“Chiamami papà” di Marco Palagi: un romanzo intenso, schietto e sincero

a cura della redazione di lalibreriadimommy

La scrittura di Marco Palagi è molto profonda, scorrevole e particolarmente incisiva, a tratti ironica. Riesce ad affrontare il tema in modo molto preciso e dettagliato, anche tenero, come lo sono pure le sue descrizioni. Ho trovato molto avvincente ed appassionante anche il fatto della presenza delle due voci, che si alternano tra i vari capitoli: una di Lorenzo (il padre) e l’altra della figlia Emma che gli cambierà la vita, in meglio e in modo costruttivo, come in genere fanno tutti i bambini con i loro genitori:

“La verità è che abbiamo bisogno dei bambini per sentirci dire che valiamo qualcosa.” (quarta di copertina)

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“Visioni” di Marcella Malfatti: la costante riflessione sul tempo

a cura della redazione di dasapere.it

La fascinazione per l’insolito, il bizzarro, lo straordinario è il tratto distintivo dei racconti di Marcella Malfatti, sia che si tratti di incursioni del soprannaturale nella vita quotidiana che di meditazioni introspettive dai connotati onirici.
Il suo è uno sguardo visionario, che indulge nella caratterizzazione dei luoghi e degli ambienti tramutandoli in specchi dell’animo e in riflessi concreti delle sensazioni e dei sentimenti, riverberi dello sbalordimento e del turbamento che si avverte, talvolta, di fronte a situazioni al limite della normalità, quando ci si trova ad affrontare quei momenti che ci fanno dubitare della concreta solidità delle abitudini con le quali si ha dimestichezza e familiarità, circostanze inconsuete e rare ma non così improbabili da essere impossibili.

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“Chiamami papà” di Marco Palagi e il difficile mestiere di genitore

a cura della redazione di lalibreriadimommy

Il romanzo parla di Lorenzo, un uomo che non si sente così uomo, ha un lavoro come necroforo e vive la vita giorno per giorno senza pretendere molto. Un giorno decide di provare la fortuna ed è cosi che si traferisce in America, è li che tutto cambia. Dopo una separazione sofferta trova l’amore, ma, come si dice, la fortuna è sempre dietro l’angolo, infatti, per una coincidenza, incontra l’amore della sua vita: Linda. Da quel momento Lorenzo inizierà una turbolenta salita verso la felicità e la sofferenza della perdita, ma anche verso una crescita personale che non credeva potesse esistere, infatti Linda vuole avere dei figli, ma Lorenzo pensa di non esserne all’altezza ed è qua che inizia tutto un percorso nel suo io più profondo, affrontando paure e sentimenti contrastanti. Poi arriva lei: Emma. Non voglio svelarvi di più perché questo romanzo è da non perdere, è da leggere dall’inizio alla fine visto che ne vale davvero la pena.

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“Neapolis” di Giuseppe Cafiero: perché Goethe era a Napoli nel ‘700?

a cura di Maria Landolfo

Giuseppe Cafiero specifica, fin dall’inizio, che si tratta di un’opera di fantasia, e, infatti, il prologo si presenta dapprima sotto forma di romanzo epistolare e si tramuta successivamente in una sorta di saggio divulgativo.
Un investigatore inglese scrive a un antiquario romano per conto di un cliente tedesco, professore universitario per affidargli un incarico singolare, non tanto quello di approfondire quanto ha descritto Goethe nel suo celebre diario di viaggio, ma soprattutto di focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti sorvolati e non descritti. Il libro si delinea quindi come un brogliaccio di appunti, riflessioni, immagini con un linguaggio un po’ arcaico, visionario, d’immagini continue, citazioni latine, riferimenti letterari, come tanti scatti fotografici, che immerge, in modo immediato, il lettore nell’atmosfera misteriosa e piena di contrasti e contraddizioni stridenti del periodo descritto.
Il Viaggio a Napoli di Goethe rientra nel filone della narrativa di viaggio del ’700. Goethe, ospitato da illustri personalità napoletane, come il giurista Gaetano Filangieri in primis, decanta le bellezze naturali, lo spettacolo unico del Vesuvio, in attività a quel tempo, la fertilità della terra campana, l’operosità del popolino napoletano che s’industriava per sopravvivere in modo frenetico e vivace, e ovviamente la magnificenza dei palazzi, dei banchetti e di quanto offerto dai suoi ospiti.
Che cosa ha raccontato Goethe e che cosa non ha raccontato?
Perché era a Napoli e ospite di personalità della Massoneria napoletana?
Perché non ha descritto le malefatte dell’Inquisizione e i contrasti con la Santa Romana Chiesa?
Il sottotitolo del testo di Cafiero riporta L’oziosa controversia sull’ambiguità di Herr Johann Wolfang Goethe. Goethe stesso era affiliato alla Massoneria come Mozart e altre personalità dell’epoca. Ricorre, infatti, nel testo frequentemente il termine ambiguità. Ambigui sono i rapporti tra Goethe e i suoi ospiti, o forse non descritti in modo completo e oggettivo. Ambigui sono i rapporti tra la Chiesa cattolica, l’Inquisizione e la stessa Massoneria. Ambiguo sembra essere lo stesso Filangieri teorico di una legislazione che giustifica in fondo il benevolo dispotismo e la presenza di un popolo sofferente e affamato appariva all’epoca come rientrante nell’ordine naturale delle cose. Ambigua diventa una personalità come Goethe di fronte alla realtà multiforme e inafferrabile di Napoli. Napoli appare un paradiso terrestre per le sue bellezze naturali e lo splendore dei palazzi, la prosperità della terra, il clima mite ma era in realtà un inferno per gli oppositori, per le vittime dell’Inquisizione, per un popolino che Goethe dipinge in modo oleografico.
Cafiero ci conduce per la mitica strada simbolo di Napoli, via Toledo, che divide la città in due parti, per i sotterranei, i palazzi voluti dai dispotici vicerè spagnoli, accenna all’esistenza di personalità discusse, come il Principe-mago di San Severo, alla presenza seducente di donne di alto rango, ospitali e inquiete, le voci bianche di giovani popolani castrati e nello stesso tempo per le vie fetide dove si muoveva un popolo che nonostante tutto resta sempre ospitale e ossequioso nei confronti dello straniero viaggiatore.
Cafiero si sofferma anche sull’ammirazione di Goethe per la figura tormentata, folle, inquieta di Torquato Tasso, cui dedicherà un dramma classico, in cui il poeta inquieto non accetta l’etichetta di corte. La personalità poliedrica ed enciclopedica di Goethe, olimpica e razionale e nello stesso tempo attratta dai culti, simboli fallici, rituali esoterici e fenomeni irrazionali, nel suo viaggio in Italia sembra soggiacere alla descrizione oleografica di una Napoli di maniera e non va in profondità, oltre il suo interesse naturalistico per il Vesuvio e la botanica. Napoli resta una città di misteri, quali: l’origine della maschera di Pulcinella, il rituale del sangue di San Gennaro, i comportamenti irrazionali legati al gioco d’azzardo e del lotto, la cabala, echi di riti bacchici, cristi velati, un insieme di fenomeni che Cafiero definisce il gran circo. Girovagare per le strade di Napoli era come assistere a uno spettacolo circense teso ad attirare l’attenzione e a destare meraviglia e nello stesso tempo poteva confondere la mente degli ingenui viandanti. Altri viaggiatori illustri qualche secolo dopo riporteranno dai loro viaggi l’immagine di una Napoli diversa, sporca, calda e affollata e ben diversa dal paradiso goethiano. Cafiero nel suo libro ipotizza i motivi reconditi di questa scelta in un modo documentato e originale.

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“Le Assaggiatrici” di Rosella Postorino: una storia poco conosciuta ma di grande impatto emotivo

a cura di Venusia Marconi

“Ma in fondo dare la vita è sempre condannare alla morte, diceva Gregor. Davanti al creato, Dio contempla lo sterminio.” Si legge nel libro. E la morte è proprio una delle protagoniste del romanzo di Rosella Postorino, la quale trae spunto da una storia vera letta su un giornale italiano nel 2014. Quattro anni dopo esce Le Assaggiatrici, il libro in cui la voce di Rosa Sauer ci narra un aspetto poco conosciuto della Germania nazista.
È il 1943 e dodici donne vengono reclutate per assaggiare, appunto, il cibo destinato a Hitler, onde scongiurarne la morte per avvelenamento. Ogni giorno, per tre volte, queste donne si siedono alla mensa del terrore, costrette a fare i conti con la fame e con la morte. Ogni giorno attendono che quel cibo, dopo averle saziate, le uccida davanti allo sguardo severo e beffardo delle SS. Ogni giorno sono dilaniate dal senso del sacrificio per il Führer e la paura.
Queste donne, che col trascorrere del tempo imparano a conoscersi e a trovarsi, hanno il loro bagaglio di storia personale che si intreccia con gli eventi della Storia in comune che stanno vivendo.
In particolare, assistiamo alla vicenda di Rosa, berlinese, come viene chiamata a sottolineare la sua diversità rispetto alle colleghe, trapiantata in Polonia a casa dei suoceri. Il suo racconto si snoda su due piani temporali. Il primo è quello del presente della voce narrante con Hitler fisicamente nel rifugio segreto ma la cui ombra compare nelle divise, nei bombardamenti e nel cibo; con le assaggiatrici che vivono drammi e segreti anche molto importanti; con il dolore causato da Gregor il quale, dopo un anno di matrimonio, ha scelto di partire per il fronte senza neanche lasciarle il conforto di un figlio in grembo. L’altro piano temporale riguarda il passato di Rosa dove, tra i dolci ricordi della famiglia, non mancano certo dolori e lutti. Quest’alternanza rende maggiormente comprensibili alcuni pensieri della giovane donna e, dal punto di vista strutturale, agevola la lettura, spezzandola con ritmi diversi.
La pecca del libro, vincitore di due premi letterari, è tutta in un finale che lascia perplessi e a tratti delusi. Sarebbe stato necessario un maggiore sviluppo del contesto storico? La risposta dipende da cosa cerchiamo nel libro man mano che ascoltiamo la voce emozionata, spaventata e dignitosa di Rosa Sauer.

“Celeste, la bella” di Francesca Maffei: un romanzo per chi ama non dover mai dare nulla per scontato

a cura della redazione di modaeparole

Un inizio lento che poi, attraverso dei colpi di scena, si riprende, dando ritmo alla narrazione e facendo in modo che il lettore si ritrovi a divorare voracemente il resto del romanzo.
Una storia scritta bene,
in maniera fluida seppur con un linguaggio adatto all’epoca;
la sensazione che ho avuto è stata proprio di leggere pagine scritte in quel periodo.

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Intervista a Claudia Jeraci, autrice del romanzo “Anime perse”

a cura della redazione di metisnews.it

Claudia è una giovane scrittrice di Gioiosa Ionica. Anime perse è il suo primo romanzo, pubblicato a ottobre 2020 dalla casa editrice Giovane Holden.
Si tratta di un fantasy ambientato in Irlanda e narra le vicende di Emily Walsh, adolescente introversa che frequenta la scuola di La Cross. La ragazza vive una vita tranquilla, divisa tra la famiglia amorevole e gli amici di sempre. Tuttavia, dietro la sua apparente serenità, si nasconde un animo inquieto, destinato a subire cambiamenti devastanti, capaci di stravolgerla completamente e di farle cambiare idea sul concetto di “bene” e “male”.

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“Anonimi eroi” di Luca Novara: un romanzo dai conflitti interiori e agognata consapevolezza

a cura della redazione di Respiri d’inchiostro

Anonimi Eroi è un romanzo che mi ha preso fin da subito, complice il saper raccontare una realtà molto diversa dalla mia. Il romanzo è suddiviso in due racconti che hanno diversi collegamenti tra di loro. L’intero libro è caratterizzato dalla descrizione di realtà complesse, in cui luce e buio coabitano fino a cozzarsi e amalgamarsi.
Ho apprezzato l’amore per le descrizioni di luoghi stupendi, lo scrittore con semplicità ne esalta le meraviglie e differenze della varietà di luoghi, in cui grazie ai nostri protagonisti, saremo testimoni.

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