Recensione “Piano meccanico” di Kurt Vonnegut

Traduzione di Vincenzo Mantovani 
Bompiani

C’è un momento, leggendo questo romanzo, in cui smetti di pensare che stia parlando del futuro e capisci che sta parlando di noi.
Vonnegut immagina una società perfettamente efficiente, dove le macchine hanno preso il posto degli uomini. Tutto funziona. Tutto è organizzato. Tutto è calcolato.
Tranne una cosa: il senso di essere necessari.
Il protagonista, Paul Proteus, è uno di quelli che “ce l’ha fatta”. Eppure sente che qualcosa non torna. Perché quando il lavoro non ti appartiene più, quando la competenza diventa un privilegio per pochi e l’utilità un algoritmo, resta una domanda semplice e feroce: che valore ha una vita se non serve a nulla?
Questo romanzo è oggi di un’attualità quasi inquietante. Non è solo una distopia sull’automazione: è una riflessione sull’identità, sulla dignità e sul bisogno umano di contare qualcosa.

Era un’idea spaventosa, essere integrato nel meccanismo della società e della storia così bene da potersi muovere solo su un piano e in una sola direzione.

a cura di Marco Palagi