Leggere il libro: “Il ragazzo che fuggiva dai sogni” è come fare una bella chiacchierata con l’autore. Il viaggio che ci dà, attraverso questo ottimo miscuglio riuscito tra poesia e prosa che imbeve le pagine, sembra dirci: “Amico, pure io ho avuto questi pensieri.” L’autore attraverso le parole riesce a dare ritmo e tono alle sue esperienze come se stesse suonando uno strumento. Ed esegue la melodia senza fallire un passo, una nota. Dopo aver letto le prima poesie, non puoi non finire d’un fiato il libro. Ti coinvolge, e lo fa semplicemente condividendo un’esperienza. L’esperienza del ricercatore – viaggiatore, consapevole che il viaggio è necessario quanto la meta. Come un bravissimo prestigiatore riesce a far fondere illusione, realtà e poesia, così come il viaggio esteriore con quello interiore, e ti suggerisce di non perdere altro tempo e intraprenderlo anche tu e quanto prima.
Vitamina L raccoglie i contenuti degli Autori della casa editrice Giovane Holden Edizioni. Ogni lunedì alle ore 18 intervista a un Autore per parlare del suo libro e non solo. L’Autore risponde, inoltre, anche a 5 domande tratte dal Questionario di Proust.
In questi giorni di reclusione forzata si stanno riscoprendo abilità che si erano perdute. Ci si dedica come forsennati alle pulizie di casa, si infornano torte e pizze, si prepara la pasta come faceva la nonna, si gioca in famiglia e si assapora anche il silenzio. Uno stato di cattività che è pur sempre comodo, ma sarebbe bello almeno una volta tornare a fare il filò, quelle lunghe veglie invernali che la gente, soprattutto contadina, trascorreva nelle stalle delle case coloniche. Gli uomini riparavano gli attrezzi, le donne cucivano, i bambini giocavano ma la maggior parte del tempo era dedicata al racconto e all’ascolto. […]
[…] Un libro che oltre a tenervi incollati alle pagine vi insegnerà che non è possibile arginare la tristezza o la malinconia; non si può scappare dall’amore, non si può chiudere a chiave il proprio cuore, diventare un lupo solitario, perché quella disperazione ci rende esseri umani. Quel dolore serve a renderci quel che siamo.
Nei suoi sogni, Cenerentola lascia la sua casa per andare a vivere nel castello del re e, come lei stessa dice nella celebre canzone, – chi non ha mai sentito cantare I sogni son desideri?, – se si desidera molto una cosa, questa potrebbe avverarsi. Per il regista Christopher Nolan i sogni sono lo spazio in cui le idee hanno origine, inizio o, appunto, inception. Un’idea è il parassita più resistente, flessibile e contagioso, spiega Dom Cobb, il protagonista all’inizio della pellicola. Le tante parole che si sono scritte e lette riguardo questo atteso e ambizioso film provano la veridicità dell’affermazione. Inception è una di quelle pellicole che ti fanno restare seduto sulla poltrona del cinema per tutto il tempo dei titoli di coda a scambiare con i tuoi amici i tasselli di un puzzle narrativo da cardiopalma e al tempo stesso da mal di testa. Poiché il film si basa quasi interamente su un confondere molto e svelare poco (e poco per volta), a mia volta spiegherò dunque il meno possibile. A seconda di quanto vogliate sapere (o non sapere) prima di andare a vedere il film, direi che una sorta di spoiler alert potrebbe prendere il via con due interrogativi. L’originalità di un’ispirazione dove ha inizio e, soprattutto, dove ha fine? E se gli spazi della mente non fossero privati?, se costituissero una proprietà accessibile o, addirittura, scassinabile, in un’esperienza mentale condivisa e pre-personale? Trama e cast sono ormai di dominio pubblico. Nei panni del protagonista, Leonardo di Caprio forse non veste i migliori che abbia indossato negli ultimi anni, ma nel personaggio ci sono sufficiente spessore emotivo e ricchezza interiore da assicurare l’ottima performance dell’attore e quella certa malinconia tormentata che sembra essere diventata la sua firma cinematografica. Leonardo DiCaprio/Dom Cobb è un dream extractor. Per qualche oscuro motivo, che non mi è dato rivelare, passa la sua vita in esilio, muovendosi di nazione in nazione e di cliente in cliente. Il suo lavoro consiste nel rubare segreti alle sue vittime quando questi dormono, a volte costruendo un sogno dentro il sogno come scenario nel quale il vero e proprio furto può avere luogo. Nei primissimi minuti del film però, qualcosa va storto durante l’operazione che vede oggetto il potente uomo d’affari giapponese Saito. Cobb e il tuo team vengono colti in flagrante, ma il businessman dimostra di non essersela presa più di tanto e anzi fa al ladro la classica offerta-che-non-si-può-rifiutare: addentrarsi nei labirinti della mente del rivale numero uno di Saito per mezzo di un sogno, e di impiantarvi un’idea (non vi dico quale…) tanto importante e radicale da rivoluzionare le vite e gli eventi di molti.
La sceneggiatura ci catapulta così nel pieno dell’organizzazione del prossimo grande – forse ultimo – colpo di Cobb. A mettere in atto l’impresa, una serie di partners in crime, la cui mansione è implicita nel soprannome: Ariadne, The Architect, responsabile della scenografia del sogno; Eames, The Forger, capace di contraffare identità e sembianze altrui; Yusuf, The Chemist, le cui pozioni garantiscono la profonda fase rem necessaria per avere un’attività onirica sufficientemente convincente; e Arthur, The Point Man, il braccio destro di Cobb. A complicare la missione ci si mette un passato con cui Cobb vorrebbe riconciliarsi ma che continua a sbucare prepotentemente e violentemente a ogni angolo e ad agire da principale elemento di disturbo nonché femme fatale della situazione. Inception è probabilmente l’incontro ideale tra il concettualismo indipendente di Memento e i fasti Hollywoodiani pre e post produzione di The Dark Knight. Ne consegue che gli elementi per il successo ci sono tutti, così come il budget per realizzarli.
Inception-movie-image
Non mancano tranelli e imprevisti che, in un crescendo di situazioni in equilibrio tra computer graphic ed espedienti narrativi, continuamente sfidano l’attenzione del pubblico e la sua prontezza di ricezione. La trama è sufficientemente intricata comunque di grande intrattenimento. Ci sono tutti gli spari, i complotti e gli inseguimenti dell’action movie però abilmente collocati nella psicotica cornice di un presente sempre indefinibile e che, sebbene lontano dai tratti fumettistici della Gotham di Batman renaissance, sicuramente ne ricorda il grigio e ansiogeno senso d’illusione. Il paradosso, l’impossibiltà logica e la sfacciataggine speculativa della fantascienza la fanno da padroni in quello che può essere considerato, in fin dei conti, un film appartenente al genere. Chiave di volta, in questo senso, è il ruolo di assoluta marginalità a cui la tecnologia, che rende possibile la dream invasion, è stata relegata all’interno del film. Per entrare nella mente delle proprie vittime, Cobb e compagnia si affidano a un apparecchio a cui entrambi, soggetti e oggetti dell’operazione, devono essere simultaneamente e fisicamente collegati. Il dettaglio, sebbene importantissimo dal punto di vista di una rigorosa spiegazione di che cosa stia succedendo sullo schermo, è illustrato brevemente per meno di trenta secondi e mai enfatizzato.
La macchina che de facto esegue la parte fantastica della scienza di Inception è, in questo senso, solo un tramite verso la vera tecnologia protagonista del film: il pensiero. Tutta la sceneggiatura, in questo senso, si basa sull’universalità di esperienze psichiche molto semplici, addirittura viscerali ad esempio la sensazione di cadere che si ha molte volte prima di risvegliarsi da un sogno e il momento in cui ci si rende conto che si sta sognando, ma non si sa bene come si sia arrivati a quel punto. Tale riappropriazione di piccoli esperimenti ed esperienze mentali costituisce il vero punto di forza del film. Il potenziale creativo di Inception, a mio parere, non sta dunque nel soffermarsi su crisi d’identità o questioni riguardo l’impossibilità di distinguere il reale dall’irreale (già visto, già fatto, già detto in dieci, cento, mille film), ma nel coraggio di affidare alla mente – e solamente a lei – il ruolo di agente propulsore di tutto il castello narrativo del film. A questo riguardo, potremmo commentare come Inception voglia liberare il famigerato quesito: “Sogno o son desto?” dalle pesanti appendici (pseudo) psicoanalitiche a cui il cinema, da Io ti salverò di Hitchcock a Matrix dei fratelli Wachowski sembra averci, ed essersi, a sua volta abituato. Nessuna indecisione tra pillole blu o rosse, insomma, ma un uso inventivo e tuttavia formale, rigoroso dell’irrealtà, dello spazio onirico che, con buona pace di Cenerentola, poco o nulla lascia alla possibile risoluzione dei problemi esistenziali o morali del suo sognatore. Inception sembra guardare al conscio/inconscio/subconscio come a illusioni scolastiche: niente più che etichette riassuntive, utili per capire di che cosa stiamo parlando, ma di cui è impossibile dare una definizione unanime perché in fondo prive di alcuna vera capacità di comprendere i mille piani della vita mentale.
Inception-movie-image
Una delle critiche mosse al film è di essere alquanto confusionario nel dipingere l’esperienza psichica. Personalmente ho apprezzato l’esperienza di venire confusa da un’opera d’ingegno. In un’epoca cinematografica di remake, rivisitazioni, prequel e sequel è, forse, un lusso. A ben pensarci, addirittura, le parti ’confusionarie’ mi appaiono molto più di intrattenimento che i veri e propri passaggi risolutivi. Sia Nolan (implicitamente) che Cobb (esplicitamente) ci chiedono un leap of faith (un salto della fede, un po’ come Indiana Jones nell’Ultima Crociata). Ciò non implica una caduta libera nella tana del bianconiglio, ma la serena accettazione che la mente ha le proprie autarchiche regole, sia dentro l’architettura di sogno che nel rapido consumo di 148 minuti di film. Il cuore emotivo di tutto il film, potremmo concludere, è che il nostro bisogno primario non è tanto riuscire a distinguere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il logico dall’illogico, quanto la necessità di saper lasciare andare (un ricordo, una speranza, una colpa), e iniziare daccapo, sempre e comunque. Inception è un film da andare a vedere, se non per gli effetti speciali di edifici che si piegano su se stessi e lotte in una dimensione senza gravità, perlomeno per questa tacita, ma importante considerazione che ci lascia.
Sogni, teatro privato
Tutti sogniamo, anche se lo dimentichiamo. Perché il sonno rem è indispensabile alla nostra mente per capire se stessa. Non sappiamo perché ma resta il fatto che questo fenomeno accade. Sonno e sogni sono una necessità: senza dormire e sognare si muore, esattamente come avviene se non si mangia. Sono funzioni vitali. Dati alla mano sono pochi, al mattino, a ricordare i loro sogni, ma è normale. Al massimo nella mente resta impresso il dieci per cento dei sogni. Il cervello è come un computer: ogni mattina elimina tutti i file che ingombrano la mente per fare spazio, la notte successiva, a nuovi sogni. Il cervello, infatti, non riposa mai: è sempre operoso e durante la notte crea proprio queste lunghe storie. Sono presenti in tutte le fasi del sonno, dall’addormentamento al risveglio, ma hanno caratteristiche diverse. Mentre ci si sta assopendo sono, in genere, brevi flash o allucinazioni; è tipica, per esempio, la sensazione di cadere nel momento in cui i muscoli si rilassano. Ma la vera e propria esplosione di sogni arriva quando si entra in fase rem. è il momento più fertile e prosegue per tutta la notte. Non sappiamo perché avvengono: ma cosa sono i sogni? La psicanalisi ha cercato di spiegarli. Il sogno è un teatro privato: ogni notte la mente mette in scena commedie o tragedie del mondo interiore. Così vengono portati in superficie stati d’animo e sensazioni represse. In un certo senso, servono ad approfondire delle esperienze. Ma il sogno è anche una riflessione. Si può trattare di eventi appena accaduti, sui quali la mente ha bisogno di riflettere a fondo. Ma anche di esperienze dimenticate anni prima. O addirittura di situazioni molto più antiche, vissute nella primissima infanzia e perfino, secondo alcuni studi, nel periodo precedente la nascita. Permettono, consciamente o meno, di conoscere meglio se stessi. Anche quando li dimentichiamo lasciano sempre un segno.
[…] In La casa matrioska Gabriella Pison ascolta la sua fantasia unendola a un attento lavoro di ricerca. Non mancano i riferimenti alla cucina tipica delle nostre zone, all’architettura Liberty della capitale slovena, alla storia, ma soprattutto alla caccia alle streghe, punto attorno al quale ruota l’intero romanzo.
E tu hai detto lo faremo ancora -quando sei scesa ridendo dalla macchina- di rubare un pezzetto di giornata per noi soltanto -ed era una mattina di gelo e sole ghiaccio con la brina sopra gli steli secchi- ma la pasticceria era calda di zucchero e di voci e ci siamo sedute a un tavolino tondo con le sedie rotonde e bianche e il tuo tè fumante e il mio caffè
abbiamo ricolmato l’intervallo a voce sguardi e gesti intercorso tra noi di qualche mese fitto il parlare come ragazzine che parlano d’amore -ma non era quello
era la nostra comune passione per la vita che ha cancellato intorno altre voci e presenze in un tempo svuotato finché non è scaduta l’ora di libertà.
[…] l’amore svolge un ruolo importante ma è osservato e trattato in tutte le sue sfaccettature ed interpretazioni. L’amore per la vita, per il prossimo, per la propria famiglia. La nonna Teresa trasmette un incredibile messaggio di fede, madre e moglie modello, divulgatrice di felicità esattamente come desiderato da Dio. La nonna è un tesoro di cui si deve apprezzare la presenza e gli insegnamenti in eterno.
Già dal titolo l’autrice ci ricorda che non siamo nati per affrontare la vita da soli, ogni montagna insormontabile con la persona giusta accanto può diventare una collina o almeno un viaggio da affrontare insieme. Un libro dedicato a tutte le donne, sognatrici e che hanno raggiunto tutti gli obiettivi, a chi vuole una famiglia ed chi aspira di sfiorare le stelle. Voi siete la vostra forza!