Questionario di Holden: Donatella Sarchini

Quali sono i tuoi scrittori/poeti preferiti?
Amo quegli autori che intrecciano a più livelli realtà e immaginazione e che esplorano con coraggio i confini incerti tra razionalità e mistero, suscitando profonde riflessioni: Murakami Haruki, José Saramago, James Ballard, Ian McEwan.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
Scrivere per me è una necessità, i miei racconti sono nati uno dopo l’altro nel corso degli anni. Recentemente ho deciso di collegarli tra loro come perle di una collana per cercare di raccontare al meglio la poliedricità degli esseri umani.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
A undici anni ho letto L’uomo senza qualità di Robert Musil, un romanzo bellissimo che ha impresso una svolta decisiva alla mia vita, perché dopo averlo letto ho promesso a me stessa che da grande avrei scritto un libro anch’io.

Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti?
Credo che il “blocco” riguardi solo gli scrittori professionisti, e che sia legato all’ansia da prestazione indotta dai contratti editoriali a lungo termine. Se invece si scrive soltanto per passione, si scrive in ogni momento libero a disposizione.

Se non fossi una scrittrice, quale altra professione ti piacerebbe intraprendere?
Se non sapessi esprimermi con le parole, non rinuncerei comunque alla mia grande necessità di raccontare storie. Allestirei racconti per immagini, come faccio praticamente da sempre con la pittura e con la fotografia.

Recensione “Underworld” di Don Delillo

Traduzione di Delfina Vezzoli
Einaudi

Con Underworld non ho avuto un rapporto immediato. È uno di quei libri che non ti viene incontro: devi essere tu ad avvicinarti, con calma, accettando anche la fatica.
Leggendolo ho avuto spesso la sensazione di muovermi dentro una massa enorme, fatta di memoria, storia, ossessioni, frammenti che si richiamano senza mai chiudersi davvero.
Non è una lettura rassicurante né lineare, ma più andavo avanti più capivo che era giusto così. Underworld ti costringe a rallentare, a restare dentro le cose, a guardare ciò che normalmente preferiamo ignorare.
Quando l’ho finito non ho pensato “che bel romanzo”, ma “che esperienza”. Ed è una differenza che, per me, conta molto.

Si mette alla finestra a guardare la strada sottostante. A scuola gli dicono sempre di smetterla di guardare fuori dalla finestra. Questo o quell’insegnante. La risposta non è là fuori, gli dicono. E lui vorrebbe sempre rispondere che invece è proprio là, che sta la risposta. C’è chi guarda fuori dalla finestra e c’è chi si mangia i libri.

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Carlo Pruneti

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Generalmente scrivo direttamente sul pc o sul portatile, salvo improvvise intuizioni. Tipo una sera, già a letto, mi sono dovuto alzare a scrivere un’idea che mi era venuta in mente, o in treno, dove scrivo su un quaderno rilegato che porto con me.

Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Se “ispirato”, mi può capitare di scrivere ovunque. Ricordo una volta, in autostrada, mi venne un’idea mentre guidavo, per cui mi fermai all’autogrill e scrissi un paio di pagine. Posso scrivere anche in treno, ma l’ideale è la sera sul pc di casa.

Qual è il progetto su cui stai lavorando attualmente, e cosa ti entusiasma di più?
Sto penando ad un possibile proseguo della storia presentata ne Il viaggio, qualche pagina è già venuta fuori così come il titolo: Risvegli, vedremo se e cosa potrà venire fuori.

Preferisci immergerti in un libro cartaceo, ascoltarlo in versione audiolibro o leggerlo su un dispositivo digitale? E perché?
Ho una predilezione per il libro cartaceo, seguo le varie recensioni sui quotidiani e internet e, quando gli impegni di lavoro me lo permettono, vado volentieri alle presentazioni. Letteralmente non posso entrare in libreria ed uscire a mani vuote.

Hai una biblioteca personale o collezioni edizioni particolari di libri che ami?
Mi piace tutta la narrativa del ‘900 e oltre, con una predilezione, soprattutto giovanile, per la fantascienza. Ma ho anche libri di saggistica. Amo in particolare Ray Bradbury e Isaac Asimov, ma posso spaziare da Pirandello a Stephen King a Manfredi.

Questionario di Holden: Nanna J. Arland

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
Sicuramente la struttura del mondo Onirico e del Tratto come ponte tra le due finestre dei protagonisti. Non è facile scrivere e descrivere al meglio un nuovo modo di comunicare e di reinterpretare l’idea che abbiamo del “mondo dei sogni”.

Chi sono gli autori che influenzano maggiormente il tuo stile di scrittura?
Sono cresciuta con J.K. Rowling per poi approcciarmi ad autori come Sarah J. Maas e Castaneda. I sogni, le lotte, i balli a corte. Enemies to lovers, dark fantasy, romantasy. Ogni libro letto, ogni avventura ha influenzato il mio stile di scrittura.

Qual è il progetto su cui stai lavorando attualmente, e cosa ti entusiasma di più?
La saga di “Cronache oniriche” è ciò su cui mi sto focalizzando ormai da tempo. È un progetto ambizioso e la mia protagonista ne deve ancora passare di situazioni. Allo stesso tempo sto lavorando a un altro libro, un dark fantasy per la precisione.

Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato?
I fiordi norvegesi e le sabbie dorate su cui Achille si allenava. C’è un mix di mitologie, culture e usanze ben equilibrato. La mia protagonista è un’onirica, figlia dei fiordi con la capacità di esplorare il mondo onirico. Insomma, una vichinga.

Se il tuo libro fosse adattato in un film, chi vorresti che interpretasse i protagonisti?
Ho il mio fan cast da tempo. James McAvoy come Adhemàr ed Eva Green come Lysegreen. Per i gemelli invece Matthew Daddario ed Emeraude Toubia. Ma ho tanti volti a cui darei dei ruoli! Si accettano proposte ovviamente!

Recensione “La vendetta” di Agota Kristof

Traduzione di Maurizia Balmelli
Einaudi

Leggendo La vendetta ho avuto spesso la sensazione che Kristóf scrivesse trattenendo il fiato. I racconti sono brevi, spogli, inevitabili. Succede qualcosa di duro, a volte di crudele, e nessuno lo commenta, nemmeno l’autrice. La vendetta non è un riscatto, è solo ciò che resta quando non c’è più nulla. È un libro che non accompagna il lettore: lo lascia solo, come fanno certe verità dette senza enfasi. L’ho chiuso in fretta, ma non l’ho lasciato andare.

Avevi paura di nascere, e ora hai paura di morire.
Hai paura di tutto.
Non bisogna avere paura.
C’è semplicemente una grande ruota che gira. Si chiama Eternità.
Sono io che faccio girare la grande ruota.
Non devi avere paura di me.
E neanche della grande ruota.
L’unica cosa che può fare paura, che può fare male è la vita, e quella la conosci già.”
Racconto “La grande ruota”


a cura di Marco Palagi

Recensione “All’ombra del padre” di Richard Russo

Traduzione di P. Bertante
Sonzogno

Questo lungo romanzo mi ha fatto tornare in un luogo che conosciamo tutti: quello in cui l’amore non è semplice, non è detto, ma pesa. È la storia di un padre difficile da amare, la cui presenza pesa come un’ombra lunga, e di un figlio che cresce cercando spazio per respirare. Un libro che fa male in silenzio. Richard Russo scrive con una delicatezza che disarma, senza giudicare, senza spiegare troppo e racconta l’amore imperfetto, quello che non sa dirsi, fatto di assenze, ironia amara e tentativi goffi di restare vicini. Leggendolo ho avuto la sensazione che parlasse anche di me, di quello che resta dei nostri padri dentro di noi. È una storia che somiglia alla vita: ti prende piano, poi ti accorgi che parla anche di te. E quando chiudi l’ultima pagina, qualcosa resta, come un nodo alla gola che non se ne va. Un libro che non si dimentica, perché non chiede di essere capito, ma sentito.

“La nostra era probabilmente l’unica casa di Mohawk sempre chiusa a chiave. L’unica a dover rimanere tale, diceva mia madre. Io sapevo perché, anche se non avrei dovuto. Era per tener fuori mio padre.”

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Alessandro Belogi

Quali sono i tuoi scrittori/poeti preferiti?
I miei scrittori preferiti sono quelli di cui, ogni volta che li leggo, provo un sentimento di vertigine. Mi fanno sentire piccolo all’ombra della loro grandezza. Tra tutti, penso che il più brutalmente perfetto sia Kundera.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
La necessità di scrittura che sento dentro di me. Un desiderio quasi doloroso di comunicare il mio mondo interiore, imperfetto e sfuggente. Dargli vita attraverso le parole così da non lasciarlo marcire inespresso.

C’è una tematica ricorrente nelle tue opere? Se sì, quale?
La fuga costante dal reale, la ricerca di un rifugio attraverso l’immaginazione. Questo con tutti i suoi disagi: l’isolazione, lo straniamento dalla contemporaneità, l’incomunicabilità tra il proprio mondo interiore e l’esterno.

Se il tuo libro fosse un album musicale, quale genere o artista sarebbe la colonna sonora ideale?
Questo libro, pur chiamandosi “Blues”, lo sento più rock. Il rock degli anni ’60 e ’70, Led Zeppelin, King Crimson e Pink Floyd. Una bestia informe che ricerca insaziabilmente la bellezza, come appunto Echos dei Pink Floyd o Starless dei King Crimson.

Come affronti il momento in cui una storia che hai scritto giunge alla fine?
Mi sento vuoto e inizialmente triste. Ho sempre il terrore di non aver comunicato tutto quello che dovevo, di non aver reso alla perfezione l’idea che avevo in mente. Poi, rileggendo, se il lavoro è fatto a dovere, mi sento finalmente completo .

Questionario di Holden: Alessandro Dell’Aira

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
Concepirlo come una serie di cartoline dipinte con i piedi. Qualcuno mi aveva chiamato scrittore che non sa riconoscere le metafore. Lo aveva detto in modo sarcastico: uno spunto ideale per scrivere capitoli pieni di metafore chiarissime.

Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti?
Se l’ho vissuto è stato perché avevo di meglio da fare. Semmai sono un narratore, ho i miei trucchi: per esempio, narro qualcosa su Facebook partendo da un’immagine e in poche battute come in un tweet. Per me Facebook è un diario e una palestra.

Quando inizi a scrivere, hai già una visione chiara della trama o segui l’ispirazione del momento?
Dipende da che storia è. Se è una storia su vicende realmente accadute, la trama è chiara in partenza anche se l’intreccio no. Se è una storia tutta fantastica, neppure la inizio. Non sarei capace di scriverla e neppure di montarla.

Come affronti il momento in cui una storia che hai scritto giunge alla fine?
Non lo affronto, la storia di un romanzo in realtà non giunge mai alla fine. Il finale non è mai certo come l’incipit, perché magari a metà strada cambi idea, e a tre quarti pure. Mentre l’explicit non cambia mai.

C’è un libro in cui vorresti “vivere”?
L’Odissea. Non si sa chi l’ha scritta. Poi, perché adoro il mare, un tempo mi ci immergevo. Terzo, perché l’eroe torna a casa, mentre dal mare non è certo che si riemerga. Infine, perché ci sono ‘storie d’amore’ diverse, e il meglio è questo.