Recensione “A sangue freddo” di Truman Capote

Traduzione di Alberto Rollo
Garzanti

A sangue freddo non è un libro che ti accompagna: ti mette davanti a qualcosa che non vorresti guardare e ti chiede di restare lì.

Il delitto è terribile, ma il vero colpo sta nel modo in cui viene raccontato. Capote non giudica, non alza la voce, non cerca effetti. Ti fa entrare nella vita delle vittime e, cosa ancora più scomoda, in quella degli assassini. E a un certo punto ti rendi conto che non stai leggendo di mostri, ma di persone. È questo che inquieta davvero.
La scrittura è asciutta, controllata, quasi fredda. Proprio per questo colpisce più forte. Non ti lascia scampo né consolazione, solo domande: quanto siamo responsabili delle nostre azioni e quanto lo è il mondo che ci ha formati?
Non è una lettura facile né “piacevole”. Ma è una di quelle che restano addosso. E il silenzio che lascia, dopo l’ultima pagina, dice più di mille spiegazioni.

Loro [i Clutter] non mi avevano fatto del male. Come altri invece avevano hanno fatto. Come tanta gente ha fatto in tutta la mia vita. Forse c’è che i Clutter erano quelli che dovevano pagare per tutti.

a cura di Marco Palagi

Recensione “Fiori per Algernon” di Daniel Keyes

Traduzione di Bruno Oddera
Editrice Nord

L’ho letto con un nodo alla gola che si stringeva pagina dopo pagina. All’inizio quasi non te ne accorgi, poi capisci che stai assistendo a qualcosa di profondamente umano: il desiderio di essere accettati, amati, riconosciuti. Charlie non chiede molto alla vita, e forse è proprio questo che fa più male.
La cosa che mi ha colpito di più è la delicatezza con cui Daniel Keyes racconta l’intelligenza, non come dono assoluto, ma come peso, come responsabilità. Crescere, capire, ricordare: non sempre rende più felici. Anzi, a volte fa scoprire solitudini che prima non sapevamo nemmeno di avere.

[…] ora capisco che la via ch’io scelgo nel labirinto fa di me quello che sono. Non sono soltanto una cosa, ma anche un modo di essere, uno dei tanti modi, e conoscere le vie che ho seguito e quelle che non ho preso mi aiuterà a capire che cosa sto diventando.

a cura di Marco Palagi

Recensione “L’uomo che cade” di Don Delillo

Traduzione di Matteo Colombo
Einaudi

Un libro che non cerca di raccontare un evento (quello della caduta delle Torri Gemelle) ma quello che succede dentro quando il mondo, all’improvviso, perde forma.
Pagina dopo pagina ho avuto la sensazione di camminare in una stanza dopo un’esplosione: tutto è ancora lì, ma niente è più al suo posto. Le parole di DeLillo sono fredde, misurate, e proprio per questo fanno male. Non spiegano, non consolano, restano.
È una lettura che ti chiede silenzio. E quando la chiudi, quel silenzio non se ne va subito. Rimane con te, come fanno le cose che hanno toccato un punto fragile.

Il mondo era anche questo, sagome dentro finestre a trecento metri d’altezza, che cadevano nel vuoto, e tanfo di combustibile in fiamme, e lo squarcio costante delle sirene nell’aria. Il rumore si posava ovunque fuggissero, strati di suono che si raccoglievano intorno a loro, e lui se ne allontanava e vi entrava al tempo stesso.

a cura di Marco Palagi

Recensione “La vita immaginata” di Andrew Porter

Traduzione di Ada Arduini
Feltrinelli

Un romanzo fatto di crepe, di esitazioni, di vite che non coincidono mai del tutto con l’idea che abbiamo di noi stessi.
Un libro che chiede attenzione, ma la ripaga con una profonda onestà emotiva.
Non consola, non giudica. Ti lascia lì, a fare i conti con quella distanza sottile tra la vita vissuta e quella che avevamo immaginato. E fa male il giusto — come fanno le cose vere.

Avevo sempre la sensazione di essermi nascosto dentro a un bunker per evitare le schegge di granata, o di inseguire ricordi e sogni. Per la metà del tempo avevo quasi la sensazione di non esserci, come se fossi stato svuotato e abbandonato. Come se fossi diventato il relitto della vita di qualcun altro.

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Donatella Sarchini

Quali sono i tuoi scrittori/poeti preferiti?
Amo quegli autori che intrecciano a più livelli realtà e immaginazione e che esplorano con coraggio i confini incerti tra razionalità e mistero, suscitando profonde riflessioni: Murakami Haruki, José Saramago, James Ballard, Ian McEwan.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro?
Scrivere per me è una necessità, i miei racconti sono nati uno dopo l’altro nel corso degli anni. Recentemente ho deciso di collegarli tra loro come perle di una collana per cercare di raccontare al meglio la poliedricità degli esseri umani.

Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato?
A undici anni ho letto L’uomo senza qualità di Robert Musil, un romanzo bellissimo che ha impresso una svolta decisiva alla mia vita, perché dopo averlo letto ho promesso a me stessa che da grande avrei scritto un libro anch’io.

Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti?
Credo che il “blocco” riguardi solo gli scrittori professionisti, e che sia legato all’ansia da prestazione indotta dai contratti editoriali a lungo termine. Se invece si scrive soltanto per passione, si scrive in ogni momento libero a disposizione.

Se non fossi una scrittrice, quale altra professione ti piacerebbe intraprendere?
Se non sapessi esprimermi con le parole, non rinuncerei comunque alla mia grande necessità di raccontare storie. Allestirei racconti per immagini, come faccio praticamente da sempre con la pittura e con la fotografia.

Recensione “Underworld” di Don Delillo

Traduzione di Delfina Vezzoli
Einaudi

Con Underworld non ho avuto un rapporto immediato. È uno di quei libri che non ti viene incontro: devi essere tu ad avvicinarti, con calma, accettando anche la fatica.
Leggendolo ho avuto spesso la sensazione di muovermi dentro una massa enorme, fatta di memoria, storia, ossessioni, frammenti che si richiamano senza mai chiudersi davvero.
Non è una lettura rassicurante né lineare, ma più andavo avanti più capivo che era giusto così. Underworld ti costringe a rallentare, a restare dentro le cose, a guardare ciò che normalmente preferiamo ignorare.
Quando l’ho finito non ho pensato “che bel romanzo”, ma “che esperienza”. Ed è una differenza che, per me, conta molto.

Si mette alla finestra a guardare la strada sottostante. A scuola gli dicono sempre di smetterla di guardare fuori dalla finestra. Questo o quell’insegnante. La risposta non è là fuori, gli dicono. E lui vorrebbe sempre rispondere che invece è proprio là, che sta la risposta. C’è chi guarda fuori dalla finestra e c’è chi si mangia i libri.

a cura di Marco Palagi

Questionario di Holden: Carlo Pruneti

Come scrivi di solito, a mano o col computer?
Generalmente scrivo direttamente sul pc o sul portatile, salvo improvvise intuizioni. Tipo una sera, già a letto, mi sono dovuto alzare a scrivere un’idea che mi era venuta in mente, o in treno, dove scrivo su un quaderno rilegato che porto con me.

Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno?
Se “ispirato”, mi può capitare di scrivere ovunque. Ricordo una volta, in autostrada, mi venne un’idea mentre guidavo, per cui mi fermai all’autogrill e scrissi un paio di pagine. Posso scrivere anche in treno, ma l’ideale è la sera sul pc di casa.

Qual è il progetto su cui stai lavorando attualmente, e cosa ti entusiasma di più?
Sto penando ad un possibile proseguo della storia presentata ne Il viaggio, qualche pagina è già venuta fuori così come il titolo: Risvegli, vedremo se e cosa potrà venire fuori.

Preferisci immergerti in un libro cartaceo, ascoltarlo in versione audiolibro o leggerlo su un dispositivo digitale? E perché?
Ho una predilezione per il libro cartaceo, seguo le varie recensioni sui quotidiani e internet e, quando gli impegni di lavoro me lo permettono, vado volentieri alle presentazioni. Letteralmente non posso entrare in libreria ed uscire a mani vuote.

Hai una biblioteca personale o collezioni edizioni particolari di libri che ami?
Mi piace tutta la narrativa del ‘900 e oltre, con una predilezione, soprattutto giovanile, per la fantascienza. Ma ho anche libri di saggistica. Amo in particolare Ray Bradbury e Isaac Asimov, ma posso spaziare da Pirandello a Stephen King a Manfredi.

Questionario di Holden: Nanna J. Arland

Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro?
Sicuramente la struttura del mondo Onirico e del Tratto come ponte tra le due finestre dei protagonisti. Non è facile scrivere e descrivere al meglio un nuovo modo di comunicare e di reinterpretare l’idea che abbiamo del “mondo dei sogni”.

Chi sono gli autori che influenzano maggiormente il tuo stile di scrittura?
Sono cresciuta con J.K. Rowling per poi approcciarmi ad autori come Sarah J. Maas e Castaneda. I sogni, le lotte, i balli a corte. Enemies to lovers, dark fantasy, romantasy. Ogni libro letto, ogni avventura ha influenzato il mio stile di scrittura.

Qual è il progetto su cui stai lavorando attualmente, e cosa ti entusiasma di più?
La saga di “Cronache oniriche” è ciò su cui mi sto focalizzando ormai da tempo. È un progetto ambizioso e la mia protagonista ne deve ancora passare di situazioni. Allo stesso tempo sto lavorando a un altro libro, un dark fantasy per la precisione.

Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato?
I fiordi norvegesi e le sabbie dorate su cui Achille si allenava. C’è un mix di mitologie, culture e usanze ben equilibrato. La mia protagonista è un’onirica, figlia dei fiordi con la capacità di esplorare il mondo onirico. Insomma, una vichinga.

Se il tuo libro fosse adattato in un film, chi vorresti che interpretasse i protagonisti?
Ho il mio fan cast da tempo. James McAvoy come Adhemàr ed Eva Green come Lysegreen. Per i gemelli invece Matthew Daddario ed Emeraude Toubia. Ma ho tanti volti a cui darei dei ruoli! Si accettano proposte ovviamente!