Questionario di Holden: Maria Rosaria Giannobile

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
Ho avvertito il desiderio di scrivere questa silloge poetica per rallentare lo sguardo, prestare attenzione alle piccole cose, sostare sui particolari, interrogarmi sul mistero della vita e sul mio posto nel mondo, per entrarvi in sintonia.

Chi sono gli autori che influenzano maggiormente il tuo stile di scrittura?
Le poesie qui presenti sono precedute da citazioni d’autore, per evidenziarne delle affinità stilistiche e tematiche. Per esempio, da Giovanni Pascoli ho ripreso l’interesse per il fonosimbolismo, da Giuseppe Ungaretti l’essenzialità della parola.

C’è una tematica ricorrente nelle tue opere? Se sì, quale?
Nelle mie opere la tematica ricorrente è la memoria. Nella silloge Albe Chiare ogni poesia è un fermo immagine su un particolare (gli occhi dell’amato, il volo di una lucciola, una voce) che diventa il punto di partenza per un viaggio interiore.

Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato?
L’ambientazione del libro non è un luogo geograficamente definito, ma uno spazio dell’anima. È il riflesso di uno stato d’essere. Mi hanno ispirato il sentimento panico, il senso di malinconia, la sensazione di benessere e pace.

C’è un libro in cui vorresti “vivere”?
C’è un libro in cui vorrei vivere, si intitola Il principe straniero. Insegna che vale la pena vivere, affrontare lotte e sacrifici, schierarsi dalla parte dove maggiore è il bisogno e minori sono i vantaggi. È un romanzo di cui sono l’autrice.

Recensione “Il sesso delle ciliegie” di Jeanette Winterson

Traduzione di Carlo A. Corsi 
Mondadori

Un romanzo visionario, pieno di immagini che restano impresse più della trama stessa.
Non c’è una storia lineare, ma un intreccio di voci e tempi che si sfiorano e si contraddicono: la Londra seicentesca, personaggi fuori misura come la Donna Cane, viaggi che sembrano sogni più che percorsi reali. Tutto si muove in uno spazio dove la realtà si piega all’immaginazione.
Forse non si può definire un romanzo nel senso più classico del termine, ma un’esperienza, quasi una deriva controllata tra simboli, fiabe riscritte e riflessioni sul tempo e sul corpo.

“C’erano quelli secondo cui l’amore, sempre che se ne accetti l’esistenza, deve esser tenuto sotto controllo con le nozze e coi legami familiari in modo che il suo calore intenso riscaldi il focolare senza appiccare il fuoco alla casa. Secondo altri, invece, solo la passione poteva liberare l’anima dalla sua capanna di fango; solo lasciando correre il cuore come una lepre braccata e inseguendolo fino al tramonto un uomo o una donna potevano dormire sonni tranquilli.”

Quella notte due innamorati che sussurravano sotto la navata a piombo della chiesa rimasero vittime della loro stessa passione. Il profluvio delle loro parole, impossibilitato a sfuggire all’intransigenza saturnina del piombo, aveva riempito la navata al punto che l’aria era stata completamente eliminata. I due innamorati morirono soffocati ma, quando il sagrestano aprì il portoncino, le parole lo scaraventarono per terra, desiderose com’erano di guadagnare la libertà, e furono viste volare alte sopra la città in forma di colombe.”

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Matteo Isoni

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
Volevo dare una forma, quasi architettonica, all’invisibile che tutti abbiamo dentro. Scrivendo ti orienti, crei una mappa condivisa con chi legge, ma persino chi scrive deve aspettare l’ultima riga per scoprire dove lo stavano portando le parole.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
Sì, La storia Infinita di Michael Ende, avrò avuto dieci anni. Una storia da cui partono altre infinite storie, che però… “andranno raccontate un’altra volta”. Vicende che si intrecciano in un caleidoscopio, un concetto che mi è rimasto.

C’è una tematica ricorrente nelle tue opere? Se sì, quale?
La tensione costante tra la radice e il volo, tra memoria e scoperta. La luce che continua. E poi in fondo il pulviscolo è proprio ciò che resta sospeso nell’aria dopo che qualcosa è andato in frantumi. Ma se lo guardi controluce, scopri che brilla.

Se il tuo libro fosse un album musicale, quale genere o artista sarebbe la colonna sonora ideale?
Anime Salve di De André. C’è dentro tutto: le radici, gli ultimi, il tentativo di capire sé stessi e il mondo. È un concept album con la struttura di un poema in musica, ogni traccia una storia. Lì c’è la solitudine, nel mio libro un percorso comune.

Ti capita mai di scrivere in uno stile o genere diverso da quello che solitamente adotti? Perché?
Sì, e credo sia stimolante. Scrivo in poesia e in prosa. Hanno due ritmi diversi, una sospende il tempo, l’altra lo dilata e lo attraversa. Sono lingue differenti, ma entrambe raccontano storie, danno emozioni e sensazioni. E si contaminano.

Questionario di Holden: Edoardo Boccasile

Com’è il tuo spazio di scrittura?
Non professionale: tavolo del salotto, portatile, un paio di cuffie. Sul tavolo c’è sparso un po’ di tutto: libri, fogli, occasionalmente il gatto. Sotto al tavolo, un grosso cartone su cui appunto vari post-it, in genere appunti per storie future.

Chi è il tuo primo lettore a libro finito?
Sono due, in genere, i miei primi lettori: la mia ragazza e il mio psicologo. È una questione di pura efficienza, mi servono riscontri rapidi: la prima è spinta a leggere dalle mie moine, il secondo ne ha l’obbligo professionale, per cui.

Se dovessi consigliare un libro per chi inizia a leggere un genere simile al tuo, quale sarebbe?
Consiglierei La scimmia sulla schiena di Burroughs, ma anche i romanzi di Irvine Welsh, o i racconti su sesso e sbronze di Bukowski. Anche Suttree di McCarthy penso possa essere un buon consiglio.

Qual è il progetto su cui stai lavorando attualmente, e cosa ti entusiasma di più?
Principalmente, mi sto dedicando a una raccolta di racconti horror e sci-fi. Ma lavoro anche a un nuovo romanzo, un noir urbano. Parallelamente, dissemino soggetti e sceneggiature, nella speranza di destare l’interesse di qualche produttore.

Qual è la lezione più importante che hai imparato finora come scrittore?
Se quello che stai scrivendo, mentre lo scrivi, non ti emoziona o diverte, non puoi sperare che emozioni o diverta un possibile lettore. Se lo scrittore non prova nulla, anche il lettore resterà indifferente.

Questionario di Holden: Lorenzo Gasparrini

Hai rituali particolari per entrare nel “mood” giusto prima di scrivere?
Amo il mare e una volta che sento la necessità di scrivere comincio a cercare una location fronte mare. Metto una giusta playlist che spazia dai Pink Floyd a Mina, apro il PC e scrivo vivendo insieme ai personaggi ogni momento.

Scrivi in un ordine preciso o ti lasci sorprendere dagli sviluppi della trama?
La bellezza di scrivere è stato proprio il fatto di sviluppare di volta in volta ogni fatto senza preventivamente definire la struttura del libro. Mi sono lasciato trasportare dagli avvenimenti riconoscendomi nel personaggio principale.

Preferisci immergerti in un libro cartaceo, ascoltarlo in versione audiolibro o leggerlo su un dispositivo digitale? E perché?
Amo leggere un libro cartaceo. Mi piace l’odore della carta e la possibilità di soffermarsi sulle pagine che più mi attraggono e rileggerle. In questo modo mi immergo completamente nella storia.

Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato?
Sono un appassionato di storia e amo fare camminate tra le rovine dell’antica Roma, con una musica adatta in sottofondo. Osservo attentamente i particolari che riportano alla vita quotidiana vissuta per entrare in contatto con i luogo e il passato.

Come scegli i libri che leggi? Ti lasci guidare dalle recensioni, dai consigli di amici o dall’istinto del momento?
Mi lascio trasportare interamente da quello che sento nel momento in cui entro in una libreria. Guardo la copertina, apro al centro del libro e leggo tre righe. Se mi tocca le corde giuste lo acquisto immediatamente.

Questionario di Holden: Gian Carlo Fanori

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Scrivo con il computer. I miei testi sono il risultato di una serie di prove, correzioni, cancellature, e l’opportunità che il computer offre di avere sempre la pagina in ordine, per quanto mi riguarda è straordinaria.

Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Preferisco la solitudine. Scrivere, come diceva Hemingway, è un mestiere duro, per quanto possa piacerti, e io non riuscirei a combinare nulla di buono se fossi distratto da persone o altro. Ma non tutti siamo uguali, naturalmente.

Hai rituali particolari per entrare nel “mood” giusto prima di scrivere?
Non aspetto l’ispirazione per scrivere, fosse per questo finora avrei prodotto ben poco, non sarei al mio quarto romanzo. Nessun particolare rituale per iniziare, se non combattere l’iniziale voglia di scappare dai guai che garantisce la tastiera.

Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti?
Il blocco dello scrittore io ce l’ho tutti i giorni. Come lo combatto? Scrivendo. Inizio, rileggo, non mi piace, correggo; ricomincio. Ma alla lunga la passione prevale, e le pagine si inseguono, una dopo l’altra, mai meno di 200 nei miei romanzi.

Rileggi mai il tuo libro – o parti dello stesso – ad alta voce?
Sì, certo, considero la lettura del testo ad alta voce molto importante. Permette di sentire il suono delle frasi, verificare se siano corrette anche quando pronunciate.

Questionario di Holden: Jessica Venga

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Purtroppo al computer. Adoro scrivere a mano, sentire il suono della penna sulla carta, osservare l’inchiostro che scorre. Il computer però è più comodo per poter correggere gli errori e inviare le copie alle persone e quindi mi sono dovuta adattare.

Hai mai sperimentato il blocco del lettore? Come l’hai superato?
Molte volte! Le strategie che adotto per superarlo sono due e sono anche un po’ antitetiche: la prima è dedicarmi per un po’ di tempo ad altre letture e il secondo è impostare una quantità di pagine da leggere in modo da superare il blocco.

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
Direi i combattimenti e le scene di guerra. Ho un po’ di difficoltà a descrivere strategie e movimenti corporei coerenti e realistici perché fatico a immaginarmeli concretamente.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
Direi la serie di Harry Potter. Anche se a oggi non è la mia serie preferita, è la prima che ho letto quando avevo ben sei anni e all’epoca tutta quell’atmosfera fantastica mi aveva davvero emozionato tanto!

Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Assolutamente in solitudine, non riesco a scrivere se c’è qualcuno intorno a me.

Recensione “Il declino dell’impero Whiting” di Richard Russo

Traduzione di Paola Bertante 
Neri Pozza

Ci sono libri che mi attirano subito perché raccontano vite un po’ storte, famiglie complicate, persone che la vita non ha trattato con troppa delicatezza.
La storia ruota attorno a Miles Roby, che gestisce un diner in una piccola città del Maine dove tutto sembra rallentato, quasi fermo. Intorno a lui si muovono persone imperfette, spesso sconfitte, ma ancora ostinatamente in piedi: famiglie che si trascinano dietro vecchie ferite, relazioni che non sono mai semplici, tentativi di riscatto che a volte arrivano troppo tardi.
Sono i personaggi che preferisco: quelli un po’ disadattati, quelli che sbagliano, quelli che cercano di fare del loro meglio anche quando la vita li mette all’angolo.
Alla fine resta la sensazione di aver passato del tempo con persone vere, con le loro fragilità e le loro piccole resistenze quotidiane. Ed è proprio questo che mi fa affezionare a certi romanzi: la capacità di raccontare la fatica di vivere, ma anche la dignità con cui si continua a provarci.

a cura di Marco Palagi