una curiosità tale da invogliare il lettore a scoprire l’evolversi delle vicende, a cercare di capire perché Kim è così risentita verso Harry, a ipotizzare se tra Eva e il ragazzo c’è o ci sarà mai una relazione sentimentale… insomma, gli interrogativi sono molti.
Forse l’autrice avrebbe potuto fare qualche taglio qua e la, dare una direzione più precisa alla narrazione. I personaggi sono ben caratterizzati, anche se a volte non si fanno piacere molto, i dialoghi ben costruiti, la Kavanagh sorprende ma non per la qualità della sua narrazione che è costante nei suoi libri.
Ottimo finale, vi sorprenderà. 

“Prometto di sposarti ogni giorno”: vita va così di fretta che non si ha nemmeno il tempo di amare come si deve

a cura di Marco Palagi

Pedro Chagas Freitas torna dopo lo straordinario successo di “Prometto di sbagliare” e, mi perdonerete il gioco di parole, non ha minimamente sbagliato con questo nuovo libro. Il suo stile originale, privo di un’effettiva trama e caratterizzato principalmente da due soli personaggi, cattura e colpisce pagina dopo pagina, grazie a una narrazione fluida ed efficace, a descrizioni puntuali ed evocative. Ancora una volta scrive uno straordinario inno all’amore e sfido qualsiasi innamorato, uomo o donna, a non immedesimarsi nelle sue parole, a non fare propri quei sentimenti che impregnano le pagine, a non sentirsi (o volersi sentire) un po’ Pedro e un po’ Barbara. Ma c’è anche l’aspetto sofferto dell’amore nelle storie di Chagas Freitas, probabilmente è quello che lo rende così puro e reale, un amore forte e insuperabile che va oltre alla morte ma che allo stesso tempo è duro e fragile e faticoso.
“Prometto di sposarti ogni giorno” può essere letto come un lungo diario, magari anche una pagina al giorno, per assaporarlo lentamente, magari sottolineando qualche frase, leggerlo al proprio amato/a, perché vorremmo tutti essere grandi scrittori come Pedro, oltre che grandi amanti, ma spesso ci mancano le parole e la vita va così di fretta che non si ha nemmeno il tempo di amare come si deve. Ecco, prendetevi del tempo per leggere questo libro, nel silenzio della notte o ad alta voce insieme al vostro partner. Non vi deluderà. 

“Biloxi”: il sessantatreenne Louis e il suo cane

a cura di Marco Palagi

Cosa potrà mai succedere a un sessantenne in pensione, il cui padre è morto e la moglie lo ha lasciato?
E se facesse una deviazione per evitare l’ex moglie e finisse per adottare un cane, Layla?
Mary Miller è riuscita a costruire trecento pagine fondamentalmente su un uomo e il suo cane, una storia dolce sulle complessità della vita e delle relazioni.
Grande salto di qualità dell’autrice, a mio parere, dopo i precedenti “Happy Hour” e “Last Days of California”.
Uno di quei libri che ricominceresti subito daccapo.

“Papi”: un romanzo per chi vuol tentare la strada di una storia non convenzionale

a cura di Marco Palagi

È il mio secondo libri di NN Editore, dopo Kent Haruf, e comincio ad apprezzare sia la veste grafica sia la qualità dei testi scelti da questa casa editrice.
Come posso parlare di “Papi”. Beh, non è facile e il motivo si può già ricercare nella nota critica presente nell’aletta del libro: non dice niente, non racconta niente, sembra un libro senza senso e senza trama.
Quindi cos’è “Papi”?
“Papi” non può essere raccontato, posso scrivere dieci pagine senza necessariamente dirvi niente della trama.
Ma c’è una trama?
È un libro fuori dagli schemi, dallo stile asciutto, compatto, pulito ed estremamente scorrevole.
Una bambina è il narratore in prima persona del libro, la quale racconta la vita e le esperienze del suo papi, “imprenditore” in un settore non proprio edificante.
Non c’è da aspettarsi una narrazione infantile, bensì troverete raccontati eventi anche violenti, tragici, spesso volgari e il fatto che a parlare sia un’ingenua frequentatrice della scuola primaria rende la narrazione ancora più interessante e avvincente.
Cosa succederà ora?
Quante cose possiede Papi?
Sì, perché Papi ha tutto di tutto, un sacco di tutto, dalle automobili ai vestiti alle donne alle conoscenze… e la particolarità dello stile narrativo di Rita Indiana sta nella sua capacità di utilizzare la punteggiatura in modo, per me, sopra le righe. Pochi punti, molte virgole, periodi lunghi a dare respiro agli eventi narrati ma anche a togliere respiro al lettore, costretto a volte a prendere lunghe boccate d’aria per terminare una frase, pagina dopo pagina la lettura è ritmata, veloce, piena. Ma sta proprio qui uno dei punti di forza del romanzo, non c’era modo migliore per raccontare di Papi e della sua piccolina, così ingenua ma così attenta a ciò che le accade intorno. Consapevole, a volte anche troppo del lavoro del suo papà, ma figlia del suo eroe, il quale commette tanti sbagli, forse, ma ai suoi occhi, come agli occhi di ogni figlia verso il padre, resta un uomo ricco di pregi e dai difetti trascurabili.
Che altro. Ci sono un sacco di personaggi, alcuni di rilievo, altri dimenticabili e non tanto funzionali alla storia, inseriti all’interno di una struttura che pare farraginosa e sconclusionata, ma che a lettura terminata presenta una struttura ben delineata dalla scrittrice, la quale dà solo l’idea di aver scritto di getto senza una successiva revisione, ma il lavoro in “pre e post-produzione” è palesemente presente.
Onore al merito della traduttrice Vittoria Martinetto, che ha realizzato un ottimo lavoro del quale ne parla in calce al romanzo.
“Papi” è un romanzo che consiglio a chi vuol tentare la strada di una storia non convenzionale, scritta in modo non convenzionale con un taglio emotivo, dato dalla narrazione in prima persona, particolarmente vincente.

“La confraternita dell’uva”: Fante è vero e autentico e tocca il cuore

a cura di Federica Sgubbi – Traduttrice

La mia ultima lettura agostana, fatta proprio in Abruzzo, la terra di origine di Fante e di metà della mia famiglia. Un altro libro meraviglioso, dai toni pacati, ironici e schietti che accomunano tutti i romanzi che ho letto di questo autore. Parlando di Fante, forse mi sono sempre soffermata poco sullo stile, sulle qualità dell’autore e sul valore delle sue opere da un punto di vista strettamente letterario. Il fatto è che con John ho stretto fin da subito un legame che va al di là delle parole ben scritte e delle storie ben raccontate, un legame di cuore. Questo libro, un po’ come tutti gli altri, mi ha riportato alla memoria i miei nonni abruzzesi, scene vissute, sentimenti condivisi, luoghi e odori. Ho rivisto il caratteraccio della mia di nonna, che la povertà aveva reso dura, cocciuta, temeraria, che non aveva paura di niente, un vero e proprio caterpillar. Anche io la immaginavo immortale, dopo tutto quello che le era capitato e che lei aveva preso a cornate, credevo che niente l’avrebbe avuta vinta su di lei. Mi sono chiesta se il mio nonno montanaro, di cui ricordo solo la pelle a quadrettini, le mani rovinate e il cappello che portava sempre e comunque, sarebbe stato come il padre di Fante, se sarebbe davvero riuscito a mettere i piedi in testa a mia nonna (non credo proprio) e mi sarebbe piaciuto ascoltare le sue storie su quella terra che ho visitato troppo poco. Ho cercato di rivivere alcuni momenti che nell’attimo non sembrano importanti e se ne capisce solo dopo il valore. Ho chiuso gli occhi e ho cercato di dare vita ai ricordi sfocati.
Quindi insomma, che Fante scrive bene lo lascio dire agli altri. Io mi limito a dire che tocca il cuore, che è vero e autentico, che non mi stancherei mai di leggere le sue storie perché grazie alla sua capacità di ordinare bene pensieri e parole riesco a rivivere un po’ anche la mia e quella che purtroppo non c’è stato tempo di condividere.

“Era un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte d’Italia in cui la miseria era spettacolare quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque. Logicamente, non molti riuscivano a compiere cinque anni. Di tredici che ne erano, restavano soltanto lui e mia zia Pepina, che ne aveva ottanta e abitava a Denver. La sua durezza, mio padre l’aveva ereditata da quel modo di vivere. Pane e cipolle, si vantava, pane e cipolle: che altro serve a un uomo? Ecco perché per tutta la mia vita ho provato ripugnanza per pane e cipolle. Lui era qualcosa di più che il capofamiglia. Era giudice, giuria e carnefice, Geova in persona.”

John Fante, La confraternita dell’uva 
Einaudi Editore (traduzione di Francesco Durante)

“Quando all’alba saremo vicini”: un libro autentico sulla paura di essere accettati

a cura di Marco Palagi

Che cosa posso dire di Kristin Harmel, tranne il fatto che è proprio una brava scrittrice? È molto raro sentire una tale connessione con un libro, e questo è uno di quei casi.
Il personaggio principale, Kate, non ha vita facile. Soffre molto la tragedia e tristezza della perdita del marito, scomparso dieci anni prima. Come biasimarla. Ma non aspettatevi banali cliché sulla perdita, l’accettazione, e l’andare avanti. Harmel fa un grande lavoro mostrando come la vita disordinata può rivelarsi e come a volte, non importa quanto tempo è passato da una perdita enorme come quella di Kate, non è ancora possibile andare avanti nonostante ci si sforzi e si abbiano accanto persone disposte ad aiutarti. Questa storia è straziante a volte, soprattutto per chi ha perso qualcuno o che si era immaginato una vita diversa da quella che poi ha in realtà.
La parte migliore di questo libro, oltre all’osservare e sostenere virtualmente il viaggio di Kate ad accettare i suoi sogni – come una realtà alternativa di ciò che la sua vita avrebbe potuto essere e come un messaggio dal suo defunto marito – risulta essere quella relativa alla ricerca che Harmel ha sicuramente fatto, scrivendo il libro, per assicurarsi che la sua descrizione del Sistema di affidamento newyorkese fosse autentico. Traspare davvero molta autenticità nelle sue parole, non si è mai vittime di costruzioni noiose o banali, la narrazione scorre fluida e senza orpelli linguistici né tantomeno di scene strappalacrime. Ma ci si commuove ugualmente. Harmel ha fatto un gran lavoro per spiegare i processi dell’adozione, il modo in cui i genitori passano attraverso il loro essere accettati nel sistema, la paura e la voglia di conoscere i ragazzi che hanno bisogno di una casa, e la ricompensa che ne scaturisce nell’aiutarli a sentirsi parte di una nuova famiglia. Complimenti, Harmel si conferma una scrittrice coi fiocchi che non ha niente da invidiare a colleghi più blasonati.

“Florence Gordon”: un libro ricco di malinconia, dolcezza, coraggio

a cura di Marco Palagi

In tanti hanno paragonato Florence Gordon, il romanzo di Brian Morton, alla cinematografia di Woody Allen, un po’ per l’ambientazione newyorchese e un po’ per l’humour che si respira nella grande mela ma anche nelle pellicole del regista. Ma questo romanzo va oltre, non possiamo etichettarlo così facilmente e qua stiamo parlando di letteratura e i criteri di valutazione devono, e sono, differenti, sebbene i livelli siano in entrambi i casi molto alti.
Innanzitutto possiamo dire cosa non è questo romanzo: non è una commedia su una tipica saga familiare, sebbene ne abbia alcuni elementi. Presenta sì le vicende di quattro protagonisti imparentati, ma le loro storie e vicissitudini scorrono su strade indipendenti, a volte incrociandosi ma evolvendosi in autonomia. I personaggi hanno una caratterizzazione molto accurata e questo è uno dei punti di forza del romanzo. Cominciando con Florence Gordon, scrittrice, saggista, donna che ha vissuto e combattuto le lotte degli anni settanta, che supera i settanta di età ma nella sua critica alle tecnologie moderne comunque utilizza il computer per scrivere. Testarda, caparbia, eccentrica, con la battuta acida sempre pronta ma mai superba, poco inclina ai rapporti interpersonali, Florence incarna un’eroina dei suoi tempi, la donna indipendente che non ha bisogno dell’uomo per sentirsi forte e non accetta di essere debole. Lei vorrebbe solo scrivere ed essere lasciata in pace, è esattamente il tipo di donna che vorresti come amica e nello stesso tempo non la vorresti come amica.
Poi troviamo il figlio Daniel, di professione poliziotto a Seattle che passa un po’ di tempo a New York, uomo dal carattere molto differente dalla madre, pauroso di fronte alle difficoltà e a raccontare certe verità alla moglie Janice e alla figlia Emily. Quest’ultima instaura un rapporto personale con Florence, facendole da assistente ricercatrice, forse l’unica a vedere la vera donna dietro quella scorza dura che la riveste e protegge? In fondo è solo un’adolescente con tutti i turbamenti di quell’età, ma ha la capacità di relazionarsi con Florence in modi che nessuno della sua famiglia è mai riuscito prima. E Janice, psicologa, che idealizza Florence, si ritroverà invischiata un una situazione molto particolare che minaccerà il suo rapporto con Daniel. Come dicevo le vite dei protagonisti scorrono su binari differenti e spesso sperimentano e trasmettono al lettore un urgente e viscerale bisogno di condividere le loro esperienze l’uno con l’altro, essere rassicurati, aiutati, sopportati, ci riusciranno?
Morton riesce a trasmettere forte empatia al lettore, sebbene il romanzo sia narrato in terza persona riusciamo a identificarci con i protagonisti, a soffrire con loro, a incitarli, a volte a odiarli ma in un modo affettuoso. Malinconia, dolcezza, coraggio, sono alcuni dei sentimenti che quest’opera trasmette e ti trascina pagina dopo pagina fino alla fine.