“Audrey mia madre”: ritratto domestico di una donna semplice, familiare, comune e una splendida italiana di adozione

a cura di Marco Palagi

Diventa difficile, per me, parlare di un libro su Audrey Hepburn rimanendo imparziale… diciamo che ci sono diversi elementi positivi in questo volume.
Tra i tanti libri che ho letto su Audrey, sulla sua vita, sulla sua carriera, sul suo impegno umanitario con l’Unicef, poche volte ho avuto la possibilità di conoscere i dettagli della vita domestica della celebre attrice. Su tutti si parla sempre di “Colazione da Tiffany” oppure del suo Oscar ricevuto giovanissima per “Vacanze romane”, delle copertine patinate… ma mai eravamo venuti a conoscenza di come si comportasse Audrey tra le mura di casa, coi figli, i mariti e i compagni della sua vita. In questo libro Luca Dotti, il secondo figlio avuto dal secondo matrimonio con Andrea Dotti, psichiatra italiano, ci porta all’interno della vita domestica dell’attrice, dal suo rapporto coi figli a quello con la buona cucina italiana – e non solo. Perché tra le splendide immagini che ritraggono Audrey con le amiche e i parenti (250 fotografie), troviamo gustose ricette che lei stessa ha perfezionato nel corso degli anni o che, grazie alla cuoca, ha avuto la possibilità di provare. Ed è un viaggio meraviglioso quello che riusciamo a fare con queste pagine, perché veniamo colti e stravolti continuamente da una serie di emozioni, che vanno dalla fame – vedi tutte le ricette minuziosamente riportate – alla nostalgia, dall’ammirazione alla tristezza. Ma ciò che questo libro lascia nel profondo dei nostri cuori è la sensazione di aver vissuto per qualche ora insieme a Audrey Hepburn, aver assaggiato con lei quei gustosi piatti, guardato la tv con lei sul divano, curato il giardino svizzero a La Paisible che lei amava tanto, portato i figli a scuola o fatto la spesa al supermercato romano sotto casa. Audrey non era perfetta né tantomeno aveva una vita perfetta, per quanto le riviste o la vita da star possano far immaginare. Ha patito la fame della guerra, ha abbandonato i suoi sogni di diventare una ballerina, è passata attraverso due divorzi ma, nonostante tutto questo, è rimasta semplice, familiare, una donna comune e una splendida italiana di adozione. 

Le uniche cose che contano

Audrey con le palpebre ricoperte di brillantini indossa l’abito nero di Come rubare un milione di dollari e vivere felici, 1965

di Marco Palagi

Sono nata a Bruxelles, in Belgio, il 4 maggio 1929… e sono morta sei settimane dopo.
Se dovessi scrivere una biografia, la incomincerei così.

Contrassi una brutta forma di pertosse e il mio piccolo cuoricino si fermò, ma due colpetti sulla schiena da parte di mia madre, Ella, mi rianimarono.
Ho origini olandesi, ungheresi e francesi, insomma se fossi un cane sarei un bastardello.
A cinque anni fui mandata in collegio in Inghilterra, anche e soprattutto perché il rapporto tra i miei genitori non andava molto bene. Ero terrorizzata all’idea di stare lontano da casa.
Inaspettatamente, nel 1935 mio padre, Joseph, ci abbandonò senza dare ad alcuno di noi una spiegazione.
Quello fu l’evento più traumatico della mia vita. Il divorzio dei miei fu il primo grande colpo che ricevetti quando ero bambina… lo adoravo, e mi è mancato terribilmente dal primo istante in cui è sparito. Guardi il volto di tua madre, lo vedi ricoperto di lacrime e ciò ti lascia impietrita. Assistere alla sua agonia fu una delle esperienze più terribili della mia vita. Pianse per giorni, tanto che pensai che non avrebbe mai smesso.

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