Recensione “Il declino dell’impero Whiting” di Richard Russo

Traduzione di Paola Bertante 
Neri Pozza –

Ci sono libri che mi attirano subito perché raccontano vite un po’ storte, famiglie complicate, persone che la vita non ha trattato con troppa delicatezza.
La storia ruota attorno a Miles Roby, che gestisce un diner in una piccola città del Maine dove tutto sembra rallentato, quasi fermo. Intorno a lui si muovono persone imperfette, spesso sconfitte, ma ancora ostinatamente in piedi: famiglie che si trascinano dietro vecchie ferite, relazioni che non sono mai semplici, tentativi di riscatto che a volte arrivano troppo tardi.
Sono i personaggi che preferisco: quelli un po’ disadattati, quelli che sbagliano, quelli che cercano di fare del loro meglio anche quando la vita li mette all’angolo.
Alla fine resta la sensazione di aver passato del tempo con persone vere, con le loro fragilità e le loro piccole resistenze quotidiane. Ed è proprio questo che mi fa affezionare a certi romanzi: la capacità di raccontare la fatica di vivere, ma anche la dignità con cui si continua a provarci.

a cura di Marco Palagi

Recensione “All’ombra del padre” di Richard Russo

Traduzione di P. Bertante
Sonzogno

Questo lungo romanzo mi ha fatto tornare in un luogo che conosciamo tutti: quello in cui l’amore non è semplice, non è detto, ma pesa. È la storia di un padre difficile da amare, la cui presenza pesa come un’ombra lunga, e di un figlio che cresce cercando spazio per respirare. Un libro che fa male in silenzio. Richard Russo scrive con una delicatezza che disarma, senza giudicare, senza spiegare troppo e racconta l’amore imperfetto, quello che non sa dirsi, fatto di assenze, ironia amara e tentativi goffi di restare vicini. Leggendolo ho avuto la sensazione che parlasse anche di me, di quello che resta dei nostri padri dentro di noi. È una storia che somiglia alla vita: ti prende piano, poi ti accorgi che parla anche di te. E quando chiudi l’ultima pagina, qualcosa resta, come un nodo alla gola che non se ne va. Un libro che non si dimentica, perché non chiede di essere capito, ma sentito.

“La nostra era probabilmente l’unica casa di Mohawk sempre chiusa a chiave. L’unica a dover rimanere tale, diceva mia madre. Io sapevo perché, anche se non avrei dovuto. Era per tener fuori mio padre.”

a cura di Marco Palagi