Questionario di Holden: Alessandro Dell’Aira

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
Concepirlo come una serie di cartoline dipinte con i piedi. Qualcuno mi aveva chiamato scrittore che non sa riconoscere le metafore. Lo aveva detto in modo sarcastico: uno spunto ideale per scrivere capitoli pieni di metafore chiarissime.

Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti?
Se l’ho vissuto è stato perché avevo di meglio da fare. Semmai sono un narratore, ho i miei trucchi: per esempio, narro qualcosa su Facebook partendo da un’immagine e in poche battute come in un tweet. Per me Facebook è un diario e una palestra.

Quando inizi a scrivere, hai già una visione chiara della trama o segui l’ispirazione del momento?
Dipende da che storia è. Se è una storia su vicende realmente accadute, la trama è chiara in partenza anche se l’intreccio no. Se è una storia tutta fantastica, neppure la inizio. Non sarei capace di scriverla e neppure di montarla.

Come affronti il momento in cui una storia che hai scritto giunge alla fine?
Non lo affronto, la storia di un romanzo in realtà non giunge mai alla fine. Il finale non è mai certo come l’incipit, perché magari a metà strada cambi idea, e a tre quarti pure. Mentre l’explicit non cambia mai.

C’è un libro in cui vorresti “vivere”?
L’Odissea. Non si sa chi l’ha scritta. Poi, perché adoro il mare, un tempo mi ci immergevo. Terzo, perché l’eroe torna a casa, mentre dal mare non è certo che si riemerga. Infine, perché ci sono ‘storie d’amore’ diverse, e il meglio è questo.

Questionario di Holden: Brice Grudina

Quali sono i tuoi scrittori/poeti preferiti?
Ho iniziato a scrivere durante gli anni all’università, nella Facoltà di Lingue e Letterature di Cagliari. La passione è nata dopo aver scoperto le poesie, e soprattutto le vite tormentate dei poeti maledetti francesi. Tra tutti, Arthur Rimbaud.

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Dipende dai momenti: durante il giorno scrivo al computer, mentre la notte, quando avverto il bisogno di esprimermi e di lasciarmi andare, preferisco affidare i pensieri alla carta e scrivere a mano.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
Ho voluto dedicare un pensiero a tutte le donne: la donna è il perno attorno a cui ruota la vita del poeta. Inoltre, desidero che la poesia diventi uno strumento sociale, capace di offrire aiuto e conforto a chi ne ha bisogno.

Com’è il tuo spazio di scrittura?
Lavorando come docente, sto allestendo a casa un vero e proprio ufficio, uno spazio tutto mio dotato di tutto ciò che serve anche per scrivere. Una stanza silenziosa, isolata e soprattutto comoda.

C’è una tematica ricorrente nelle tue opere? Se sì, quale?
L’amore, in tutte le sue infinite sfumature, e la donna, sua eterna complice.

Recensione “Destini peggiori della morte” di Kurt Vonnegut

Traduzione di Graziella Civiletti
Bompiani

Vonnegut qui non costruisce una storia: apre una finestra su di sé. Tra memorie, appunti e conferenze, racconta le sue ferite e il suo modo di restare in piedi in un mondo spesso assurdo.
Il suo sarcasmo tenero attraversa tutto: guerra, politica, famiglia, arte. Sembra parlare direttamente al lettore, con quella lucidità storta che fa sorridere e pensare insieme.
Un libro che non offre risposte, ma uno spazio onesto in cui riconoscersi. E che ricorda, con gentilezza ruvida, che si può guardare il caos negli occhi e continuare comunque.

“Io so essere più svelto della Chiesa Cattolica Romana nell’annunciare chi è santo, dato che non richiedo prove da aula di tribunale sulla capacità dimostrata dal tal dei tali in almeno tre occasioni, di compiere magie con l’aiuto di Dio. Per me è sufficiente se una persona […] trova senza difficoltà che tutte le razze e le classi sono ugualmente rispettabili e interessanti, e non le ordina secondo il loro denaro.”

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Anna Chiara Venturini

Chi è il tuo primo lettore a libro finito?
Una donna preziosa. Creiamo le scene del romanzo, facendo collage su quadernoni che diventano una sceneggiatura. Facciamo shooting per promuovere il libro. Corregge le bozze, non le scappa niente, adora le virgole. Si chiama Alice, figlia meraviglia.

Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato?
Le sale affrescate del palazzo di una duchessa di fine ‘800. Quadri con i ritratti di famiglia, arredi. Ore trascorse in archivi, sommersa da fotografie e lettere, con grafie simili a stupendi scarabocchi da interpretare, il resto è lievitato da sé.

Hai una biblioteca personale o collezioni edizioni particolari di libri che ami?
Ho una biblioteca di circa 2000 volumi e li ho letti quasi tutti. Di loro so dove sono, in quale ripiano dormono. Di me loro sanno che li sveglio spesso dallo scaffale, qualcuno per colpa mia soffre d’insonnia. Nel loro silenzio scopro mille vissuti.

Qual è il momento più soddisfacente del processo di scrittura per te?
Quando arriva la mail dell’editore con l’allegato da revisionare. Allora mi siedo, comincio a sfogliare e incollo lo sguardo sul frontespizio e penso: “Ce l’ho fatta!” È in quell’attimo che la piccola creatura s’aggrappa per sempre alla mia felicità.

Se non fossi uno scrittore, quale altra professione ti piacerebbe intraprendere?
La Svuotasoffitte, così creerei storie nuove, le più diverse, scoprirei come la gente trattiene i ricordi o vuole dimenticare i propri vissuti. Sarebbe una corsia perfetta per lanciare al galoppo i cavalli bianchi della fantasia. Non li fermerei più.

Recensione “Train Dreams” di Denis Johnson

Traduzione di Silvia Pareschi
Mondadori

La vita di Robert Grainier scorre tra boschi, ferrovie e silenzi che sembrano parlare più delle parole. È la storia di un uomo qualunque, e proprio per questo universale: perdita, stupore, solitudine, un’America che cambia troppo in fretta.
Johnson scrive con una luce che taglia: semplice, nitida, capace di ferire e consolare nello stesso istante.
Un libro da leggere in un soffio, ma che resta dentro a lungo — come un treno che continua a passare nella memoria.
Super consigliata la visione del film tratto dal libro, disponibile su Netflix: atmosfere alla Terrence Malick, splendida fotografia, un Joel Edgerton nel ruolo del protagonista che tiene magnificamente in piedi un film fatto di silenzi, amore, dolore e rinascita.

“Grainier senti gli occhi di sua figlia posarsi su di lui nel buio, come quelli di una bestia presa in trappola. Era solo uno scherzo dei suoi pensieri, eppure gli mandò qualcosa di freddo giù per la schiena. Rabbrividì e si tirò su la trapunta fino al collo. Per tutta la vita Robert Grainier avrebbe ricordato quel preciso momento di quella precisa notte.”

a cura di Marco Palagi

Recensione “Le stelle si spengono all’alba” di Richard Wagamese

Traduzione di Nazzateno Mataldi
La nuova frontiera

Un ragazzo accompagna suo padre morente in un ultimo viaggio tra i boschi del Canada.
Non c’è redenzione facile, né lacrime sprecate. Solo la terra, il silenzio e due vite che provano — finalmente — a riconoscersi.
Wagamese racconta l’amore taciuto e la fragilità di chi cerca un posto nel mondo. La sua scrittura è limpida, ferma, piena di rispetto per la natura e per la dignità umana.
È un romanzo che parla piano ma lascia un’eco lunga: quella di un figlio che impara a vedere il padre, e di un uomo che trova la pace nel momento in cui il giorno si spegne.
Un libro da leggere lentamente, come si ascolta il crepitio del fuoco quando fuori nevica.

“Era quello il nocciolo della sua infanzia. Quelli i ricordi che custodiva dentro di sé. La fatica e il duro lavoro e il continuo spostarsi, inseguendo un’occupazione dopo l’altra, dimenticati in quella magia; il riversarsi delle parole dalla pagina e la sensazione di intimità in qualunque misero riparo potessero permettersi o che fosse messo a loro disposizione. La sua idea di famiglia racchiusa per sempre nell’abbraccio condiviso di una storia.”

a cura di Marco Palagi

Recensione “Serena” di Ron Rash

Traduzione di Valentina Daniele
La nuova frontiera

Una discesa elegante e feroce nel cuore oscuro dell’ambizione.
Nelle montagne degli Appalachi degli anni ’30, Serena e Pemberton costruiscono un impero di legno e sangue, sfidando tutto: la natura, la legge, il destino.
Rash firma un romanzo magnetico, dove la protagonista è una forza della natura: carismatica, spietata, impossibile da dimenticare. Una Lady Macbeth moderna che trascina chiunque nel suo vortice.
Un libro che ti rimane addosso, come l’odore del fumo dopo un incendio.
Consigliato a chi ama storie potenti, atmosfere cupe e personaggi che lasciano il segno.

“Voi uomini osservate così poco, Pemberton. La forza fisica è l’unico vantaggio del vostro sesso.”

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Helena Leinders

Qual è il momento più soddisfacente del processo di scrittura per te?
Quando sento che il lettore sta seguendo il coniglio bianco, sta entrando nel mio mondo e si sta perdendo in quello che scrivo. Vive e soffre insieme ai miei personaggi e mi chiede quando avrò finito di scrivere. Pensandoci sono un po’ sadica!

Come gestisci la critica costruttiva, sia da parte di lettori che di editori?
Sembrerà banale, ma la prendo come occasione di crescita. Spesso non è la pagina che lacrima, ma il nostro ego. Mi do’ una pacchetta sulla spalla, mangio un cioccolatino (ok, una torta al cioccolato), poi mi rimetto al lavoro!

Ti capita mai di scrivere in uno stile o genere diverso da quello che solitamente adotti? Perché?
Si, sono copywriter e ho imparato a usare varie voci, per lavoro. Spesso mi lascio anche influenzare dalle letture del momento, trovare la mia voce, ma la mia voce “leggibile” da scrittrice, non è stato facile, ma penso di avercela fatta!

Quando scrivi, cerchi di scrivere per un pubblico specifico o ti concentri prima di tutto su te stessa?
Mi attengo alla massima del grande Steven Spielberg che disse, nel suo On Writing: “Sono pagato per raccontare storie, non per autocommiserarmi”. Cerco quindi di prendere in mano il mio destino di cantastorie e appassionare le mie lettrici!

Come affronti il momento in cui una storia che hai scritto giunge alla fine?
Di solito capisco che una storia è finita proprio quando mi lascia in un silenzio esterrefatto. In quel momento solenne, mi capita di piangere, come se avessi perso un amico.

Questionario di Holden: Anna Paola Sanna

Quali sono i tuoi scrittori/poeti preferiti?
Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Marguerite Yourcenar, Marcel Proust, Virginia Woolf, Mark Twain, Ernest Hemingway, Emily Bronte. Tutti mi hanno fatto comprendere le infinite potenzialità della scrittura.

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Scarabocchio a matita appunti su un taccuino che porto con me, ma poi scrivo sul computer.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
Sentivo il bisogno di scrivere un libro che desse spazio esclusivamente alla mia immaginazione (senza ricerca storica), e avevo voglia di inventare una trama noir.

Chi sono gli autori che influenzano maggiormente il tuo stile di scrittura?
Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Marguerite Yourcenar e Ernest Hemingway. Per il linguaggio affine al parlato e alle volte mimetico in relazione ai luoghi e alle epoche. Mi piace anche in alcuni di loro il sottile umorismo.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
Pinocchio, di Carlo Collodi. Per il bellissimo linguaggio, le straordinarie avventure, la voglia insopprimibile di libertà del protagonista.