“Poesie di un immigrato” di Luca Marroni: una silloge che invita a sperimentare le emozioni, a cercare la bellezza, a conoscere gli orrori della vita…

a cura della redazione di lleggendoinsieme.blogspot.com

La silloge è un viaggio dell’eroe contemporaneo che scopre se stesso nei suoi flussi di emozioni e pensieri. Immigrato è colui che scrive, immigrato è colui che legge, immigrato è l’eroe mosso da un’urgenza interiore a fluire in un percorso sinuoso che non è di liberazione, ma di consapevolezza e manifestazione. Le prime due liriche che compongono la silloge “Stella cadente” e “Il cuore in gola” ben rappresentano questa spinta iniziale. Il leitmotiv di tutta la raccolta è dunque l’immigrazione, tematica che coinvolge le vicende attuali globali, ma che allo stesso tempo emerge come condizione umana ineluttabile.

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“Porto un nome pagano” di Venusia Marconi: una silloge passionale e coraggiosa

a cura della redazione

In questa silloge poetica c’è la passione amorosa e sensuale, il coraggio, la forza, la durezza dei momenti difficili, la tristezza di quelli apparentemente insormontabili, la fragilità dell’animo umano che si sporge, tendendo il corpo quasi verso la solitudine appesa lì, in aria, che sussurra promesse.
Impossibile non ritrovare l’Autrice in questi versi, il suo aggrapparsi a volte al buio accarezzando la luce con parsimonia, con delicatezza, quasi a volerle dire “non scottarmi troppo, stavolta”.
Sono versi che sembrano adattarsi al lettore, alle ansie e preoccupazioni quotidiane, mi fanno venire in mente la filosofia che sta alla base dell’arte marziale di Bruce Lee. “Svuota la tua mente,” diceva. “Sii senza forma. Senza limiti, come l’acqua. Se metti dell’acqua in una tazza, l’acqua diviene tazza. Se la metti in una bottiglia, diventa la bottiglia. In una teiera, diventa la teiera. L’acqua può fluire o spezzare. Sii come l’acqua, amico mio.”
E questi versi di Venusia Marconi non si nascondono dietro rime o figure retoriche fittizie. Passano attraverso occhi bagnati, lividi come ombre sul soffitto, labbra dipinte di rosso che cercano di sopravvivere in una domenica qualunque. Viene quasi la voglia di fare l’amore con le poesie, che diventano carne nel crepuscolo di un giorno fatale.
E quindi, tornando a Bruce Lee, l’Arno di questa silloge, quel fiume che fluisce e trascina ogni cosa, che raccoglie lacrime irrequiete e riflessi di mura in apparenza invalicabili, ha preso la forma di un libro di trentotto liriche. Sta a noi decidere se vogliamo riaprirne gli argini, connettendoli con quelli della nostra anima.

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