Questionario di Holden: Damiano Trenchi

Quali sono i tuoi scrittori/poeti preferiti?
Tra i miei autori preferiti ci sono Luigi Pirandello, per la sua indagine sull’identità; Giacomo Leopardi, per la profondità del suo sguardo sull’uomo; Oscar Wilde, soprattutto per Il ritratto di Dorian Gray, così elegante e inquietante.

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Scrivo quasi sempre al computer, perché mi permette di seguire meglio il flusso dei pensieri, correggere subito e lavorare con più libertà sul testo. Per me la scrittura nasce dall’istinto, ma ha bisogno anche di ordine e rielaborazione continua.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
Mi ha spinto tutto ciò che, in amore, resta sospeso: le parole non dette, i ritorni che fanno male, le ferite che continuano a chiamarti per nome. Ho scritto questo libro per dare voce a ciò che spesso ci spezza e ci salva insieme.

Com’è il tuo spazio di scrittura?
Semplice: una scrivania, il mio computer e il silenzio necessario per ascoltarmi. È un luogo per me esistenziale e profondo che prende forma nel mio cuore e poi nella mia mente permettendomi di trasformare pensieri e sentimenti in forme e parole.

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
La cosa più difficile è stata dare un nome sincero al dolore, senza addolcirlo. Scrivere certe ferite ha significato attraversarle fino in fondo, ma anche trasformarle in parole capaci di restare, e forse di curare.

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