Catabasi (Ai margini di “Euridice per sempre”)

a cura dello scrittore Gaetano Cinque

Quando decisi di dedicarmi al mito di Orfeo ed Euridice per il mio romanzo, subito mi si pose il problema della rappresentazione del mondo degli Inferi e del viaggio di un vivo tra i morti.
Certo avevo dietro di me illustri predecessori, in particolare Omero, Virgilio e Dante. Lontano da me ogni velleità di gareggiare con giganti della letteratura, però non potevo prescindere dai loro versi.
In più avevo dalla mia parte un vantaggio, rappresentato dagli studi novecenteschi della psicanalisi.
Intanto il mondo dell’aldilà che mi andavo prefigurando doveva mantenere una dimensione psichica, nel senso che la rappresentazione esterna, cioè la geografia e la topografia degli Inferi, avrebbe sì avuto una sua oggettività, ma questa si sarebbe svolta con una soggettività tutta intima di chi stava affrontando il viaggio (e quindi anche mia come autore).
Orfeo avrebbe percorso i luoghi consolidati dalla tradizione mitologica, a partire dall’Averno (che conosco personalmente, avendo vissuto molti anni della mia giovinezza in terra flegrea), considerando i fiumi infernali, i Campi Elisi e così via.
Ma di fronte alla oggettività dei paesaggi mi sono immaginato la soggettività di un vivo che si vede avviato sul sentiero della morte. Quindi mi sono impegnato nella descrizione delle sensazioni che si possono provare: il freddo, il silenzio, la fine del tempo, il nulla.
Poi mi sono confrontato con l’aldilà della immaginazione mitologica.
Il regno di Ade è diviso in due mondi: il primo della vendetta e della punizione fisica, il Tartaro, il secondo quello dei Campi Elisi che accoglie le anime amate dagli dèi. Un mondo di beatitudine, dove il senso è sostituito dal piacere sentimentale.
L’aspetto più stimolante della mia ispirazione narrativa è stato quello di dare una risposta da vivo a ciò che si presenta come specificità della morte, a significare che mai sarà possibile avere effettiva coscienza della morte, perché quando si è da lei travolti non c’è più dimensione vitale che possa essere raccontata.
Questa immersione in un mondo che non c’è, può solo essere favorita da immaginazione poetica e musicale.
In fondo la musica della lira superba di Orfeo non fa altro che aprire attraverso forti emozioni i cuori di chi vuole andare oltre e immaginare l’inimmaginabile.
E così ho vissuto il mito di un uomo che può permettersi qualcosa di indicibile grazie alla sua forza emotiva prodotta dal suo credo poetico e musicale.
Quindi più che convincere gli dèi degli Inferi, la sua musica convince il suo cuore e gli permette di raggiungere la sua amata, che è tutta dentro il suo mondo interiore, a tal punto che, arrivato al termine del suo viaggio impossibile, può dire che ha con sé Euridice, ovvero il profilo della sua anima, perché è solo quella che può realisticamente conquistare.
Infine ho voluto proiettare anche nella condizione della morte alcune essenze, per me fondamentali, che sono proprie degli uomini vivi: quelle relative al ricordare e quelle destinate a provare per i simili pietà e solidarietà.
L’anima di Euridice che non vuole bagnarsi nel fiume Lete per non dimenticare il suo amato quando la raggiungerà dopo la sua morte e Orfeo che con la sua musica vede lenire le sofferenze del Tartaro, per cui intende continuare a diffondere questo sollievo anche se Hermes gli dice che non serve perché a breve tutto torna nel tormento.

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