Questionario di Holden: Gian Carlo Fanori

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Scrivo con il computer. I miei testi sono il risultato di una serie di prove, correzioni, cancellature, e l’opportunità che il computer offre di avere sempre la pagina in ordine, per quanto mi riguarda è straordinaria.

Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Preferisco la solitudine. Scrivere, come diceva Hemingway, è un mestiere duro, per quanto possa piacerti, e io non riuscirei a combinare nulla di buono se fossi distratto da persone o altro. Ma non tutti siamo uguali, naturalmente.

Hai rituali particolari per entrare nel “mood” giusto prima di scrivere?
Non aspetto l’ispirazione per scrivere, fosse per questo finora avrei prodotto ben poco, non sarei al mio quarto romanzo. Nessun particolare rituale per iniziare, se non combattere l’iniziale voglia di scappare dai guai che garantisce la tastiera.

Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti?
Il blocco dello scrittore io ce l’ho tutti i giorni. Come lo combatto? Scrivendo. Inizio, rileggo, non mi piace, correggo; ricomincio. Ma alla lunga la passione prevale, e le pagine si inseguono, una dopo l’altra, mai meno di 200 nei miei romanzi.

Rileggi mai il tuo libro – o parti dello stesso – ad alta voce?
Sì, certo, considero la lettura del testo ad alta voce molto importante. Permette di sentire il suono delle frasi, verificare se siano corrette anche quando pronunciate.

Questionario di Holden: Jessica Venga

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Purtroppo al computer. Adoro scrivere a mano, sentire il suono della penna sulla carta, osservare l’inchiostro che scorre. Il computer però è più comodo per poter correggere gli errori e inviare le copie alle persone e quindi mi sono dovuta adattare.

Hai mai sperimentato il blocco del lettore? Come l’hai superato?
Molte volte! Le strategie che adotto per superarlo sono due e sono anche un po’ antitetiche: la prima è dedicarmi per un po’ di tempo ad altre letture e il secondo è impostare una quantità di pagine da leggere in modo da superare il blocco.

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
Direi i combattimenti e le scene di guerra. Ho un po’ di difficoltà a descrivere strategie e movimenti corporei coerenti e realistici perché fatico a immaginarmeli concretamente.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
Direi la serie di Harry Potter. Anche se a oggi non è la mia serie preferita, è la prima che ho letto quando avevo ben sei anni e all’epoca tutta quell’atmosfera fantastica mi aveva davvero emozionato tanto!

Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Assolutamente in solitudine, non riesco a scrivere se c’è qualcuno intorno a me.

Recensione “Il declino dell’impero Whiting” di Richard Russo

Traduzione di Paola Bertante 
Neri Pozza –

Ci sono libri che mi attirano subito perché raccontano vite un po’ storte, famiglie complicate, persone che la vita non ha trattato con troppa delicatezza.
La storia ruota attorno a Miles Roby, che gestisce un diner in una piccola città del Maine dove tutto sembra rallentato, quasi fermo. Intorno a lui si muovono persone imperfette, spesso sconfitte, ma ancora ostinatamente in piedi: famiglie che si trascinano dietro vecchie ferite, relazioni che non sono mai semplici, tentativi di riscatto che a volte arrivano troppo tardi.
Sono i personaggi che preferisco: quelli un po’ disadattati, quelli che sbagliano, quelli che cercano di fare del loro meglio anche quando la vita li mette all’angolo.
Alla fine resta la sensazione di aver passato del tempo con persone vere, con le loro fragilità e le loro piccole resistenze quotidiane. Ed è proprio questo che mi fa affezionare a certi romanzi: la capacità di raccontare la fatica di vivere, ma anche la dignità con cui si continua a provarci.

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Cinzia Locatelli

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Solitamente scrivo col computer soprattutto per una questione di praticità. È il mio strumento di lavoro quotidiano e quindi lo trovo più immediato, sempre a disposizione.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
Cime tempestose di Emily Brontë. Lo lessi ai tempi delle scuole superiori. Non è il mio classico preferito ma è stato senza dubbio quello che mi ha fatta avvicinare ai classici e ancor di più alla lettura.

Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Assolutamente in totale solitudine. Non voglio avere distrazioni. È il mio momento e me lo voglio godere sia quando la scrittura mi viene in modo fluente e istintivo, sia quando mi trovo impantanata, bloccata e devo rifare tutto da capo.

Preferisci immergerti in un libro cartaceo, ascoltarlo in versione audiolibro o leggerlo su un dispositivo digitale? E perché?
Leggo in prevalenza cartaceo ma, viaggiando spesso, trovo molto comodo il digitale per ovvi motivi di peso e spazio. Capita che acquisti lo stesso libro in entrambe le versioni.

Hai una biblioteca personale o collezioni edizioni particolari di libri che ami?
Colleziono varie edizioni di Cime Tempestose sia in lingua italiana che in altre lingue. Per ora posseggo una versione in lingua spagnola, una francese, in inglese e in russo.

Questionario di Holden: Davide Sannia

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
È la sofferenza che mi spinge a scrivere. Può avere la forma di quella interiore – come dover farcela per forza dentro ogni lavoro stupido e mal pagato – o di quella esteriore, come i sogni lasciati in ogni piazzetta di periferia.

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
I dialoghi, infatti nel libro sono ridotti all’osso, minimali, perché non sono uno che parla tanto, preferisco pensare, riflettere, perdermi nei pensieri, come nei flussi di Joyce o di Virginia Wolf.

Quando inizi a scrivere, hai già una visione chiara della trama o segui l’ispirazione del momento?
La cosa bella dello scrivere è che quando inizio non so mai bene devo andrò a parare, di base ovviamente ho già tutta la trama congegnata, ma le narrazioni, le descrizioni spesso procedono come un flusso dove vogliono, è la parte più bella.

Se il tuo libro fosse un album musicale, quale genere o artista sarebbe la colonna sonora ideale?
Se fosse un genere sarebbe sicuramente un Blues. Cupo, melanconico, drammatico. Un album… la raccolta di Robert Johnson, il chitarrista che vendette l’anima al diavolo, come il Faust di Goethe.

Hai mai letto un libro e pensato: “Avrei voluto scrivere io questa storia”?
Più di una storia… quando lessi Illusioni perdute di Balzac pensai “Cavolo, non riuscirei mai a descrivere le cose così”.

Recensione “Corregidora” di Gayl Jones

Traduzione di Sara Antonelli 
Feltrinelli

Questo libro ti resta addosso come un livido!
È la storia di Ursa, ma è soprattutto la storia di un’eredità che non si può scegliere. Un passato che pretende di essere ricordato attraverso il corpo, attraverso il sangue, attraverso le generazioni. Quando quel corpo non può più “fare memoria”, cosa resta? La voce. Il blues. Una lingua spezzata che continua a raccontare.
Non è un romanzo che cerca empatia facile. È ruvido, ossessivo, a tratti doloroso. Ma lo vuoi leggere, non riesci a staccartene, devi andare avanti, devi finirlo, cerchi un’espiazione per quel dolore che passa dalla carne.

All’ospedale i medici dissero che mi dovevano togliere l’utero. Dopo questo fatto io e Mutt non stavamo più insieme. Quando ho saputo quello che sarebbe successo non gli ho permesso neppure di venire a trovarmi in ospedale. Hanno detto che, quando ancora non lo sapevo, lui veniva. Hanno detto che nel mio delirio bestemmiavo contro di lui e pure contro i dottori e le infermiere.

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Renata Dante

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Ho una brutta grafia, anche perché quando scrivo inseguo i pensieri che si accavallano, come se avessi paura di non riuscire a starci dietro. La scrittura al computer – scrivo con un dito – mi costringe a rallentare sulla scelta delle parole.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
A una certa età ho incominciato a guardare indietro, a ripercorrere le stagioni della mia vita per carpirne, se possibile, un po’ il senso. In ogni caso la ricordanza addolcisce anche le amarezze e i dolori ed è bello immergersi nel passato…

Com’è il tuo spazio di scrittura?
Scrivo nello studio che fu di mio padre. Al posto della macchina da scrivere Olivetti ho posizionato il computer. Nel silenzio totale mi sento confortata dalla sua presenza, nonostante se ne sia andato già da un po’.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
Non so dire quanti libri abbia letto. Da insegnante anche quelli che non incontravano i miei gusti, ma un libro che mi ha sconvolto è stato Il signore delle mosche di William Golding, perché annienta qualsiasi speranza nel progresso dell’umanità.

Se dovessi consigliare un libro per chi inizia a leggere un genere simile al tuo, quale sarebbe?
Il giovane Holden di J.D. Salinger nella traduzione di A. Motti, edito da Einaudi.