“Non sai fare altro” di Maurizio P. De Rosa: cronaca di un’estate disperata

a cura di Maria Landolfo

Mario Galimberti è un cinquantenne separato in ferie, insofferente nei confronti del dolore altrui e del proprio, claustrofobico, un uomo allo specchio, ossessivo e insoddisfatto, tormentato da incubi notturni e dai suoi autoinganni, e  teme sopra ogni cosa la solitudine.
Si muove in una immota città antica e su spiagge deserte del litorale romano, la cui immobilità fa da contrasto all’irrequietezza del suo tormento e tumulto interiore.
Il demone interiore del protagonista lo trascina in passioni disperate e angosciose, in perenne fuga da se stesso. Non ha ancora rielaborato il fallimento del suo matrimonio e intraprende relazioni brevi e superficiali con donne molto diverse tra loro, ognuna con un carattere e una personalità diversa: l’amica comprensiva, la prostituta esperta della vita, la donna libera e spregiudicata, una rancorosa ex moglie… Donne tutte diverse tra loro, le cui aspettative e richieste d’amore, di vero amore e non di mera attrazione erotica, inevitabilmente il protagonista disattende con i conseguenti sensi di colpa , rimorsi e rimpianti.
Questo romanzo è la cronaca di un’estate disperata, in un’altalena di situazioni di euforia e di angoscia. Il protagonista consapevole delle sue debolezze e dell’incapacità di legarsi e provare un reale sentimento d’amore si muove in contesto di relazioni basate sulla paura della solitudine o sul desiderio di “sistemarsi”.
Infatti, sembrano presentarsi a lui solo due opzioni: la passione erotica, la leggerezza dell’incontro, l’euforia del sesso oppure l’amore, il sentimento, un legame inevitabilmente soffocante e noioso.
Il titolo rievoca il tono accusatorio con cui le donne, con cui s’intrattiene, si rivolgono a lui chiedendo o pretendendo cose che non riesce a dare e neanche a comprendere fino in fondo.   
Il sottotitolo recita “storia di infelicità e di rare eccezioni” e aggiungerei “storia di incomunicabilità” per i dialoghi disperati tra l’uomo e le sue donne.
La rara eccezione sembra essere Chiara: una donna dedita al figlio gravemente malato, che attira la sua attenzione non per l’aspetto fisico, ma per la dedizione assoluta al figlio e sembra averlo intimamente colpito. Descrive con delicatezza, infatti, il rapporto madre e figlio, la cura e la stanchezza di questa donna, e lui, insonne, osserva entrambi mentre dormono, nel momento di massima vulnerabilità, li vede come anime candide destinate al dolore e alla sofferenza in un mondo negativo dimenticato da Dio. E di fronte al mistero che avvolge la madre e la donna l’uomo prende coscienza della sua fragilità, essendo alla continua ricerca di una nuova passione, incapace di dedizione e di amore concreto per qualcuno al di fuori di se stesso.
Il fulcro della narrazione sembra ruotare intorno dei quesiti essenziali: si può, da un momento all’altro, decidere di cambiare la propria natura? Può un incontro cambiare la nostra vita e renderci migliori e capaci di amare? Si può davvero rinascere in una nuova alba della nostra esistenza?
“L’alba è l’ora migliore per lui, l’ora della liberazione dalla notte, dalle tenebre, dall’impossibilità di dormire. La luce dell’alba lo allontana dai suoi demoni, tutto sembra tornare ad avere un senso.”
Cosa attende Mario, alla fine di questa frenetica odissea estiva, dopo un susseguirsi febbrile e convulso di incontri balordi e notti brave all’accanita ricerca di sesso e di amore? Il superamento del fallimento personale e la ritrovata capacità di amare o la conferma di una cinica e disillusa visione dei rapporti uomo-donna?

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