Qual è stata la partita più lunga nella storia del calcio?

Con ben 158 minuti di gioco si aggiudica il record il match Torino-Legnano disputato nella stagione 1920-1921. All’epoca infatti il regolamento non prevedeva un limite ai tempi supplementari: finché una delle due squadre non avesse fatto gol il gioco sarebbe proseguito a oltranza. Fu così che il Torino e il Legnano, impegnate in uno spareggio del girone di semifinale interregionale per l’ammissione al campionato nazionale, finiti i tempi regolamentari con un imparziale 1-1, proseguirono per due tempi supplementari di 30 minuti ciascuno e per altri 8 minuti del successivo. Non riuscendo a segnare e preda della stanchezza, entrambe decisero di sospendere il match rinunciando anche a un’ulteriore partita da disputare in futuro… e auto-eliminandosi dal girone!

Perché gli juventini sono detti ‘gobbi’?

C’è chi dice che abbia a che fare con l’appellativo ’Vecchia signora’: la squadra bianconera avrebbe la schiena curva come le persone anziane, appesantita dagli anni… e dalle vittorie. Proprio le numerose vittorie, agli occhi degli avversari, la accuserebbero di godere di una fortuna davvero sfacciata… e si sa, il gobbo è per tradizione un auspicio di buona sorte. La spiegazione più razionale tira invece in ballo una maglietta indossata dai giocatori della Juve negli anni Cinquanta: dotata di una generosa scollatura a V, durante la corsa faceva entrare molta aria che defluiva sul retro andando a rigonfiare le spalle e generando una piccola gobba, in barba all’aerodinamica.

Una scrittura senza fronzoli attraverso l’Italia

di Patrizia Argenziano

“Una scrittura chiara, precisa e senza fronzoli accompagna il lettore in un viaggio attraverso l’Italia e l’animo umano. È il viaggio che nessuno si aspetta, nemmeno Jacopo il protagonista, è il viaggio che capita come un fulmine a ciel sereno, che arriva quasi come un dono, un’offerta, una seconda possibilità, è il viaggio della speranza, della riconciliazione con se stessi e con il mondo, è il Viaggio, per eccellenza. Eppure, per Jacopo, in un primo momento, è semplicemente “la fuga” alla disperata ricerca di quell’elemento che, portato alla luce, lo può incriminare. Con il trascorrere delle ore diventa il viaggio che segna inesorabilmente il suo destino, che determina le sue scelte, le sue risposte, persino le più banali. È il viaggio attraverso i luoghi ma soprattutto il viaggio che attraversa gli uomini fino al loro essere più profondo.”

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Perché la caffettiera si chiama moka?

Questa parola fu coniata dai portoghesi, che circa cinquecento anni fa iniziarono a esportare il caffè in Europa attraverso il porto di Al-Mukha, sul Mar Rosso. Pur provenendo dalle vallate e dagli altipiani dell’Haraz, distante circa un centinaio di chilometri da quel mare, il caffè ha assunto il nome della cittadina portuale oggi yemenita, nome che è finito poi a indicare la caffettiera inventata nel 1933 dall’italiano Alfonso Bialetti appositamente per la corposa miscela arabica.

Il ruolo del tempo nelle nostre vite

di Annagloria Del Piano

“Quello che appare filo conduttore di Mi rotola il vento, ultima silloge di Marisa Cecchetti, è il ruolo del tempo nelle nostre vite. Tempo di esistenza passata e presente, a cui non si soggiace soltanto, ma che può essere riempito e direzionato da noi, certo non sempre, ma più spesso di quanto si pensi.
Nella poetica dell’autrice entrano scene di vita quotidiana, così come riflessioni personali e quadri che incorniciano in versi le immagini di una natura amica e piena di risorse.
Sono tre le sezioni della raccolta; nella prima, “Uguali le genti”, un forte accento viene posto dalla poetessa sulla bellezza dell’incontro con l’altro, che è sempre confronto e condivisione e diventa, soprattutto, uso migliore del tempo che ci è dato, un susseguirsi di attimi e di giorni che non vanno sprecati, ma rispettati e riempiti d’amore.”

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Che tipo di catastrofe potrebbe annientare l’umanità?

Con una probabilità su due nei prossimi trent’anni, l’umanità potrebbe essere drasticamente annientata da una pandemia. Che si tratti di un virus già conosciuto e mutato o di uno del tutto nuovo, non saremmo preparati a un simile evento e, così afferma Le Scienze, ci scopriremmo vulnerabili e destinati all’estinzione. Con un’eventualità su trenta nei prossimi dieci anni, anche una guerra o un sabotaggio nucleare potrebbero mandarci tutti al creatore. Altrettanto devastanti potrebbero essere una supertempesta solare – una possibilità su venti nei prossimi quindici anni – e il riscaldamento globale incontrollato, con una probabilità su due negli immediati due secoli. Seguono, con irrisorie chance, l’esplosione di un supervulcano e scenari da Armageddon in cui un asteroide gigante impatterebbe nel nostro pianeta.

Da dove viene il nome Italia?

Questione a oggi irrisolta: alla vigilia dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell’unità, ancora non sappiamo chi ci ha chiamato così e soprattutto per quale motivo. Ecco che le ipotesi si sbizzarriscono… C’è chi dice che derivi dal latino vitulus, ’vitello’: la nostra sarebbe una ’terra di giovani bovini’ forse in riferimento ad antichissimi culti preromani rivolti a divinità taurine. Altri, seguendo le antiche fonti greche, la dicono Aithalìa, cioè ’la fumosa’, forse in riferimento ai vulcani della Magna Grecia, o meglio ancora al nome ellenico dell’Isola d’Elba e all’attività mineraria etrusca lì praticata. Proprio le esalazioni dei forni per fondere il ferro avrebbero quasi offuscato l’isola toscana e la costa antistante; lo stesso nome fu infatti dato a Lemno, isola greca dell’Egeo famosa per le sue miniere di minerali ferrosi. Infine, sempre tramite la cultura greca ma rovistando tra più antiche parole, l’Italia sarebbe la misteriosa Atalu semitica, ovvero ‘la terra del tramonto’, quelle nebbiose lande occidentali oltre il mare, regno di esseri e divinità fantastici.

Il perfetto equilibrio tra realtà e illusione

Diego Velázquez, Autoritratto, 1650. Museo de Bellas Artes de San Pio V, Valencia

In arte vi sono convenzioni che dovrebbero essere rispettate. La più importante esige che, seppure in tempi diversi, il pittore e l’osservatore percepiscano il medesimo oggetto: il primo attraverso il proprio apparato sensoriale o anche l’immaginazione, il secondo per mezzo di una rappresentazione più o meno fedele al dato reale o a quello psichico. Nel corso dei secoli diversi artisti hanno sperimentato strategie, a volte stravaganti, per mettere in discussione questo essenziale patto comunicativo. Un pittore, tra i più grandi, lo fece letteralmente a pezzi.
Quando dipinse Las Meninas, Diego Rodriguéz de Silva y Velázquez aveva compiuto cinquantasette anni ed era pittore di corte, con qualche interruzione per i viaggi in Italia, da circa trentatre anni.
I ritratti di corte, compreso quelli di personaggi marginali come buffoni e nani, lo avevano reso famoso e apprezzato. Il suo realismo che nulla concedeva al pittoresco o al caricaturale, metteva a fuoco con rigore e sensibilità le qualità di ogni soggetto ritratto.

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Le uniche cose che contano

Audrey con le palpebre ricoperte di brillantini indossa l’abito nero di Come rubare un milione di dollari e vivere felici, 1965

di Marco Palagi

Sono nata a Bruxelles, in Belgio, il 4 maggio 1929… e sono morta sei settimane dopo.
Se dovessi scrivere una biografia, la incomincerei così.

Contrassi una brutta forma di pertosse e il mio piccolo cuoricino si fermò, ma due colpetti sulla schiena da parte di mia madre, Ella, mi rianimarono.
Ho origini olandesi, ungheresi e francesi, insomma se fossi un cane sarei un bastardello.
A cinque anni fui mandata in collegio in Inghilterra, anche e soprattutto perché il rapporto tra i miei genitori non andava molto bene. Ero terrorizzata all’idea di stare lontano da casa.
Inaspettatamente, nel 1935 mio padre, Joseph, ci abbandonò senza dare ad alcuno di noi una spiegazione.
Quello fu l’evento più traumatico della mia vita. Il divorzio dei miei fu il primo grande colpo che ricevetti quando ero bambina… lo adoravo, e mi è mancato terribilmente dal primo istante in cui è sparito. Guardi il volto di tua madre, lo vedi ricoperto di lacrime e ciò ti lascia impietrita. Assistere alla sua agonia fu una delle esperienze più terribili della mia vita. Pianse per giorni, tanto che pensai che non avrebbe mai smesso.

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Perché la Luna sembra più grande sull’orizzonte?

Capita spesso di notare come la Luna appena sorta o al tramonto sembri molto più grande di quando si trovi alta nel cielo. Ma è solo un’illusione. L’occhio viene beffato dal confronto tra la sfera luminosa e le silhouette del nostro orizzonte: in questo modo la Luna appare più lontana, misurata su palazzi, alberi, montagne che si ergono appena sul filo dello skyline, molto distanti da noi. Una volta superati questi oggetti, il nostro satellite ci sembra più vicino e dunque, poiché le sue dimensioni reali non variano, molto più piccolo. Ma volete vedere una Luna davvero gigantesca? Scattatele alcune foto con un potente teleobiettivo appena sorge: avrete l’impressione di poterla toccare!