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di Julia Ormond
Nei suoi sogni, Cenerentola lascia la sua casa per andare a vivere nel castello del re e, come lei stessa dice nella celebre canzone, – chi non ha mai sentito cantare I sogni son desideri?, – se si desidera molto una cosa, questa potrebbe avverarsi.
Per il regista Christopher Nolan i sogni sono lo spazio in cui le idee hanno origine, inizio o, appunto, inception.
Un’idea è il parassita più resistente, flessibile e contagioso, spiega Dom Cobb, il protagonista all’inizio della pellicola.
Le tante parole che si sono scritte e lette riguardo questo atteso e ambizioso film provano la veridicità dell’affermazione. Inception è una di quelle pellicole che ti fanno restare seduto sulla poltrona del cinema per tutto il tempo dei titoli di coda a scambiare con i tuoi amici i tasselli di un puzzle narrativo da cardiopalma e al tempo stesso da mal di testa.
Poiché il film si basa quasi interamente su un confondere molto e svelare poco (e poco per volta), a mia volta spiegherò dunque il meno possibile.
A seconda di quanto vogliate sapere (o non sapere) prima di andare a vedere il film, direi che una sorta di spoiler alert potrebbe prendere il via con due interrogativi.
L’originalità di un’ispirazione dove ha inizio e, soprattutto, dove ha fine?
E se gli spazi della mente non fossero privati?, se costituissero una proprietà accessibile o, addirittura, scassinabile, in un’esperienza mentale condivisa e pre-personale?
Trama e cast sono ormai di dominio pubblico.
Nei panni del protagonista, Leonardo di Caprio forse non veste i migliori che abbia indossato negli ultimi anni, ma nel personaggio ci sono sufficiente spessore emotivo e ricchezza interiore da assicurare l’ottima performance dell’attore e quella certa malinconia tormentata che sembra essere diventata la sua firma cinematografica.
Leonardo DiCaprio/Dom Cobb è un dream extractor. Per qualche oscuro motivo, che non mi è dato rivelare, passa la sua vita in esilio, muovendosi di nazione in nazione e di cliente in cliente. Il suo lavoro consiste nel rubare segreti alle sue vittime quando questi dormono, a volte costruendo un sogno dentro il sogno come scenario nel quale il vero e proprio furto può avere luogo.
Nei primissimi minuti del film però, qualcosa va storto durante l’operazione che vede oggetto il potente uomo d’affari giapponese Saito.
Cobb e il tuo team vengono colti in flagrante, ma il businessman dimostra di non essersela presa più di tanto e anzi fa al ladro la classica offerta-che-non-si-può-rifiutare: addentrarsi nei labirinti della mente del rivale numero uno di Saito per mezzo di un sogno, e di impiantarvi un’idea (non vi dico quale…) tanto importante e radicale da rivoluzionare le vite e gli eventi di molti.

La sceneggiatura ci catapulta così nel pieno dell’organizzazione del prossimo grande – forse ultimo – colpo di Cobb.
A mettere in atto l’impresa, una serie di partners in crime, la cui mansione è implicita nel soprannome: Ariadne, The Architect, responsabile della scenografia del sogno; Eames, The Forger, capace di contraffare identità e sembianze altrui; Yusuf, The Chemist, le cui pozioni garantiscono la profonda fase rem necessaria per avere un’attività onirica sufficientemente convincente; e Arthur, The Point Man, il braccio destro di Cobb.
A complicare la missione ci si mette un passato con cui Cobb vorrebbe riconciliarsi ma che continua a sbucare prepotentemente e violentemente a ogni angolo e ad agire da principale elemento di disturbo nonché femme fatale della situazione.
Inception è probabilmente l’incontro ideale tra il concettualismo indipendente di Memento e i fasti Hollywoodiani pre e post produzione di The Dark Knight.
Ne consegue che gli elementi per il successo ci sono tutti, così come il budget per realizzarli.

Non mancano tranelli e imprevisti che, in un crescendo di situazioni in equilibrio tra computer graphic ed espedienti narrativi, continuamente sfidano l’attenzione del pubblico e la sua prontezza di ricezione.
La trama è sufficientemente intricata comunque di grande intrattenimento.
Ci sono tutti gli spari, i complotti e gli inseguimenti dell’action movie però abilmente collocati nella psicotica cornice di un presente sempre indefinibile e che, sebbene lontano dai tratti fumettistici della Gotham di Batman renaissance, sicuramente ne ricorda il grigio e ansiogeno senso d’illusione.
Il paradosso, l’impossibiltà logica e la sfacciataggine speculativa della fantascienza la fanno da padroni in quello che può essere considerato, in fin dei conti, un film appartenente al genere. Chiave di volta, in questo senso, è il ruolo di assoluta marginalità a cui la tecnologia, che rende possibile la dream invasion, è stata relegata all’interno del film.
Per entrare nella mente delle proprie vittime, Cobb e compagnia si affidano a un apparecchio a cui entrambi, soggetti e oggetti dell’operazione, devono essere simultaneamente e fisicamente collegati. Il dettaglio, sebbene importantissimo dal punto di vista di una rigorosa spiegazione di che cosa stia succedendo sullo schermo, è illustrato brevemente per meno di trenta secondi e mai enfatizzato.

La macchina che de facto esegue la parte fantastica della scienza di Inception è, in questo senso, solo un tramite verso la vera tecnologia protagonista del film: il pensiero.
Tutta la sceneggiatura, in questo senso, si basa sull’universalità di esperienze psichiche molto semplici, addirittura viscerali ad esempio la sensazione di cadere che si ha molte volte prima di risvegliarsi da un sogno e il momento in cui ci si rende conto che si sta sognando, ma non si sa bene come si sia arrivati a quel punto.
Tale riappropriazione di piccoli esperimenti ed esperienze mentali costituisce il vero punto di forza del film. Il potenziale creativo di Inception, a mio parere, non sta dunque nel soffermarsi su crisi d’identità o questioni riguardo l’impossibilità di distinguere il reale dall’irreale (già visto, già fatto, già detto in dieci, cento, mille film), ma nel coraggio di affidare alla mente – e solamente a lei – il ruolo di agente propulsore di tutto il castello narrativo del film.
A questo riguardo, potremmo commentare come Inception voglia liberare il famigerato quesito: “Sogno o son desto?” dalle pesanti appendici (pseudo) psicoanalitiche a cui il cinema, da Io ti salverò di Hitchcock a Matrix dei fratelli Wachowski sembra averci, ed essersi, a sua volta abituato. Nessuna indecisione tra pillole blu o rosse, insomma, ma un uso inventivo e tuttavia formale, rigoroso dell’irrealtà, dello spazio onirico che, con buona pace di Cenerentola, poco o nulla lascia alla possibile risoluzione dei problemi esistenziali o morali del suo sognatore.
Inception sembra guardare al conscio/inconscio/subconscio come a illusioni scolastiche: niente più che etichette riassuntive, utili per capire di che cosa stiamo parlando, ma di cui è impossibile dare una definizione unanime perché in fondo prive di alcuna vera capacità di comprendere i mille piani della vita mentale.

Una delle critiche mosse al film è di essere alquanto confusionario nel dipingere l’esperienza psichica.
Personalmente ho apprezzato l’esperienza di venire confusa da un’opera d’ingegno. In un’epoca cinematografica di remake, rivisitazioni, prequel e sequel è, forse, un lusso.
A ben pensarci, addirittura, le parti ’confusionarie’ mi appaiono molto più di intrattenimento che i veri e propri passaggi risolutivi. Sia Nolan (implicitamente) che Cobb (esplicitamente) ci chiedono un leap of faith (un salto della fede, un po’ come Indiana Jones nell’Ultima Crociata). Ciò non implica una caduta libera nella tana del bianconiglio, ma la serena accettazione che la mente ha le proprie autarchiche regole, sia dentro l’architettura di sogno che nel rapido consumo di 148 minuti di film.
Il cuore emotivo di tutto il film, potremmo concludere, è che il nostro bisogno primario non è tanto riuscire a distinguere il vero dal falso, il possibile dall’impossibile, il logico dall’illogico, quanto la necessità di saper lasciare andare (un ricordo, una speranza, una colpa), e iniziare daccapo, sempre e comunque. Inception è un film da andare a vedere, se non per gli effetti speciali di edifici che si piegano su se stessi e lotte in una dimensione senza gravità, perlomeno per questa tacita, ma importante considerazione che ci lascia.

Tutti sogniamo, anche se lo dimentichiamo.
Perché il sonno rem è indispensabile alla nostra mente per capire se stessa. Non sappiamo perché ma resta il fatto che questo fenomeno accade. Sonno e sogni sono una necessità: senza dormire e sognare si muore, esattamente come avviene se non si mangia. Sono funzioni vitali.
Dati alla mano sono pochi, al mattino, a ricordare i loro sogni, ma è normale. Al massimo nella mente resta impresso il dieci per cento dei sogni. Il cervello è come un computer: ogni mattina elimina tutti i file che ingombrano la mente per fare spazio, la notte successiva, a nuovi sogni. Il cervello, infatti, non riposa mai: è sempre operoso e durante la notte crea proprio queste lunghe storie. Sono presenti in tutte le fasi del sonno, dall’addormentamento al risveglio, ma hanno caratteristiche diverse. Mentre ci si sta assopendo sono, in genere, brevi flash o allucinazioni; è tipica, per esempio, la sensazione di cadere nel momento in cui i muscoli si rilassano. Ma la vera e propria esplosione di sogni arriva quando si entra in fase rem. è il momento più fertile e prosegue per tutta la notte.
Non sappiamo perché avvengono: ma cosa sono i sogni?
La psicanalisi ha cercato di spiegarli. Il sogno è un teatro privato: ogni notte la mente mette in scena commedie o tragedie del mondo interiore. Così vengono portati in superficie stati d’animo e sensazioni represse. In un certo senso, servono ad approfondire delle esperienze. Ma il sogno è anche una riflessione. Si può trattare di eventi appena accaduti, sui quali la mente ha bisogno di riflettere a fondo. Ma anche di esperienze dimenticate anni prima. O addirittura di situazioni molto più antiche, vissute nella primissima infanzia e perfino, secondo alcuni studi, nel periodo precedente la nascita. Permettono, consciamente o meno, di conoscere meglio se stessi. Anche quando li dimentichiamo lasciano sempre un segno.
di Nadia Pastorcich
[…]
In La casa matrioska Gabriella Pison ascolta la sua fantasia unendola a un attento lavoro di ricerca. Non mancano i riferimenti alla cucina tipica delle nostre zone, all’architettura Liberty della capitale slovena, alla storia, ma soprattutto alla caccia alle streghe, punto attorno al quale ruota l’intero romanzo.

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dalla redazione di Poetarum Silva
E tu hai detto lo faremo ancora
-quando sei scesa ridendo dalla macchina-
di rubare un pezzetto di giornata
per noi soltanto -ed era una mattina
di gelo e sole ghiaccio con la brina
sopra gli steli secchi- ma la pasticceria
era calda di zucchero e di voci
e ci siamo sedute a un tavolino tondo
con le sedie rotonde e bianche
e il tuo tè fumante e il mio caffè
abbiamo ricolmato l’intervallo
a voce sguardi e gesti
intercorso tra noi di qualche mese
fitto il parlare come ragazzine
che parlano d’amore -ma non era quello
era la nostra comune passione per la vita
che ha cancellato intorno
altre voci e presenze in un tempo svuotato
finché non è scaduta
l’ora di libertà.
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di Mariagrazia Cacciottolo
[…] l’amore svolge un ruolo importante ma è osservato e trattato in tutte le sue sfaccettature ed interpretazioni.
L’amore per la vita, per il prossimo, per la propria famiglia.
La nonna Teresa trasmette un incredibile messaggio di fede, madre e moglie modello, divulgatrice di felicità esattamente come desiderato da Dio.
La nonna è un tesoro di cui si deve apprezzare la presenza e gli insegnamenti in eterno.
Già dal titolo l’autrice ci ricorda che non siamo nati per affrontare la vita da soli, ogni montagna insormontabile con la persona giusta accanto può diventare una collina o almeno un viaggio da affrontare insieme.
Un libro dedicato a tutte le donne, sognatrici e che hanno raggiunto tutti gli obiettivi, a chi vuole una famiglia ed chi aspira di sfiorare le stelle.
Voi siete la vostra forza!
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“Il mio lavoro quotidiano – ha raccontato Franco Amato ai presenti – è un po’ pressante e mi fa vedere il mondo e le persone da una prospettiva, ma grazie alla scrittura ho modo di riflettere e intraprendere un viaggio di svago e di evasione”
Il racconto Notte prima degli esami narra le vicende dei compagni di quinta del liceo scientifico A. Vallisneri di Lucca, che a distanza di trent’anni dall’esame di maturità si ritrova nello stesso locale dove si erano ritrovati trent’anni prima. Durante la cena, Giovanni Ricci si attarda nel bagno, e poco dopo, viene scoperto esamine, con la gola tagliata. Ad indagare sul fatto è chiamato il commissario Iannone, che riconosce tra gli invitati una sua vecchia conoscenza, l’ing. Marco Volpi, nel cui agriturismo qualche anno prima era stato ucciso un faccendiere peruviano. Quale rancore può portare a un omicidio trent’anni dopo? Un giallo ironico che indubbiamente ci farà guardare alle cene di classe con occhio disincantato.
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Il nuovo album di Sting “Symphonicities”, sembra segnare la svolta decisa dell’ex leader dei Police verso la musica classica. A eseguirli è la Royal Philharmonic Concert Orchestra, diretta da Steven Mercurio. L’album consiste in una rilettura in chiave sinfonica di dodici dei suoi più grandi successi ottenuti in una lunga e illustre carriera che ha prodotto numerosi album multi platino, un’incredibile lista di canzoni che hanno raggiunto il numero uno delle classifiche mondiali, innumerevoli premi e riconoscimenti, e la sbalorditiva cifra di quasi 100 milioni di dischi venduti in tutto il mondo.
L’interesse di Sting per la collaborazione orchestrale è iniziato nel 2008, in seguito a un invito a esibirsi con la leggendaria Chicago Symphony Orchestra. Dopo aver rielaborato alcuni brani del suo immenso repertorio, Sting si è esibito insieme all’orchestra in una performance che gli ha lasciato un segno indelebile.
“Le esibizioni con la Chicago Symphony Orchestra e la Philadelphia Orchestra hanno rappresentato entrambe momenti importantissimi della mia carriera. Sono felicissimo di questa nuova occasione di andare in tour con la Royal Philharmonic Concert Orchestra: sarà come avere una nuova tavoletta di colori musicali con cui lavorare e quindi re-inventare le canzoni che hanno rappresentato i miei concerti dal vivo per oltre trent’anni,” ha commentato Sting.
La Royal Philharmonic Concert Orchestra ha già accompagnato diversi artisti di fama internazionale, tra cui nomi illustri della musica lirica come Andrea Bocelli, ma anche icone della cultura pop come Burt Bacharach e Tina Turner.
Sting sarà inoltre accompagnato da un quartetto composto da Dominic Miller (chitarrista di Sting da lungo tempo), David Cossin (specialista in diverse percussioni in campo di musica sperimentale, oltre che membro della Bang on a Can All-Stars), Jo Lawry (voce) e Ira Coleman (basso).
Il Symphonicity tour, partito da Vancouver il 2 giugno, approda al Teatro Verdi di Firenze il 25 ottobre. Quindi proseguirà il 2 novembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano, il 3 novembre al Palaolimpico di Torino e il 10 novembre a Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, Sala Santa Cecilia.


Androidi maschili e femminili. Identici agli esseri umani ma senza difetti. Capaci di muoversi, di parlare e perfino di eccitarsi. È l’ultima frontiera della tecnologia applicata all’eros. Macchine create per dare piacere, da utilizzare in privato – da soli o in compagnia – per sostituire quelli che stanno per diventare giocattoli obsoleti ovvero i vibratori elettrici e le bambole gonfiabili vendute nei sexy shop.
A lanciare l’idea è lo scienziato inglese David Levy fondatore della Intelligent Toys Ltd.
Secondo lui il futuro della robotica passa anche per le sex machine e dipinge uno scenario di androidi in grado di soddisfare le esigenze e le fantasie sessuali di uomini e donne.
“Sono convinto che presto i robot diventeranno partner sessuali per un vastissimo numero di persone,” sostiene. “Per averne un’idea basta vedere come sono diventati popolari i vibratori o le bambole e immaginare quanto più divertente ed eccitante potrebbe essere per una persona possedere un robot che, oltre al resto, è in grado di stringerla tra le braccia, baciarla e magari dirle pure qualche frase romantica o erotica.”
Idea strampalata? A sentire il professor Henrick Christensen, docente di Robotica all’Università di Stoccolma parrebbe di no. Entro cinque, dieci anni al massimo la gente comincerà a fare sesso con i robot e l’esperienza diventerà sempre più appagante via via che si svilupperà l’intelligenza artificiale. Ossia quando le macchine impareranno dalla loro stessa esperienza. Quando saranno quasi indistinguibili dagli esseri umani, anzi più belli e privi di difetti. Con il perfezionamento dell’interattività l’effetto verosimiglianza aumenterà proporzionalmente.
Le persone saranno libere di scegliere le caratteristiche fisiche e l’aspetto del loro partner artificiale, esattamente come ora scegliamo prodotti da un catalogo sul web.
Saranno, probabilmente, le donne a essere le principali beneficiarie della nuova tecnologia, non fosse altro che per una questione di prestazioni e performance. Anche se, in verità, finora gli oggetti in circolazione che più si avvicinano a dei giocattoli erotici di tipo evoluto, sono prevalentemente destinati a un target maschile.
Le conseguenze sociali dell’ipotizzato boom degli androidi erotici sarebbero diverse e tutte ancora da definire. I profeti della robotica sessuale immaginano che il primo effetto sarebbe una drastica riduzione, se non proprio la fine, del mestiere più antico del mondo.
Gli studi di psicologia e sociologia indicano che le persone ricorrono alla prostituzione – maschile e femminile – per molte differenti ragioni, ma quella più comune è il fare sesso senza alcun coinvolgimento emotivo. Sicuramente le macchine saranno in grado di soddisfare questo bisogno.
Prostitute e gigolò sono dunque destinati a diventare una classe di semi disoccupati?
Attualmente ci si può portare a casa un androide per la modica cifra di circa ottomila euro.
È possibile anche affittarli… ma un’indagine ha dimostrato che spesso si instaurano relazioni sentimentali con il proprio androide, da qui la resistenza a cambiare partner artificiale.
Secondo gli esperti, tra gli effetti collaterali delle sex machine ci potrà essere anche la diffusione di quelle che oggi vengono chiamate perversioni: in altri termini, ci saranno persone che sperimenteranno sui robot quel tipo di esperienze che, per pudore o altri motivi, non vogliono fare direttamente con veri esseri umani. La robotica sessuale è o sarà richiesta anche per varcare nuove frontiere.
Per esempio un maschio che decide di regalare alla sua compagna un’esperienza lesbica o magari di provare un ménage à trois con un altro maschio o un’altra femmina, oppure di testare il sesso di gruppo e le gang band con diversi androidi. E sempre senza strascichi sentimentali, senza gelosie e senza paura di portarsi in casa dei rivali.
Il futurologo Ian Pearson profetizza che entro il 2020 l’evoluzione dell’intelligenza artificiale porterà i robot ad avere un inizio di coscienza.
A quel punto si porranno nuove e più delicate questioni, che attraversano campi che vanno dalla psicologia alla roboetica. E un giorno magari il sexy robot, capace di avere gusti propri, potrà perfino darci il due di picche.


Anche questa superstizione sembra derivare dalle nostre origini latine, quando scrivevamo tale numero così: XVII, ovvero 10 più 5 più 1 più 1. Essendo amanti delle arguzie e dei giochi di parole, gli antichi Romani si accorsero presto che anagrammando 17 ottenevano VIXI, cioè il perfetto (un tempo verbale simile al nostro passato remoto) del verbo latino vivo, col significato di “ho vissuto” in senso perfettivo, cioè di azione conclusa, dunque… sono morto!

Questa usanza arriva dal mondo latino. Quando il ricco romano sposava la sua bella matrona, provvedeva a fare una copia della chiave della cassaforte di famiglia e a consegnargliela, come a dirle: “Adesso sei tu che dovrai provvedere all’economia domestica e, dato che mi fido di te, ti consegno le mie, le nostre, ricchezze… fanne buon uso!” Proprio questo atto concreto di fiducia (in latino fides, evoluto nell’italiano fede), unito al fatto che simili chiavi venivano indossate come anelli, è stato assunto dal cristianesimo nel suo significato morale, a simboleggiare la fedeltà reciproca dei coniugi… In fin dei conti, oggi chi vorrebbe consegnare una cassaforte alla novella moglie, almeno senza prima averne testato le doti da economista?