Questionario di Holden: Davide Sannia

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
È la sofferenza che mi spinge a scrivere. Può avere la forma di quella interiore – come dover farcela per forza dentro ogni lavoro stupido e mal pagato – o di quella esteriore, come i sogni lasciati in ogni piazzetta di periferia.

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
I dialoghi, infatti nel libro sono ridotti all’osso, minimali, perché non sono uno che parla tanto, preferisco pensare, riflettere, perdermi nei pensieri, come nei flussi di Joyce o di Virginia Wolf.

Quando inizi a scrivere, hai già una visione chiara della trama o segui l’ispirazione del momento?
La cosa bella dello scrivere è che quando inizio non so mai bene devo andrò a parare, di base ovviamente ho già tutta la trama congegnata, ma le narrazioni, le descrizioni spesso procedono come un flusso dove vogliono, è la parte più bella.

Se il tuo libro fosse un album musicale, quale genere o artista sarebbe la colonna sonora ideale?
Se fosse un genere sarebbe sicuramente un Blues. Cupo, melanconico, drammatico. Un album… la raccolta di Robert Johnson, il chitarrista che vendette l’anima al diavolo, come il Faust di Goethe.

Hai mai letto un libro e pensato: “Avrei voluto scrivere io questa storia”?
Più di una storia… quando lessi Illusioni perdute di Balzac pensai “Cavolo, non riuscirei mai a descrivere le cose così”.