Recensione “Per la gloria” di James Salter

Traduzione di Katia Bagnoli
Guanda

Un romanzo sulla misura sbagliata delle cose.

Nel cielo della Guerra di Corea, James Salter racconta uomini che inseguono la gloria come fosse una prova definitiva di esistenza, scoprendo invece quanto sia fragile, transitoria, quasi insignificante. Cleve Connell vola per vincere, ma ciò che ottiene è soprattutto una forma di solitudine: quella di chi confonde il riconoscimento con il senso.

“Era venuto pronto a adempiere un dovere, ma adesso non ne era più sicuro. Era venuto per raggiungere l’apice del successo, ma in un certo senso aveva smesso di desiderarlo. Voleva di più, voleva sentirsi al di sopra del desiderio, libero dall’obbligo di perseguirlo. E sapeva, con assoluta certezza, che non ci sarebbe mai riuscito. Era prigioniero della guerra. Se non avesse abbattuto degli aerei nemici avrebbe fallito, non solo ai propri occhi, ma agli occhi di tutti.”

a cura di Marco Palagi

Recensione “Il quaderno dell’amore perduto” di Valérie Perrin

Traduzione di Giuseppe Maugeri
Edizioni e/o

Un romanzo che parla di assenze, di legami che non finiscono, di amori che continuano anche dopo la perdita.
Una scrittura è delicata ma profonda, capace di raccontare il dolore senza enfasi e la memoria come atto di resistenza.
Il quaderno del titolo diventa il simbolo perfetto di questo romanzo: un luogo in cui l’amore continua a esistere, anche dopo la perdita. Perché amare non significa solo avere qualcuno accanto, ma anche ricordarlo, pensarlo, portarlo con sé mentre la vita va avanti, imperfetta e ostinata.

“Il nonno si è seduto in un angolo. Con le braccia conserte, sembra perso nei suoi pensieri. Mentre lo guardo, mi domando perché mai ci s’innamori. Eppure io, che passo le giornate ad ascoltare storie, più di chiunque altro dovrei sapere che l’amore non tollera spiegazioni.”

a cura di Marco Palagi

Recensione “La strada per i cuori teneri” di Annie Hartnett

Traduzione di Patrizia Managò
Bompiani

Un romanzo on the road, ma soprattutto una storia di persone ammaccate, di famiglie improbabili, di seconde (e terze) possibilità. Si ride spesso, a volte di gusto, e poi – senza accorgersene – arriva quel momento in cui ti si stringe un po’ lo stomaco. Non perché succeda qualcosa di eclatante, ma perché ti riconosci nei personaggi e negli eventi raccontati.
C’è un uomo che non pensava più di dover essere responsabile di nessuno.
Ci sono dei bambini che imparano cosa vuol dire fidarsi.
C’è un viaggio che non serve tanto ad arrivare, quanto a rimettere insieme i pezzi.
È una storia tenera senza essere sdolcinata, ironica senza essere cinica. Di quelle che ti fanno pensare che, anche quando tutto sembra storto, qualcuno – o qualcosa – può ancora rimetterti in strada.
Consigliato a chi ama i romanzi pieni di umanità, a chi ha bisogno di una lettura che faccia sorridere e respirare un po’ più a fondo.
E a chi crede che i cuori teneri, alla fine, siano anche i più forti.

a cura di Marco Palagi

Recensione “A sangue freddo” di Truman Capote

Traduzione di Alberto Rollo
Garzanti

A sangue freddo non è un libro che ti accompagna: ti mette davanti a qualcosa che non vorresti guardare e ti chiede di restare lì.

Il delitto è terribile, ma il vero colpo sta nel modo in cui viene raccontato. Capote non giudica, non alza la voce, non cerca effetti. Ti fa entrare nella vita delle vittime e, cosa ancora più scomoda, in quella degli assassini. E a un certo punto ti rendi conto che non stai leggendo di mostri, ma di persone. È questo che inquieta davvero.
La scrittura è asciutta, controllata, quasi fredda. Proprio per questo colpisce più forte. Non ti lascia scampo né consolazione, solo domande: quanto siamo responsabili delle nostre azioni e quanto lo è il mondo che ci ha formati?
Non è una lettura facile né “piacevole”. Ma è una di quelle che restano addosso. E il silenzio che lascia, dopo l’ultima pagina, dice più di mille spiegazioni.

Loro [i Clutter] non mi avevano fatto del male. Come altri invece avevano hanno fatto. Come tanta gente ha fatto in tutta la mia vita. Forse c’è che i Clutter erano quelli che dovevano pagare per tutti.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes

Traduzione di Bruno Oddera
Editrice Nord

L’ho letto con un nodo alla gola che si stringeva pagina dopo pagina. All’inizio quasi non te ne accorgi, poi capisci che stai assistendo a qualcosa di profondamente umano: il desiderio di essere accettati, amati, riconosciuti. Charlie non chiede molto alla vita, e forse è proprio questo che fa più male.
La cosa che mi ha colpito di più è la delicatezza con cui Daniel Keyes racconta l’intelligenza, non come dono assoluto, ma come peso, come responsabilità. Crescere, capire, ricordare: non sempre rende più felici. Anzi, a volte fa scoprire solitudini che prima non sapevamo nemmeno di avere.

[…] ora capisco che la via ch’io scelgo nel labirinto fa di me quello che sono. Non sono soltanto una cosa, ma anche un modo di essere, uno dei tanti modi, e conoscere le vie che ho seguito e quelle che non ho preso mi aiuterà a capire che cosa sto diventando.

a cura di Marco Palagi

Recensione “L’uomo che cade” di Don Delillo

Traduzione di Matteo Colombo
Einaudi

Un libro che non cerca di raccontare un evento (quello della caduta delle Torri Gemelle) ma quello che succede dentro quando il mondo, all’improvviso, perde forma.
Pagina dopo pagina ho avuto la sensazione di camminare in una stanza dopo un’esplosione: tutto è ancora lì, ma niente è più al suo posto. Le parole di DeLillo sono fredde, misurate, e proprio per questo fanno male. Non spiegano, non consolano, restano.
È una lettura che ti chiede silenzio. E quando la chiudi, quel silenzio non se ne va subito. Rimane con te, come fanno le cose che hanno toccato un punto fragile.

Il mondo era anche questo, sagome dentro finestre a trecento metri d’altezza, che cadevano nel vuoto, e tanfo di combustibile in fiamme, e lo squarcio costante delle sirene nell’aria. Il rumore si posava ovunque fuggissero, strati di suono che si raccoglievano intorno a loro, e lui se ne allontanava e vi entrava al tempo stesso.

a cura di Marco Palagi

Recensione “La vita immaginata” di Andrew Porter

Traduzione di Ada Arduini
Feltrinelli

Un romanzo fatto di crepe, di esitazioni, di vite che non coincidono mai del tutto con l’idea che abbiamo di noi stessi.
Un libro che chiede attenzione, ma la ripaga con una profonda onestà emotiva.
Non consola, non giudica. Ti lascia lì, a fare i conti con quella distanza sottile tra la vita vissuta e quella che avevamo immaginato. E fa male il giusto — come fanno le cose vere.

Avevo sempre la sensazione di essermi nascosto dentro a un bunker per evitare le schegge di granata, o di inseguire ricordi e sogni. Per la metà del tempo avevo quasi la sensazione di non esserci, come se fossi stato svuotato e abbandonato. Come se fossi diventato il relitto della vita di qualcun altro.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Underworld” di Don Delillo

Traduzione di Delfina Vezzoli
Einaudi

Con Underworld non ho avuto un rapporto immediato. È uno di quei libri che non ti viene incontro: devi essere tu ad avvicinarti, con calma, accettando anche la fatica.
Leggendolo ho avuto spesso la sensazione di muovermi dentro una massa enorme, fatta di memoria, storia, ossessioni, frammenti che si richiamano senza mai chiudersi davvero.
Non è una lettura rassicurante né lineare, ma più andavo avanti più capivo che era giusto così. Underworld ti costringe a rallentare, a restare dentro le cose, a guardare ciò che normalmente preferiamo ignorare.
Quando l’ho finito non ho pensato “che bel romanzo”, ma “che esperienza”. Ed è una differenza che, per me, conta molto.

Si mette alla finestra a guardare la strada sottostante. A scuola gli dicono sempre di smetterla di guardare fuori dalla finestra. Questo o quell’insegnante. La risposta non è là fuori, gli dicono. E lui vorrebbe sempre rispondere che invece è proprio là, che sta la risposta. C’è chi guarda fuori dalla finestra e c’è chi si mangia i libri.

a cura di Marco Palagi

Recensione “La vendetta” di Agota Kristof

Traduzione di Maurizia Balmelli
Einaudi

Leggendo La vendetta ho avuto spesso la sensazione che Kristóf scrivesse trattenendo il fiato. I racconti sono brevi, spogli, inevitabili. Succede qualcosa di duro, a volte di crudele, e nessuno lo commenta, nemmeno l’autrice. La vendetta non è un riscatto, è solo ciò che resta quando non c’è più nulla. È un libro che non accompagna il lettore: lo lascia solo, come fanno certe verità dette senza enfasi. L’ho chiuso in fretta, ma non l’ho lasciato andare.

Avevi paura di nascere, e ora hai paura di morire.
Hai paura di tutto.
Non bisogna avere paura.
C’è semplicemente una grande ruota che gira. Si chiama Eternità.
Sono io che faccio girare la grande ruota.
Non devi avere paura di me.
E neanche della grande ruota.
L’unica cosa che può fare paura, che può fare male è la vita, e quella la conosci già.”
Racconto “La grande ruota”


a cura di Marco Palagi

Recensione “All’ombra del padre” di Richard Russo

Traduzione di P. Bertante
Sonzogno

Questo lungo romanzo mi ha fatto tornare in un luogo che conosciamo tutti: quello in cui l’amore non è semplice, non è detto, ma pesa. È la storia di un padre difficile da amare, la cui presenza pesa come un’ombra lunga, e di un figlio che cresce cercando spazio per respirare. Un libro che fa male in silenzio. Richard Russo scrive con una delicatezza che disarma, senza giudicare, senza spiegare troppo e racconta l’amore imperfetto, quello che non sa dirsi, fatto di assenze, ironia amara e tentativi goffi di restare vicini. Leggendolo ho avuto la sensazione che parlasse anche di me, di quello che resta dei nostri padri dentro di noi. È una storia che somiglia alla vita: ti prende piano, poi ti accorgi che parla anche di te. E quando chiudi l’ultima pagina, qualcosa resta, come un nodo alla gola che non se ne va. Un libro che non si dimentica, perché non chiede di essere capito, ma sentito.

“La nostra era probabilmente l’unica casa di Mohawk sempre chiusa a chiave. L’unica a dover rimanere tale, diceva mia madre. Io sapevo perché, anche se non avrei dovuto. Era per tener fuori mio padre.”

a cura di Marco Palagi