
Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Sono una eccezione. Preferisco scrivere con qualcuno intorno. Solo aumentano le distrazioni. Mi alzo dalla sedia, guardo il telefono, accendo la televisione. Con qualcuno vicino che sta anch’esso lavorando, mi assumo il compito di non disturbare.
C’è una tematica ricorrente nelle tue opere? Se sì, quale?
La storia. Ho una passione per la storia. In particolare mi affascina quell’area di confine tra la Storia con la maiuscola e le storie delle persone normali, semplici. E di come le “due storie” si intersecano e si influenzano reciprocamente.
Scrivi in un ordine preciso o ti lasci sorprendere dagli sviluppi della trama?
Prima di iniziare a scrivere mi doto di un canovaccio preciso. Proseguendo nel lavoro però tutto cambia. Non rispetto quasi mai il filo conduttore che io stesso ho creato. È come se personaggi e situazioni mi prendessero per mano e decidessero loro.
Se il tuo libro fosse un album musicale, quale genere o artista sarebbe la colonna sonora ideale?
Considerata la passione per la storia e, soprattutto, per “le” storie amo gli artisti che sanno raccontare storie. Quindi i cantastorie. Alcuni cantautori italiani e i folksinger americani. Dovendo citare qualcuno direi Dylan, Springsteen, Guccini.
Ti capita mai di scrivere in uno stile o genere diverso da quello che solitamente adotti? Perché?
Sì. Ho la velleità di essere poliedrico e, a volte, provo a uscire dal mio ambito di scrittore di racconti storici. Anche se poi (quasi) tutti mi dicono grosso modo così: “Ma se ti piace e sei bravo a fare una cosa perché vai a cercarti dei problemi?”







