“Neapolis” di Giuseppe Cafiero: perché Goethe era a Napoli nel ‘700?

a cura di Maria Landolfo

Giuseppe Cafiero specifica, fin dall’inizio, che si tratta di un’opera di fantasia, e, infatti, il prologo si presenta dapprima sotto forma di romanzo epistolare e si tramuta successivamente in una sorta di saggio divulgativo.
Un investigatore inglese scrive a un antiquario romano per conto di un cliente tedesco, professore universitario per affidargli un incarico singolare, non tanto quello di approfondire quanto ha descritto Goethe nel suo celebre diario di viaggio, ma soprattutto di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti sorvolati e non descritti. Il libro si delinea quindi come un brogliaccio di appunti, riflessioni, immagini con un linguaggio un po’ arcaico, visionario, d’immagini continue, citazioni latine, riferimenti letterari, come tanti scatti fotografici, che immerge, in modo immediato, il lettore nell’atmosfera misteriosa e piena di contrasti e contraddizioni stridenti del periodo descritto.
Il Viaggio a Napoli di Goethe rientra nel filone della narrativa di viaggio del ’700. Goethe, ospitato da illustri personalità napoletane, come il giurista Gaetano Filangieri in primis, decanta le bellezze naturali, lo spettacolo unico del Vesuvio, in attività a quel tempo, la fertilità della terra campana, l’operosità del popolino napoletano che s’industriava per sopravvivere in modo frenetico e vivace, e ovviamente la magnificenza dei palazzi, dei banchetti e di quanto offerto dai suoi ospiti.
Che cosa ha raccontato Goethe e che cosa non ha raccontato?
Perché era a Napoli e ospite di personalità della Massoneria napoletana?
Perché non ha descritto le malefatte dell’Inquisizione e i contrasti con la Santa Romana Chiesa?
Il sottotitolo del testo di Cafiero riporta L’oziosa controversia sull’ambiguità di Herr Johann Wolfang Goethe. Goethe stesso era affiliato alla Massoneria come Mozart e altre personalità dell’epoca. Ricorre, infatti, nel testo frequentemente il termine ambiguità. Ambigui sono i rapporti tra Goethe e i suoi ospiti, o forse non descritti in modo completo e oggettivo. Ambigui sono i rapporti tra la Chiesa cattolica, l’Inquisizione e la stessa Massoneria. Ambiguo sembra essere lo stesso Filangieri teorico di una legislazione che giustifica in fondo il benevolo dispotismo e la presenza di un popolo sofferente e affamato appariva all’epoca come rientrante nell’ordine naturale delle cose. Ambigua diventa una personalità come Goethe di fronte alla realtà multiforme e inafferrabile di Napoli. Napoli appare un paradiso terrestre per le sue bellezze naturali e lo splendore dei palazzi, la prosperità della terra, il clima mite ma era in realtà un inferno per gli oppositori, per le vittime dell’Inquisizione, per un popolino che Goethe dipinge in modo oleografico.
Cafiero ci conduce per la mitica strada simbolo di Napoli, via Toledo, che divide la città in due parti, per i sotterranei, i palazzi voluti dai dispotici vicerè spagnoli, accenna all’esistenza di personalità discusse, come il Principe-mago di San Severo, alla presenza seducente di donne di alto rango, ospitali e inquiete, le voci bianche di giovani popolani castrati e nello stesso tempo per le vie fetide dove si muoveva un popolo che nonostante tutto resta sempre ospitale e ossequioso nei confronti dello straniero viaggiatore.
Cafiero si sofferma anche sull’ammirazione di Goethe per la figura tormentata, folle, inquieta di Torquato Tasso, cui dedicherà un dramma classico, in cui il poeta inquieto non accetta l’etichetta di corte. La personalità poliedrica ed enciclopedica di Goethe, olimpica e razionale e nello stesso tempo attratta dai culti, simboli fallici, rituali esoterici e fenomeni irrazionali, nel suo viaggio in Italia sembra soggiacere alla descrizione oleografica di una Napoli di maniera e non va in profondità, oltre il suo interesse naturalistico per il Vesuvio e la botanica. Napoli resta una città di misteri, quali: l’origine della maschera di Pulcinella, il rituale del sangue di San Gennaro, i comportamenti irrazionali legati al gioco d’azzardo e del lotto, la cabala, echi di riti bacchici, cristi velati, un insieme di fenomeni che Cafiero definisce il gran circo. Girovagare per le strade di Napoli era come assistere a uno spettacolo circense teso ad attirare l’attenzione e a destare meraviglia e nello stesso tempo poteva confondere la mente degli ingenui viandanti. Altri viaggiatori illustri qualche secolo dopo riporteranno dai loro viaggi l’immagine di una Napoli diversa, sporca, calda e affollata e ben diversa dal paradiso goethiano. Cafiero nel suo libro ipotizza i motivi reconditi di questa scelta in un modo documentato e originale.

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