Hai rituali particolari per entrare nel “mood” giusto prima di scrivere? Amo il mare e una volta che sento la necessità di scrivere comincio a cercare una location fronte mare. Metto una giusta playlist che spazia dai Pink Floyd a Mina, apro il PC e scrivo vivendo insieme ai personaggi ogni momento.
Scrivi in un ordine preciso o ti lasci sorprendere dagli sviluppi della trama? La bellezza di scrivere è stato proprio il fatto di sviluppare di volta in volta ogni fatto senza preventivamente definire la struttura del libro. Mi sono lasciato trasportare dagli avvenimenti riconoscendomi nel personaggio principale.
Preferisci immergerti in un libro cartaceo, ascoltarlo in versione audiolibro o leggerlo su un dispositivo digitale? E perché? Amo leggere un libro cartaceo. Mi piace l’odore della carta e la possibilità di soffermarsi sulle pagine che più mi attraggono e rileggerle. In questo modo mi immergo completamente nella storia.
Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato? Sono un appassionato di storia e amo fare camminate tra le rovine dell’antica Roma, con una musica adatta in sottofondo. Osservo attentamente i particolari che riportano alla vita quotidiana vissuta per entrare in contatto con i luogo e il passato.
Come scegli i libri che leggi? Ti lasci guidare dalle recensioni, dai consigli di amici o dall’istinto del momento? Mi lascio trasportare interamente da quello che sento nel momento in cui entro in una libreria. Guardo la copertina, apro al centro del libro e leggo tre righe. Se mi tocca le corde giuste lo acquisto immediatamente.
Come scrivi di solito, a mano o col computer? Scrivo con il computer. I miei testi sono il risultato di una serie di prove, correzioni, cancellature, e l’opportunità che il computer offre di avere sempre la pagina in ordine, per quanto mi riguarda è straordinaria.
Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno? Preferisco la solitudine. Scrivere, come diceva Hemingway, è un mestiere duro, per quanto possa piacerti, e io non riuscirei a combinare nulla di buono se fossi distratto da persone o altro. Ma non tutti siamo uguali, naturalmente.
Hai rituali particolari per entrare nel “mood” giusto prima di scrivere? Non aspetto l’ispirazione per scrivere, fosse per questo finora avrei prodotto ben poco, non sarei al mio quarto romanzo. Nessun particolare rituale per iniziare, se non combattere l’iniziale voglia di scappare dai guai che garantisce la tastiera.
Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti? Il blocco dello scrittore io ce l’ho tutti i giorni. Come lo combatto? Scrivendo. Inizio, rileggo, non mi piace, correggo; ricomincio. Ma alla lunga la passione prevale, e le pagine si inseguono, una dopo l’altra, mai meno di 200 nei miei romanzi.
Rileggi mai il tuo libro – o parti dello stesso – ad alta voce? Sì, certo, considero la lettura del testo ad alta voce molto importante. Permette di sentire il suono delle frasi, verificare se siano corrette anche quando pronunciate.
Come scrivi di solito, a mano o col computer? Purtroppo al computer. Adoro scrivere a mano, sentire il suono della penna sulla carta, osservare l’inchiostro che scorre. Il computer però è più comodo per poter correggere gli errori e inviare le copie alle persone e quindi mi sono dovuta adattare.
Hai mai sperimentato il blocco del lettore? Come l’hai superato? Molte volte! Le strategie che adotto per superarlo sono due e sono anche un po’ antitetiche: la prima è dedicarmi per un po’ di tempo ad altre letture e il secondo è impostare una quantità di pagine da leggere in modo da superare il blocco.
Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro? Direi i combattimenti e le scene di guerra. Ho un po’ di difficoltà a descrivere strategie e movimenti corporei coerenti e realistici perché fatico a immaginarmeli concretamente.
Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato? Direi la serie di Harry Potter. Anche se a oggi non è la mia serie preferita, è la prima che ho letto quando avevo ben sei anni e all’epoca tutta quell’atmosfera fantastica mi aveva davvero emozionato tanto!
Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno? Assolutamente in solitudine, non riesco a scrivere se c’è qualcuno intorno a me.
Come scrivi di solito, a mano o col computer? Solitamente scrivo col computer soprattutto per una questione di praticità. È il mio strumento di lavoro quotidiano e quindi lo trovo più immediato, sempre a disposizione.
Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato? Cime tempestose di Emily Brontë. Lo lessi ai tempi delle scuole superiori. Non è il mio classico preferito ma è stato senza dubbio quello che mi ha fatta avvicinare ai classici e ancor di più alla lettura.
Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno? Assolutamente in totale solitudine. Non voglio avere distrazioni. È il mio momento e me lo voglio godere sia quando la scrittura mi viene in modo fluente e istintivo, sia quando mi trovo impantanata, bloccata e devo rifare tutto da capo.
Preferisci immergerti in un libro cartaceo, ascoltarlo in versione audiolibro o leggerlo su un dispositivo digitale? E perché? Leggo in prevalenza cartaceo ma, viaggiando spesso, trovo molto comodo il digitale per ovvi motivi di peso e spazio. Capita che acquisti lo stesso libro in entrambe le versioni.
Hai una biblioteca personale o collezioni edizioni particolari di libri che ami? Colleziono varie edizioni di Cime Tempestose sia in lingua italiana che in altre lingue. Per ora posseggo una versione in lingua spagnola, una francese, in inglese e in russo.
Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? È la sofferenza che mi spinge a scrivere. Può avere la forma di quella interiore – come dover farcela per forza dentro ogni lavoro stupido e mal pagato – o di quella esteriore, come i sogni lasciati in ogni piazzetta di periferia.
Qual è la cosa più difficile che hai dovuto scrivere nel tuo libro? I dialoghi, infatti nel libro sono ridotti all’osso, minimali, perché non sono uno che parla tanto, preferisco pensare, riflettere, perdermi nei pensieri, come nei flussi di Joyce o di Virginia Wolf.
Quando inizi a scrivere, hai già una visione chiara della trama o segui l’ispirazione del momento? La cosa bella dello scrivere è che quando inizio non so mai bene devo andrò a parare, di base ovviamente ho già tutta la trama congegnata, ma le narrazioni, le descrizioni spesso procedono come un flusso dove vogliono, è la parte più bella.
Se il tuo libro fosse un album musicale, quale genere o artista sarebbe la colonna sonora ideale? Se fosse un genere sarebbe sicuramente un Blues. Cupo, melanconico, drammatico. Un album… la raccolta di Robert Johnson, il chitarrista che vendette l’anima al diavolo, come il Faust di Goethe.
Hai mai letto un libro e pensato: “Avrei voluto scrivere io questa storia”? Più di una storia… quando lessi Illusioni perdute di Balzac pensai “Cavolo, non riuscirei mai a descrivere le cose così”.
Come scrivi di solito, a mano o col computer? Ho una brutta grafia, anche perché quando scrivo inseguo i pensieri che si accavallano, come se avessi paura di non riuscire a starci dietro. La scrittura al computer – scrivo con un dito – mi costringe a rallentare sulla scelta delle parole.
Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? A una certa età ho incominciato a guardare indietro, a ripercorrere le stagioni della mia vita per carpirne, se possibile, un po’ il senso. In ogni caso la ricordanza addolcisce anche le amarezze e i dolori ed è bello immergersi nel passato…
Com’è il tuo spazio di scrittura? Scrivo nello studio che fu di mio padre. Al posto della macchina da scrivere Olivetti ho posizionato il computer. Nel silenzio totale mi sento confortata dalla sua presenza, nonostante se ne sia andato già da un po’.
Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato? Non so dire quanti libri abbia letto. Da insegnante anche quelli che non incontravano i miei gusti, ma un libro che mi ha sconvolto è stato Il signore delle mosche di William Golding, perché annienta qualsiasi speranza nel progresso dell’umanità.
Se dovessi consigliare un libro per chi inizia a leggere un genere simile al tuo, quale sarebbe? Il giovane Holden di J.D. Salinger nella traduzione di A. Motti, edito da Einaudi.
Com’è il tuo spazio di scrittura? Mi piace scrivere in un ambiente intimo e raccolto, lontano da rumori e distrazioni. La mia scrivania posta sotto una finestra che dà sui tetti delle case e una pineta, sullo sfondo, mi distacca da tutto, facendomi immergere totalmente nella storia.
C’è una tematica ricorrente nelle tue opere? Se sì, quale? Sì, la lotta tra il bene e il male. Il protagonista si trova spesso a dover lottare poiché vittima di soprusi, violenza e ingiustizie. Dovrà quindi mettere in campo la sua abilità e intelligenza per riscattarsi.
Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti? Quasi sempre. Arriva puntuale a ogni snodo della vicenda. Quando succede mi dedico ad altro. L’idea giusta che cercavo mi sovviene quando meno me l’aspetto.
Come hai creato il mondo o l’ambientazione del tuo libro? Quali elementi ti hanno ispirato? La campagna inglese mi è parsa l’ambientazione giusta per il mio romanzo per sottolineare la tragicità di quanto accaduto in un mondo apparentemente perfetto.
Quando inizi a scrivere, hai già una visione chiara della trama o segui l’ispirazione del momento? Ho già un’idea di trama, dei punti fermi, che mi aiutano a seguire una traccia; ciò non toglie che via via che si sviluppa una storia non intervengano delle variazioni, talvolta anche sostanziali.
Simona Viciani è la Presidente del Premio Letterario Nazionale Bukowski dalla seconda edizione (2015). Fin da “ragazzina” è un’appassionata studiosa di letteratura anglo-americana. Quando a quindici anni per la prima volta legge una pagina di Bukowski è amore letterario a prima vista. Una folgorazione. Dal 1988 al 1999 ha vissuto a Palos Verdes, Los Angeles, a pochi chilometri da San Pedro, dove abitava Bukowski. Insieme alla moglie, Linda Lee, ha contribuito a organizzare l’archivio letterario dello scrittore, primo nucleo della Charles Bukowski Foundation. “Da grande” è diventata la sua traduttrice italiana ufficiale; infatti le è stata affidata la traduzione dell’opera omnia dell’autore americano. Ha tenuto dei reading dedicati allo scrittore in Italia, in Europa e negli Stati Uniti. L’amore continua e la folgorazione irrompe esplosiva a ogni verso.
La ringraziamo per essersi prestata a rispondere ad alcune domande sul suo mestiere di traduttrice ma, soprattutto, sulla sua passione per la letteratura anglo-americana e in particolare quella di Charles Bukowski.
Perché oggi dovremmo leggere Bukowski?
Oggi si deve leggere Bukowski per svariati motivi. Eccone una manciata. Bukowski è riuscito contro ogni pronostico ad andare oltre il sogno americano. La sua è una storia vincente: vivere della sua passione-ossessione, la scrittura. Bukowski ci insegna a non accantonare i sogni, ma a perseguire i propri talenti senza aver paura di rimboccarsi le maniche e di svolgere anche i lavori più umili lungo il cammino, senza mai perdere di vista l’obiettivo. È estremamente moderno: molte sue opere sembrano scritte oggi. Non solo per lo stile, ma anche per i contenuti. È un viatico per superare le sconfitte e le brutture quotidiane con un’arma potentissima: l’ironia che spesso è auto-ironia travestita. Offre uno spaccato di storia americana attraverso la narrazione della propria vita.
Raccontaci un aneddoto legato al tuo processo di traduzione delle opere di Bukowski.
Mi ricordo di una sera in particolare. Non ero felice delle mie scelte traduttive ed ero andata a dormire sconsolata. C’era una frase che non girava, ci avevo dormito su. Mi era già capitato di svegliarmi alla mattina con la frase perfetta, come se durante il sonno avesse preso forma nella mente. Invece, quella volta, niente da fare. Nel pomeriggio avevo chiamato Carl Weissner, agente e traduttore tedesco di Buk. Grande amico, insostituibile. Ci confrontavamo spesso riguardo le traduzioni. Mi aveva consigliato di spegnere il pc, infilare il manoscritto di Hank in un cassetto, uscire di casa… insomma, di fare altro per poi tornare di sera alla scrivania ed estraniarmi davanti a un bicchiere di vino rosso, quello delle grandi occasioni, quello che Bukowski stappava ogni volta che terminava un libro. (È diventato anche il mio rituale). La sera era evaporata in fretta dopo più di un bicchiere. Alla mattina insieme al mal di testa avevo trovato sul comodino scribacchiata malamente la frase perfetta.
Simona Viciani con la moglie di Bukowski Linda Lee Beighle
Qual è l’opera di Bukowski alla quale sei più legata?
Probabilmente Pulp, il suo ultimo romanzo uscito postumo. Quando lo scrisse sapeva di essere vicino alla fine. Si stacca completamente dalla sua produzione, eppure è Bukowski al cento per cento. È una prova di grande coraggio, un atto d’amore verso la vita, verso il suo alter ego Chinaski e il suo lettore. Non a caso in questo romanzo sceglie di lasciare Chinaski in panchina: l’investigatore privato Burton è il protagonista della storia, un espediente narrativo che ha in sé un messaggio molto potente. Bukowski e Chinaski vivranno per sempre. Sta a noi rianimarli continuando a leggerne le gesta.
C’è un romanzo, un racconto, una poesia di Bukowski che ti ha richiesto più fatica di altri nel tradurli?
Sicuramente Storia di Ordinaria Follia e Compagno di Sbronze, due raccolte di racconti straordinarie, che però hanno comportato per me una prova ardua, difficile. Punteggiatura ballerina, neologismi, immagini fortissime… sulla pagina nero su bianco si ritrovano gli anni allucinatamente folli dello scrittore, senza sconti e filtri.
Se tu dovessi scegliere una frase, un brano, un verso di Bukowski che ti rappresenta o che ti è rimasto nel cuore negli anni, quale sarebbe?
Sono davvero tanti, riporto la prima frase che mi viene in mente: Scrivere poesie è facile, difficile è viverle.
Qual è la prima opera di Bukowski che hai letto?
Donne. Avevo quindici anni. Mio padre aveva posizionato il libro ben in alto nella libreria di casa e ovviamente, alla prima occasione, lo recuperai arrampicandomi su una scaletta. Fu amore a prima vista.
E la prima che hai tradotto?
L’intervista che Fernanda Pivano gli fece negli anni ’80, in Italia pubblicata da Feltrinelli. (Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle). Nanda aveva perso le bobine originali e affidò a me il compito di tradurre il testo dell’intervista in americano. All’epoca vivevo in California. Per me un periodo bellissimo. La traduzione di quel libro per me è stata fondamentale. Fu grazie a quell’esperienza che decisi che “da grande” sarei diventata la traduttrice di Bukowski, caparbiamente ci sono riuscita guadagnandolo sul campo, dopo una prova in doppio cieco a New York con altri tre traduttori. In Italia la prima pubblicazione è stata una raccolta di poesie E così vorresti fare lo scrittore?, per i tipi di Guanda. Da allora ho tradotto una sessantina di opere di Bukowski e c’è ancora molto da fare.
Trovi somiglianze o affinità tra le opere di Bukowski o Bukowski stesso e Il giovane Holden di Salinger?
Molte. Ad esempio tutti e due ripudiano le regole e le etichettature imposte dalla società. Deridono il perbenismo e criticano aspramente il sistema. Tutti e due si ribellano e provano un forte senso di disillusione ed emarginazione. Sono due straordinarie voci fuori dal coro. Un altro aspetto riguarda lo stile: Bukowski e Salinger fanno “parlare” Chinaski e Holden in prima persona, creando così un rapporto confidenziale-ipnotico e unico con il lettore. Forse Henry Chinaski è un Holden Caulfield da grande.
Simona Viciani con una delle ultime vincitrici del Premio Bukowski
Ritieni che la letteratura americana debba trovare più spazio sui banchi di scuola e se sì perché?
Non si può non insegnare ai giovani la letteratura anglo-americana! Sarebbe come tarpare loro le ali. È il giusto approccio per appassionarli alla lettura: tratta di temi che li coinvolgono in prima persona (mi riferisco, oltre che alle opere di Bukowski, a quelle di Fante, Steinbeck, per l’appunto di Salinger, ovviamente di Hemingway, ecc.) Da ragazzina io me ne sono innamorata per il loro stile diretto e immediato, così diverso da quello degli autori che ci facevano studiare a scuola. E penso che sia ancora così. Finalmente ritrovavo sulla pagina esattamente ciò che volevo leggere. Una magia, che dura tuttora.
Le prime opere di Bukowski tradotte in Italia erano molto edulcorate, nel linguaggio e nelle scene descritte, “censurate”, in quale modo. Tu hai riportato dignità e verità nelle tue versioni, mantenendo intatto il linguaggio originale dell’autore. Trovi che in Italia la traduzione di opere straniere debba rispettare la voce dell’autore originale, oppure il traduttore deve svolgere un “filtro” in base alla lingua e quindi al paese di destinazione?
Ho un post it sulla scrivania con una frase del grande Luciano Bianciardi che recita così: “Il traduttore più che fedele all’opera deve essere leale all’autore”. E io Hank non l’ho mai tradito.
Quali sono i tuoi scrittori/poeti preferiti? Amo quegli autori che intrecciano a più livelli realtà e immaginazione e che esplorano con coraggio i confini incerti tra razionalità e mistero, suscitando profonde riflessioni: Murakami Haruki, José Saramago, James Ballard, Ian McEwan.
Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? Scrivere per me è una necessità, i miei racconti sono nati uno dopo l’altro nel corso degli anni. Recentemente ho deciso di collegarli tra loro come perle di una collana per cercare di raccontare al meglio la poliedricità degli esseri umani.
Ricordi il primo libro che ti ha davvero emozionato? A undici anni ho letto L’uomo senza qualità di Robert Musil, un romanzo bellissimo che ha impresso una svolta decisiva alla mia vita, perché dopo averlo letto ho promesso a me stessa che da grande avrei scritto un libro anch’io.
Hai mai vissuto il blocco dello scrittore? Come lo affronti? Credo che il “blocco” riguardi solo gli scrittori professionisti, e che sia legato all’ansia da prestazione indotta dai contratti editoriali a lungo termine. Se invece si scrive soltanto per passione, si scrive in ogni momento libero a disposizione.
Se non fossi una scrittrice, quale altra professione ti piacerebbe intraprendere? Se non sapessi esprimermi con le parole, non rinuncerei comunque alla mia grande necessità di raccontare storie. Allestirei racconti per immagini, come faccio praticamente da sempre con la pittura e con la fotografia.
Come scrivi di solito, a mano o col computer? Generalmente scrivo direttamente sul pc o sul portatile, salvo improvvise intuizioni. Tipo una sera, già a letto, mi sono dovuto alzare a scrivere un’idea che mi era venuta in mente, o in treno, dove scrivo su un quaderno rilegato che porto con me.
Quando scrivi, preferisci farlo in totale solitudine o con un po’ di compagnia intorno? Se “ispirato”, mi può capitare di scrivere ovunque. Ricordo una volta, in autostrada, mi venne un’idea mentre guidavo, per cui mi fermai all’autogrill e scrissi un paio di pagine. Posso scrivere anche in treno, ma l’ideale è la sera sul pc di casa.
Qual è il progetto su cui stai lavorando attualmente, e cosa ti entusiasma di più? Sto penando ad un possibile proseguo della storia presentata ne Il viaggio, qualche pagina è già venuta fuori così come il titolo: Risvegli, vedremo se e cosa potrà venire fuori.
Preferisci immergerti in un libro cartaceo, ascoltarlo in versione audiolibro o leggerlo su un dispositivo digitale? E perché? Ho una predilezione per il libro cartaceo, seguo le varie recensioni sui quotidiani e internet e, quando gli impegni di lavoro me lo permettono, vado volentieri alle presentazioni. Letteralmente non posso entrare in libreria ed uscire a mani vuote.
Hai una biblioteca personale o collezioni edizioni particolari di libri che ami? Mi piace tutta la narrativa del ‘900 e oltre, con una predilezione, soprattutto giovanile, per la fantascienza. Ma ho anche libri di saggistica. Amo in particolare Ray Bradbury e Isaac Asimov, ma posso spaziare da Pirandello a Stephen King a Manfredi.