Recensione “Lo straniero” di Albert Camus

Traduzione di Sergio Claudio Perroni 
Bompiani

Meursault osserva il mondo come se fosse sempre un passo indietro rispetto agli altri: non cerca giustificazioni, non recita emozioni che non sente, non si adatta alle aspettative di chi lo circonda. Ed è proprio questa sua estraneità a renderlo così inquietante.
La scrittura di Camus è limpida, quasi fredda, ma sotto quella superficie si muovono domande enormi sul senso della vita, sul giudizio degli altri e sull’assurdità dell’esistenza. È uno di quei romanzi brevi che si leggono in pochi giorni e continuano a lavorare dentro per molto più tempo.

Ma tutti sanno che la vita non vale la pena di essere vissuta. In fondo sapevo che morire a trent’anni o a settanta importa poco, giacché in entrambi i casi, naturalmente, altri uomini e altre donne continueranno a vivere, e questo per migliaia di anni. In sostanza, era tutto chiarissimo. A morire ero sempre io, subito o tra vent’anni che fosse.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Crepuscolo” di Kent Haruf

Traduzione di Fabio Cremonesi 
NN Editore

Kent Haruf racconta vite ordinarie con una delicatezza rara: persone che lavorano, soffrono, sbagliano, si prendono cura gli uni degli altri. Non accade nulla di clamoroso, eppure ogni pagina sembra ricordarci qualcosa che avevamo dimenticato sulla gentilezza, sulla solitudine e sulla dignità delle piccole cose.
È un romanzo che procede piano, come una sera d’estate in cui la luce tarda ad andarsene. E quando lo chiudi, ti accorgi che quei personaggi sono rimasti con te più di quanto avresti immaginato.

Rimase a lungo in ginocchio accanto a lui, senza muoversi, un vecchio e il suo vecchio fratello sprofondati nella terra soffice tra le assi di un recinto sotto un nuvoloso cielo di ottobre.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Kallocaina” di Karin Boye

Traduzione di Vincenzo Lattonico, Barbara Alinei 
Iperborea

Una distopia sottile e inquieta, dove non basta più obbedire: bisogna essere trasparenti anche dentro.
Con l’invenzione di un siero che costringe alla verità, Karin Boye scava nella parte più fragile dell’uomo: quella che vorrebbe restare segreta.
Un romanzo breve, lucidissimo, che fa paura non per ciò che mostra, ma per ciò che potrebbe essere.

Voi costruite dall’esterno, noi costruiamo dall’interno. Voi costruite usando voi stessi come pietre da costruzione e crollate a pezzi dentro e fuori. Noi siamo costruiti dall’interno come alberi e tra noi crescono ponti che non sono di materia morta e morta coercizione. Da noi esce quel che è vivo. In voi entra quel che è privo di vita.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Il sesso delle ciliegie” di Jeanette Winterson

Traduzione di Carlo A. Corsi 
Mondadori

Un romanzo visionario, pieno di immagini che restano impresse più della trama stessa.
Non c’è una storia lineare, ma un intreccio di voci e tempi che si sfiorano e si contraddicono: la Londra seicentesca, personaggi fuori misura come la Donna Cane, viaggi che sembrano sogni più che percorsi reali. Tutto si muove in uno spazio dove la realtà si piega all’immaginazione.
Forse non si può definire un romanzo nel senso più classico del termine, ma un’esperienza, quasi una deriva controllata tra simboli, fiabe riscritte e riflessioni sul tempo e sul corpo.

“C’erano quelli secondo cui l’amore, sempre che se ne accetti l’esistenza, deve esser tenuto sotto controllo con le nozze e coi legami familiari in modo che il suo calore intenso riscaldi il focolare senza appiccare il fuoco alla casa. Secondo altri, invece, solo la passione poteva liberare l’anima dalla sua capanna di fango; solo lasciando correre il cuore come una lepre braccata e inseguendolo fino al tramonto un uomo o una donna potevano dormire sonni tranquilli.”

Quella notte due innamorati che sussurravano sotto la navata a piombo della chiesa rimasero vittime della loro stessa passione. Il profluvio delle loro parole, impossibilitato a sfuggire all’intransigenza saturnina del piombo, aveva riempito la navata al punto che l’aria era stata completamente eliminata. I due innamorati morirono soffocati ma, quando il sagrestano aprì il portoncino, le parole lo scaraventarono per terra, desiderose com’erano di guadagnare la libertà, e furono viste volare alte sopra la città in forma di colombe.”

a cura di Marco Palagi

Recensione “Il declino dell’impero Whiting” di Richard Russo

Traduzione di Paola Bertante 
Neri Pozza

Ci sono libri che mi attirano subito perché raccontano vite un po’ storte, famiglie complicate, persone che la vita non ha trattato con troppa delicatezza.
La storia ruota attorno a Miles Roby, che gestisce un diner in una piccola città del Maine dove tutto sembra rallentato, quasi fermo. Intorno a lui si muovono persone imperfette, spesso sconfitte, ma ancora ostinatamente in piedi: famiglie che si trascinano dietro vecchie ferite, relazioni che non sono mai semplici, tentativi di riscatto che a volte arrivano troppo tardi.
Sono i personaggi che preferisco: quelli un po’ disadattati, quelli che sbagliano, quelli che cercano di fare del loro meglio anche quando la vita li mette all’angolo.
Alla fine resta la sensazione di aver passato del tempo con persone vere, con le loro fragilità e le loro piccole resistenze quotidiane. Ed è proprio questo che mi fa affezionare a certi romanzi: la capacità di raccontare la fatica di vivere, ma anche la dignità con cui si continua a provarci.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Corregidora” di Gayl Jones

Traduzione di Sara Antonelli 
Feltrinelli

Questo libro ti resta addosso come un livido!
È la storia di Ursa, ma è soprattutto la storia di un’eredità che non si può scegliere. Un passato che pretende di essere ricordato attraverso il corpo, attraverso il sangue, attraverso le generazioni. Quando quel corpo non può più “fare memoria”, cosa resta? La voce. Il blues. Una lingua spezzata che continua a raccontare.
Non è un romanzo che cerca empatia facile. È ruvido, ossessivo, a tratti doloroso. Ma lo vuoi leggere, non riesci a staccartene, devi andare avanti, devi finirlo, cerchi un’espiazione per quel dolore che passa dalla carne.

All’ospedale i medici dissero che mi dovevano togliere l’utero. Dopo questo fatto io e Mutt non stavamo più insieme. Quando ho saputo quello che sarebbe successo non gli ho permesso neppure di venire a trovarmi in ospedale. Hanno detto che, quando ancora non lo sapevo, lui veniva. Hanno detto che nel mio delirio bestemmiavo contro di lui e pure contro i dottori e le infermiere.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Ne muoiono più di crepacuore” di Saul Bellow

Traduzione di Marco e Dita Paggi 
Mondadori

Pensavo di trovare una storia d’amore, in realtà ho trovato una storia sull’ingenuità.
Kenneth racconta lo zio Benn, botanico celebre, uomo intelligentissimo, capace di orientarsi tra piante rare e teorie scientifiche… ma completamente disarmato davanti alle donne che incontra. Si innamora, si fida, si espone. E ogni volta qualcosa si incrina: interessi economici, ambizioni, piccoli giochi di potere che lui sembra non voler vedere.
Non è una trama piena di colpi di scena. È fatta di dialoghi, di osservazioni, di situazioni quotidiane che diventano lentamente rivelazioni. È il racconto di come si possa essere fortissimi nel pensiero e fragilissimi nei sentimenti.
Mi ha colpito questo: la sproporzione.
La lucidità mentale da una parte, la vulnerabilità dall’altra.
Bellow non ridicolizza Benn. Lo guarda con affetto, e attraverso Kenneth sembra chiederci quanto siamo davvero consapevoli quando entriamo in una relazione. Quanto vediamo davvero dell’altro. Quanto scegliamo di non vedere.
È un romanzo che parla di amore senza romanticismo.
Di uomini che cercano qualcosa che non sanno nominare.
Di ferite che non fanno rumore ma cambiano la traiettoria di una vita.
E sì, forse è vero: non si muore quasi mai per grandi tragedie. Ma si cambia per crepacuore.

«Il cuore gonfio d’affanno ha ucciso moltissimi uomini.» E si può tranquillamente concludere che ne muoiono più di crepacuore che per via delle radiazioni. Eppure non ci sono movimenti di massa contro il crepacuore, né dimostrazioni per le strade.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Piano meccanico” di Kurt Vonnegut

Traduzione di Vincenzo Mantovani 
Bompiani

C’è un momento, leggendo questo romanzo, in cui smetti di pensare che stia parlando del futuro e capisci che sta parlando di noi.
Vonnegut immagina una società perfettamente efficiente, dove le macchine hanno preso il posto degli uomini. Tutto funziona. Tutto è organizzato. Tutto è calcolato.
Tranne una cosa: il senso di essere necessari.
Il protagonista, Paul Proteus, è uno di quelli che “ce l’ha fatta”. Eppure sente che qualcosa non torna. Perché quando il lavoro non ti appartiene più, quando la competenza diventa un privilegio per pochi e l’utilità un algoritmo, resta una domanda semplice e feroce: che valore ha una vita se non serve a nulla?
Questo romanzo è oggi di un’attualità quasi inquietante. Non è solo una distopia sull’automazione: è una riflessione sull’identità, sulla dignità e sul bisogno umano di contare qualcosa.

Era un’idea spaventosa, essere integrato nel meccanismo della società e della storia così bene da potersi muovere solo su un piano e in una sola direzione.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Pagine di silenzio” di Diego Gerard Morrison

Traduzione di Chiara Voltini
Mattioli 1885

Morrison racconta il Messico della violenza e delle sparizioni senza cedere alla retorica o allo spettacolo del dolore. La scrittura è molto densa, lirica, a tratti ipnotica: ogni pagina sembra scavare e suggerire più che spiegare e dire. Il passato personale del protagonista si intreccia con quello di un paese intero, in un continuo dialogo tra memoria, colpa e identità. Un libro che dimostra come la letteratura possa ancora essere uno spazio di resistenza e di verità.

“A notte fonda, scesero verso le luci infinite e lampeggianti di Guadalajara. Nel riflesso del finestrino dell’autobus, il volto di Evelina era profondamente in ombra, irriconoscibile, il suo nuovo taglio di capelli quasi invisibile nella luce fioca. Oltre il vetro, i cani abbaiavano, invisibili anch’essi, nelle profondità della notte.”

a cura di Marco Palagi

Recensione “Per la gloria” di James Salter

Traduzione di Katia Bagnoli
Guanda

Un romanzo sulla misura sbagliata delle cose.

Nel cielo della Guerra di Corea, James Salter racconta uomini che inseguono la gloria come fosse una prova definitiva di esistenza, scoprendo invece quanto sia fragile, transitoria, quasi insignificante. Cleve Connell vola per vincere, ma ciò che ottiene è soprattutto una forma di solitudine: quella di chi confonde il riconoscimento con il senso.

“Era venuto pronto a adempiere un dovere, ma adesso non ne era più sicuro. Era venuto per raggiungere l’apice del successo, ma in un certo senso aveva smesso di desiderarlo. Voleva di più, voleva sentirsi al di sopra del desiderio, libero dall’obbligo di perseguirlo. E sapeva, con assoluta certezza, che non ci sarebbe mai riuscito. Era prigioniero della guerra. Se non avesse abbattuto degli aerei nemici avrebbe fallito, non solo ai propri occhi, ma agli occhi di tutti.”

a cura di Marco Palagi