“Elettra” di Gian Carlo Fanori: una scrittura fluida che tiene avvinto il lettore fino al finale

a cura di librimagnetici.blogspot.com

È sempre difficile scrivere un libro con un’unica protagonista, perché si rischia di riempire pagine di monologhi che per noi lettori possono risultare davvero solo dei riempitivi. Se poi chi scrive è un uomo, a volte ci capita di leggere un punto di vista non proprio pertinente (e vi assicuro che ci sono letture di questo tipo e anche molto acclamate). Ma non è il caso di questa storia, che si è rivelata una lettura interessante, profonda e soprattutto reale. La protagonista e l’ambientazione, tutte italiane, rispecchiano perfettamente la società lavorativa italiana attuale, dove ancora ci sono mondi in cui si è convinti che la donna non possa e non debba “fare” quel lavoro.

continua a leggere sul sito

Acquista il libro in versione cartacea o in versione e-book

“Nel nome del figlio” di Simona Bertocchi: una grande prova narrativa!

a cura di septemliterary.altervista.org

Ricciarda Malaspina nacque nel 1497 e, nonostante le consuetudini dell’epoca, alla morte del padre che non ebbe eredi maschi divenne marchesa di Massa e signora sovrana di Carrara. Chissà, forse proprio la stranezza di questa condizione ne condizionò pesantemente il carattere: infatti le cronache dell’epoca ne tracciano un ritratto a tinte fosche, in cui Ricciarda sembra quasi il personaggio di una fiaba, inquietante nei comportamenti e nell’aspetto. Alcuni storici la descrivono infatti come una donna dalle spalle curve e magrissima, animata da una spaventosa brama di potere, sempre intenta a tramare intrighi e strategie per il suo personale interesse.

Continua a leggere sul sito

Acquista il libro in versione cartacea o in versione e-book

“When they see us”, la serie tv che mostra le storture e le lacune del sistema giudiziario americano

a cura della scrittrice Claudia Cangemi

Di questi tempi trovare una serie Tv davvero interessante non è facile. Come spesso accade, l’eccesso di offerta può creare difficoltà più che la sua carenza, e non è facile orientarsi tra tanti prodotti internazionali. A volte si finisce per optare per serie interpretate da attori famosi, o diretti da registi conosciuti. Altre ci si fida del passaparola, e questo a mio parere è il metodo migliore (ovviamente quando si hanno gusti simili).

Ho avuto modo di guardare, nelle ultime settimane, alcune miniserie, in particolare La regina degli scacchi, Mother father son, The undoing, Raised by wolves, tutte molto pubblicizzate e interpretate e/o dirette da star hollywoodiane di prima grandezza. Non dico che non mi siano piaciute per niente (salvo l’ultima, che ho abbandonato dopo tre puntate), tutte ben fatte e dignitose, però a entusiasmarmi è stata invece un’altra serie, consigliata da un’amica (che ringrazio): si intitola When they see us e – come ho scoperto solo dopo averla finita – ha avuto diverse candidature agli Emmy e ha vinto il premio per la miglior regia ad Ava DuVermay, regista e coautrice del soggetto. Non la conoscevo, ma scoprirò cos’altro ha fatto, perché una buona parte del merito va senz’altro a lei. Anche la sceneggiatura è ottima, ma lascia davvero sorpresi la bravura degli attori, quasi tutti perfetti sconosciuti almeno al grande pubblico. A rendere ancora più interessante la serie è il fatto che si tratti di una storia vera, storica e al tempo stesso di scottante attualità.

In breve la storia, per evitare spoiler: Cinque ragazzini di Harlem (tre afroamericani, due ispanici) una sera del 1989 si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Qualcuno aggredisce con ferocia una giovane runner, la violenta, la brutalizza e la lascia in fin di vita a Central Park. Serve subito un colpevole da servire sul piatto d’argento all’opinione pubblica, e i cinque ragazzini sono i perfetti capri espiatori. Non aggiungo altro per non rovinare il gusto di scoprire cosa accade nei quattro episodi da un’ora abbondante ciascuno. Dico solo che When they see us è un capolavoro di equilibrio, i personaggi sono perfettamente delineati e magistralmente interpretati, la storia prende e coinvolge. Inoltre attraverso la vicenda personale dei cinque ragazzini (tra i quattordici e i sedici anni) la serie mostra tutte le storture e le lacune del sistema giudiziario e soprattutto carcerario degli Stati Uniti. Si parla degli anni ‘90, ma purtroppo ben poco è cambiato da allora. 

Consiglio, insomma, a chi apprezza le storie vere e i racconti a sfondo sociale di non perdersi questa perla, prodotta e proposta da Netflix.