“Napoli miliardaria” di Stefano Ceccanti: le scelte cruciali della vita, partire, restare, lavorare, ribellarsi, rassegnarsi

a cura di Maria Landolfo

Il romanzo è ambientato nella Napoli del 1943. La protagonista Maria appartiene a una famiglia povera ma virtuosa, in una Napoli impoverita, disorientata e sconvolta dalla guerra.
Si susseguono nella narrazione eventi dolorosi ma anche gioiosi, narrati da una “voce” che sembra familiare, come il racconto di una parente lontana che accarezza i personaggi per non sciuparne il ricordo. Il titolo ricorda la celeberrima commedia napoletana di Eduardo de Filippo del 1945 che rientra, come questo romanzo, nelle innumerevoli opere che rappresentano quello che è stato definito il “dopoguerra infinito di Napoli”. (https://bit.ly/3MCAJb5)
Emergono figure insospettate per l’epoca, che oggi potremmo definire anacronisticamente “femministe”, ma in realtà donne forti e determinate, indurite dagli eventi bellici e che si oppongono ad un destino preordinato dalla logica maschile e alla mentalità bigotta e patriarcale.
Le vere protagoniste del romanzo sono le donne e la loro “sorellanza”, le donne di famiglia, la maestra succube del suo uomo, la ragazza che vuole studiare e affermarsi contro la volontà dei genitori… ed emblematica è la scena in cui la novizia fugge via in decapottabile strappandosi la croce e abbandonando la vita monastica. La guerra sembra aver risvegliato anche le coscienze femminili delle nuove generazioni che lottano e sopravvivono per una “liberazione” personale e non solo politica.
Il pregio di questo libro è che non indulge in luoghi comuni sulla napoletanità, ma ritrae gente comune, uno spaccato di una vita semplice, scandita da feste e cerimonie religiose. Trovo singolare lo sforzo dell’autore pisano nel trascrivere la lingua partenopea, a mio parere, anche frammista a termini dell’entroterra campano, una lingua viva che rende i dialoghi credibili e vivaci. Le frasi ripetute tante volte fanno parte di un lessico familiare e rievocano un tempo in cui la famiglia era depositaria dei valori da trasmettere ai giovani e comunque un nucleo sociale ed educativo, e che, nonostante la voglia di ribellione e di libertà, restava un punto di riferimento essenziale per le nuove generazioni.
Il potere resta nelle mani degli uomini, ma le vere fautrici dei destini di tutti sono le donne, in un’ottica matriarcale di solidarietà femminile, che si traduce in forza interiore e nella cura delle piccole e grandi cose quotidiane.

“Lì sapeva di essere cresciuta in tempi persi della memoria, fra un panno lavato e un piatto sciacquato, fra un ago troppo stretto e un filo lungo e chiaro.”

Sono rimasta positivamente impressionata, da partenopea, per come un così giovane autore pisano si sia cimentato in modo garbato e delicato nella rappresentazione di un momento storico complesso scegliendo il punto di vista, vulnerabile e forte nello stesso tempo, di una giovane donna, nel suo difficile percorso di vita, alla continua ricerca di un posto dove sentirsi a casa, e non più sola né perduta.
Il tema del libro, a mio parere, è rappresentato dalle scelte cruciali della vita: partire, restare, lavorare, ribellarsi, rassegnarsi, i momenti della vita in cui si decide il proprio destino nel bene e nel male.

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“Lo svago bianco” di Andrea Olivo: racconti su una Milano buia e folle

a cura di Maria Landolfo

Si tratta di dieci racconti ambientati a Milano, in un caleidoscopio di situazioni di degrado morale e materiale, proprio delle grandi città. Spacciatori, drogati, una gioventù persa e povera di motivazioni, che sembra lasciarsi vivere, che parla uno slang tutto suo. Mi ha molto colpito il racconto del ragazzo senegalese simbolo dell’odissea che molti immigrati vivono tragicamente in un’Italia molto diversa dai loro sogni.
Credo che l’originalità del libro sia nello stile e nelle metafore forti ed efficaci nell’esprimere un sentimento di distacco e di partecipazione emotiva nello stesso tempo da parte dell’autore. Sembra che voglia analizzare le situazioni in modo molto realistico, riproducendo il linguaggio gergale, pieno d’inglesismi informatici tipici delle nuove generazioni, ma traspare anche una profonda partecipazione ai drammi vissuti dagli sfortunati personaggi. La città che “mastica e sputa fuori nel tempo di un’estate, come una moneta da un distributore automatico impazzito” rende l’idea dell’assurdità di certe situazioni e di vite balorde. Sono racconti che focalizzano l’attenzione sulle dipendenze giovanili, droga e gioco in particolare, e su giovani vite risucchiate da spirali di violenza e indifferenza, che credono nella fortuna, nella mano vincente, nel lancio delle monetine per risolvere la loro precaria esistenza. I protagonisti sembrano abituati allo squallore, non si lasciano andare alla disperazione e lucidamente vanno incontro al loro destino da eterni perdenti e vinti.
Il lettore accompagnato in questo viaggio in una città buia, notturna e folle alla fine potrà essere invaso da una certa amarezza ma di sicuro non sarà più indifferente di fronte a queste esistenze “sbagliate” e “allucinate”.

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“Non sai fare altro” di Maurizio P. De Rosa: cronaca di un’estate disperata

a cura di Maria Landolfo

Mario Galimberti è un cinquantenne separato in ferie, insofferente nei confronti del dolore altrui e del proprio, claustrofobico, un uomo allo specchio, ossessivo e insoddisfatto, tormentato da incubi notturni e dai suoi autoinganni, e  teme sopra ogni cosa la solitudine.
Si muove in una immota città antica e su spiagge deserte del litorale romano, la cui immobilità fa da contrasto all’irrequietezza del suo tormento e tumulto interiore.
Il demone interiore del protagonista lo trascina in passioni disperate e angosciose, in perenne fuga da se stesso. Non ha ancora rielaborato il fallimento del suo matrimonio e intraprende relazioni brevi e superficiali con donne molto diverse tra loro, ognuna con un carattere e una personalità diversa: l’amica comprensiva, la prostituta esperta della vita, la donna libera e spregiudicata, una rancorosa ex moglie… Donne tutte diverse tra loro, le cui aspettative e richieste d’amore, di vero amore e non di mera attrazione erotica, inevitabilmente il protagonista disattende con i conseguenti sensi di colpa , rimorsi e rimpianti.
Questo romanzo è la cronaca di un’estate disperata, in un’altalena di situazioni di euforia e di angoscia. Il protagonista consapevole delle sue debolezze e dell’incapacità di legarsi e provare un reale sentimento d’amore si muove in contesto di relazioni basate sulla paura della solitudine o sul desiderio di “sistemarsi”.
Infatti, sembrano presentarsi a lui solo due opzioni: la passione erotica, la leggerezza dell’incontro, l’euforia del sesso oppure l’amore, il sentimento, un legame inevitabilmente soffocante e noioso.
Il titolo rievoca il tono accusatorio con cui le donne, con cui s’intrattiene, si rivolgono a lui chiedendo o pretendendo cose che non riesce a dare e neanche a comprendere fino in fondo.   
Il sottotitolo recita “storia di infelicità e di rare eccezioni” e aggiungerei “storia di incomunicabilità” per i dialoghi disperati tra l’uomo e le sue donne.
La rara eccezione sembra essere Chiara: una donna dedita al figlio gravemente malato, che attira la sua attenzione non per l’aspetto fisico, ma per la dedizione assoluta al figlio e sembra averlo intimamente colpito. Descrive con delicatezza, infatti, il rapporto madre e figlio, la cura e la stanchezza di questa donna, e lui, insonne, osserva entrambi mentre dormono, nel momento di massima vulnerabilità, li vede come anime candide destinate al dolore e alla sofferenza in un mondo negativo dimenticato da Dio. E di fronte al mistero che avvolge la madre e la donna l’uomo prende coscienza della sua fragilità, essendo alla continua ricerca di una nuova passione, incapace di dedizione e di amore concreto per qualcuno al di fuori di se stesso.
Il fulcro della narrazione sembra ruotare intorno dei quesiti essenziali: si può, da un momento all’altro, decidere di cambiare la propria natura? Può un incontro cambiare la nostra vita e renderci migliori e capaci di amare? Si può davvero rinascere in una nuova alba della nostra esistenza?
“L’alba è l’ora migliore per lui, l’ora della liberazione dalla notte, dalle tenebre, dall’impossibilità di dormire. La luce dell’alba lo allontana dai suoi demoni, tutto sembra tornare ad avere un senso.”
Cosa attende Mario, alla fine di questa frenetica odissea estiva, dopo un susseguirsi febbrile e convulso di incontri balordi e notti brave all’accanita ricerca di sesso e di amore? Il superamento del fallimento personale e la ritrovata capacità di amare o la conferma di una cinica e disillusa visione dei rapporti uomo-donna?

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“Quello di cui non vogliamo parlare” di Gian-Luca Baldi: ricordi, emozioni e identità

a cura di Maria Landolfo

Il romanzo di Gian-Luca Baldi oscilla tra i fatti realmente accaduti, rielaborati e “scremati” dall’autore, e l’opera di fantasia. Parte da un fatto accaduto, doloroso, la morte dell’amato padre regista e scrittore, il fattore scatenante di un’introspezione profonda. Il racconto si pone come mezzo di conoscenza interiore e chiarificatrice e sembra avere come meta la piena espressione di quelle emozioni talvolta represse lungo l’arco di una vita.
Leggendo questo romanzo si percepisce lo sforzo consapevole dell’autore di porsi alla giusta distanza per poter focalizzare e descrivere con le parole una realtà mentale sfuggente e misteriosa, a lungo rimossa.
Descrive con metafore “liquide” i misteriosi processi interiori, come fiumi, laghi sotterranei, neve e fango, che scorrono nella nostra mente, dove si annidano le nostre emozioni e i ricordi; il tutto, mai definitivamente rimosso, è solo temporaneamente nascosto e riemerge da queste profondità, all’improvviso. La morte di un genitore è uno di questi momenti.
Si dice che quando si muore la vita ci passa davanti come un film, e questo sembra avvenire anche in chi resta. Alla fine ciò che rimane, dopo una vita, non sono le tante conoscenze razionali, i saperi, i successi e le apparenze, ma le emozioni profonde che riaffiorano in forma di visioni fantastiche e simboliche.  
Nel testo si rincorrono i ricordi legati al rapporto col padre, le frequentazioni nel mondo del cinema e della cultura (Moravia, Pasolini, Morin…) e gli interrogativi esistenziali sulla morte, il senso di appartenenza e d’identità legato ai luoghi in cui siamo vissuti, l’attaccamento tenace alla vita, l’esaltazione della bellezza nascosta delle cose, la forza e la potenza dell’immaginazione, la musica, ma il tema principale sembra essere soprattutto la difficoltà nella gestione delle emozioni, apparentemente rimosse per sopravvivere. Per “andare avanti”.
Il vissuto si cristallizza dentro di noi sotto forma di immagini, visioni e simboli, liberatori. Lasciarsi andare e vivere a pieno queste emozioni attraverso l’arte, in particolare la musica unita alla narrazione fantastica è per l’autore, scrittore e musicista, un modo per placare la sofferenza e comprenderne le cause più profonde.
Credo che i punti di forza di questo romanzo siano proprio i momenti in cui l’autore indulge nelle sue visioni fantastiche e oniriche e, in particolare, quando utilizza termini e metafore musicali.
La vita del figlio di un padre, noto negli ambienti cinematografici e culturali, sembra messa in ombra dalla presenza – assenza del padre, ma il flusso dei pensieri dell’autore lo conduce a un’intima verità inaspettata e diremmo catartica. Un genitore che non mette in ombra un figlio, ma lo illumina con i suoi sogni, con i suoi progetti e le sue proiezioni. La sua morte è un momento di crescita e di sofferenza enorme, ci toglie di colpo quella luce vitale, come un riflettore sotto il quale siamo vissuti fino a quel momento.

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“Destinazione Tina Pica” di Gioconda Marinelli: biografia di un’attrice nata e vissuta sul palcoscenico

a cura di Maria Landolfo

In questa breve biografia è narrata la vita e soprattutto la carriera dell’attrice napoletana, sconosciuta forse alle nuove generazioni, nata alla fine dell’800 e morta nel 1968. Un’attrice di teatro, figlia d’arte, la cui vita fu segnata dalla morte del primo marito e della figlia in tenera età, un’attrice comica dalla voce cavernosa, nata e vissuta sul palcoscenico.
Nel libro ci sono aneddoti spassosi sul suo carattere deciso e la sincera devozione religiosa. Si è prestata al cinema nelle parti di donna bigotta, falsa o sincera, di zia, di nonna, di donna di compagnia dalla forte moralità, pronta a sentenziare con battute fulminanti. Una napoletana come si suol dire “verace”, generosa, devota, di carattere e soprattutto dotata di senso dell’umorismo.
Le figure di donne che ha rappresentato sulla scena teatrale e cinematografica risultano oggi di altri tempi, ma sono state molto familiari in quel periodo storico: queste donne, le parenti di un’età indefinita, che con la loro presenza tengono unita la famiglia, un po’ burbere, bigotte. Sono la testimonianza anche di un periodo in cui gli anziani erano ancora parte della famiglia, erano ascoltati dalle nuove generazioni, portatori di unità e di valori, e rievocavano ai giovani le loro origini, i loro limiti, li tenevano con i piedi per terra, per evitare guai e problemi.
Si racconta che l’attrice ebbe dei contrasti con i registi uomini e i capocomici che non la lasciavano libera di esprimersi. Molte sue battute furono frutto di improvvisazione del momento, un po’ come faceva Totò nei suoi celeberrimi film.
Tina Pica fa parte di quella schiera di donne comiche, attrici vere e proprie, faticosamente vissute in un mondo in cui c’era e c’è ancora la dominanza maschile. Le attrici comiche hanno dovuto sempre sgomitare per ottenere un loro posto nel mondo dello spettacolo. Far ridere da sempre è una prerogativa maschile.
È stata una delle poche attrici caratteriste, come si dice nel libro, che ha rubato la scena ad attori di alto calibro, con la forza della sua voce e un fisico gracile in un mondo di maggiorate storiche, come la Loren e la Lollobrigida.
L’unico difetto di questo libro è la sua brevità, avrei voluto leggere qualche aneddoto in più sulla sua vita privata, qualche altra battuta e testimonianza inedita sull’attrice.

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“Neapolis” di Giuseppe Cafiero: perché Goethe era a Napoli nel ‘700?

a cura di Maria Landolfo

Giuseppe Cafiero specifica, fin dall’inizio, che si tratta di un’opera di fantasia, e, infatti, il prologo si presenta dapprima sotto forma di romanzo epistolare e si tramuta successivamente in una sorta di saggio divulgativo.
Un investigatore inglese scrive a un antiquario romano per conto di un cliente tedesco, professore universitario per affidargli un incarico singolare, non tanto quello di approfondire quanto ha descritto Goethe nel suo celebre diario di viaggio, ma soprattutto di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti sorvolati e non descritti. Il libro si delinea quindi come un brogliaccio di appunti, riflessioni, immagini con un linguaggio un po’ arcaico, visionario, d’immagini continue, citazioni latine, riferimenti letterari, come tanti scatti fotografici, che immerge, in modo immediato, il lettore nell’atmosfera misteriosa e piena di contrasti e contraddizioni stridenti del periodo descritto.
Il Viaggio a Napoli di Goethe rientra nel filone della narrativa di viaggio del ’700. Goethe, ospitato da illustri personalità napoletane, come il giurista Gaetano Filangieri in primis, decanta le bellezze naturali, lo spettacolo unico del Vesuvio, in attività a quel tempo, la fertilità della terra campana, l’operosità del popolino napoletano che s’industriava per sopravvivere in modo frenetico e vivace, e ovviamente la magnificenza dei palazzi, dei banchetti e di quanto offerto dai suoi ospiti.
Che cosa ha raccontato Goethe e che cosa non ha raccontato?
Perché era a Napoli e ospite di personalità della Massoneria napoletana?
Perché non ha descritto le malefatte dell’Inquisizione e i contrasti con la Santa Romana Chiesa?
Il sottotitolo del testo di Cafiero riporta L’oziosa controversia sull’ambiguità di Herr Johann Wolfang Goethe. Goethe stesso era affiliato alla Massoneria come Mozart e altre personalità dell’epoca. Ricorre, infatti, nel testo frequentemente il termine ambiguità. Ambigui sono i rapporti tra Goethe e i suoi ospiti, o forse non descritti in modo completo e oggettivo. Ambigui sono i rapporti tra la Chiesa cattolica, l’Inquisizione e la stessa Massoneria. Ambiguo sembra essere lo stesso Filangieri teorico di una legislazione che giustifica in fondo il benevolo dispotismo e la presenza di un popolo sofferente e affamato appariva all’epoca come rientrante nell’ordine naturale delle cose. Ambigua diventa una personalità come Goethe di fronte alla realtà multiforme e inafferrabile di Napoli. Napoli appare un paradiso terrestre per le sue bellezze naturali e lo splendore dei palazzi, la prosperità della terra, il clima mite ma era in realtà un inferno per gli oppositori, per le vittime dell’Inquisizione, per un popolino che Goethe dipinge in modo oleografico.
Cafiero ci conduce per la mitica strada simbolo di Napoli, via Toledo, che divide la città in due parti, per i sotterranei, i palazzi voluti dai dispotici vicerè spagnoli, accenna all’esistenza di personalità discusse, come il Principe-mago di San Severo, alla presenza seducente di donne di alto rango, ospitali e inquiete, le voci bianche di giovani popolani castrati e nello stesso tempo per le vie fetide dove si muoveva un popolo che nonostante tutto resta sempre ospitale e ossequioso nei confronti dello straniero viaggiatore.
Cafiero si sofferma anche sull’ammirazione di Goethe per la figura tormentata, folle, inquieta di Torquato Tasso, cui dedicherà un dramma classico, in cui il poeta inquieto non accetta l’etichetta di corte. La personalità poliedrica ed enciclopedica di Goethe, olimpica e razionale e nello stesso tempo attratta dai culti, simboli fallici, rituali esoterici e fenomeni irrazionali, nel suo viaggio in Italia sembra soggiacere alla descrizione oleografica di una Napoli di maniera e non va in profondità, oltre il suo interesse naturalistico per il Vesuvio e la botanica. Napoli resta una città di misteri, quali: l’origine della maschera di Pulcinella, il rituale del sangue di San Gennaro, i comportamenti irrazionali legati al gioco d’azzardo e del lotto, la cabala, echi di riti bacchici, cristi velati, un insieme di fenomeni che Cafiero definisce il gran circo. Girovagare per le strade di Napoli era come assistere a uno spettacolo circense teso ad attirare l’attenzione e a destare meraviglia e nello stesso tempo poteva confondere la mente degli ingenui viandanti. Altri viaggiatori illustri qualche secolo dopo riporteranno dai loro viaggi l’immagine di una Napoli diversa, sporca, calda e affollata e ben diversa dal paradiso goethiano. Cafiero nel suo libro ipotizza i motivi reconditi di questa scelta in un modo documentato e originale.

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