Tienici per mano piccola Dorrit

di Julia Ormond

Hereafter è una pellicola in cui la macchina da presa del regista sceglie di avventurarsi nell’aldilà, senza mai smarrirsi conducendo lo spettatore in un viaggio che si snoda verso la luce.
Marie Lelay è una giornalista francese sopravvissuta alla morte e allo tsunami. Rientrata a Parigi continua a interrogarsi sulla sua esperienza. Marcus è un fanciullo inglese sopravvissuto al fratello gemello investito da un’auto. Smarrito e ’spaiato’ cerca ostinatamente ma invano di entrare in contatto con Jason, di cui indossa il cappellino e conserva ogni cosa.
George Lonegan è un operaio americano in grado di vedere al di là della vita.
Deciso a ripudiare quel dono maledetto e a conquistarsi un’esistenza finalmente normale, George ’ascolta’ i romanzi di Dickens e frequenta un corso di cucina italiana.
Vicende parallele accostate con delicatezza e decisione insieme, dando a ogni personaggio e al mondo in cui vive il tempo di crescere, acquistare peso, impiantarsi nella nostra immaginazione. Fino a corrodere lentamente lo scetticismo iniziale. Vicende destinate, inevitabilmente, a intrecciarsi. Ma ciò avviene solo a minutaggio avanzato non a caso nella Londra di Dorrit, davanti a Derek Jacoby, il grande attore inglese che registra i romanzi di Dickens.

Il loro rapporto con la morte. Le loro e le nostre paure. La loro e la nostra ricerca di valori assoluti. Romantico e spettacolare, il nuovo viaggio di Eastwood nel nostro bisogno di amore.
Realizzato in collaborazione con Steven Spielberg e con lo sceneggiatore Peter Morgan, una delle penne più quotate del cinema contemporaneo, il film più coraggioso dell’ottantenne regista americano è stato presentato in anteprima europea al Torino Film Festival. Sicuramente uno dei suoi film più intimi. Nessuno impugna un fucile, lancia una palla da rugby o indossa i guantoni, ma tutti i personaggi, a poco a poco, confrontano se stessi e superano le loro paure per tornare a riabbracciare la vita.
Le domande che il film pone sono, infatti, delicatissime e difficili: Cosa c’è dopo la morte? Cosa rende una vita degna di essere vissuta? Cosa avvicina o allontana gli esseri umani tra loro?
Non si può vedere ’al di là’ delle cose senza finire prigionieri del dolore. Lo sanno bene George e Marie, protagonisti adulti di Hereafter, che hanno oscillato sulla soglia, sperimentando la morte e scampandola per vivere al meglio quel che resta da vivere nel mondo. Un mondo reso meno imperfetto da un ragazzino che ha negli occhi e nei gesti qualcosa di gentile. Qualcosa che piacerà al George interpretato da un sempre più bravo Matt Damon e troverà un argine alla sua solitudine.

Nella compostezza di una straordinaria classicità, che si concede un momento di tensione quasi insostenibile nella sequenza lunga e spietata del maremoto, l’ultimo film di Eastwood ’insegna’ qualcosa sulla vita confrontandosi con la morte, quella verificata (Marie), quella subita (Marcus), quella condivisa (George).
Hereafter prende atto che la vita è un esperimento a termine e si articola per questo attraverso prospettive frontali: al di qua e al di là del confine che separa la presenza dall’assenza. È questa linea di demarcazione a fare da perno al montaggio alternato delle vite di una donna, di un uomo e di un bambino dentro una geometria di abbagliante chiarezza e spazi urbani pensati per gravare sui loro destini come in un romanzo di Dickens.
Destini colpiti duramente e deragliati ineluttabilmente dalla natura (lo tsunami in Indonesia), dalle tensioni sociali (gli attacchi terroristici alle metropolitane londinesi), dalla fatalità (l’incidente stradale), destini che si incontrano per un attimo (o per la vita) in un mutuo scambio di salvezza. Perché da tempo i personaggi di Eastwood hanno abbandonato l’isolazionismo tipico dell’eroe americano a favore di una dialettica che mette in campo più interlocutori e pretende il contrasto.

Hereafter non fa eccezione e prepara l’Incontro: lo sguardo di Cécile De France che ha visto, quello di Matt Damon che riesce a vedere, quello del piccolo Frankie McLaren che vuole andare a vedere. Facendosi in tre il regista mette lo spettatore al centro di qualcosa di indefinibile eppure familiare come il dolore dell’essere, produce punti di vista potentemente fuori binario sul tema della morte e offre a Damon l’occasione di comporre la migliore interpretazione della sua carriera. Damon conquista l’emozione e la cognizione del dolore ’abitando’ un sensitivo che ha visioni di morti (e di morte) al solo contatto delle mani, una tristezza profonda piena di pietà e il desiderio di smettere di vedere il passato di chi resta e di immaginare il futuro (e il sapore) di un bacio.
Eastwood con Hereafter conferma la vocazione alle sfumature, azzarda l’esplorazione della morte con la grazia del poeta, interroga e si interroga su questioni filosofiche e spirituali e contrappone alla debolezza del presente e dentro un epilogo struggente l’energia di un sentimento raccolto nel futuro.
“Non sappiamo cosa c’è dall’altra parte,” dice il regista. “Ognuno ha le proprie credenze su quello che c’è o non c’è, ma siamo sempre nel campo delle ipotesi. Nessuno può saperlo fino a che non ci si arriva.”
I vivi con i vivi, i morti con i morti, dovrebbe essere così, ma in Hereafter più ci si avvicina all’aldilà, più si comprende meglio l’importanza di questa nostra fragile esistenza.
Il grigiore della Solitudine. L’abisso dell’Amore. L’eternità della Perdita. I fantasmi del sogno di Charles Dickens. Mani che si uniscono. Cartelloni pubblicitari di fama interscambiabile. Veggenti ciarlatani. Doni maledetti. Voglia di risposte. Un cappello con la visiera.
E la voce di Derek Jacoby che legge Charles Dickens.
“Amy hai detto che ti occorre un po’ di tempo,” continuò il Signor Dorrit. “Ma un po’ di tempo per che cosa?”
Altro breve silenzio. “Per abituarmi alla novità della mia vita,” rispose la piccola Dorrit guardando affettuosamente il babbo; e, per far piacere a lui e ubbidire alla Signora General, poco mancò che aggiungesse: pollo prugne e prisma.

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