Diego Velázquez, Autoritratto, 1650. Museo de Bellas Artes de San Pio V, Valencia
In arte vi sono convenzioni che dovrebbero essere rispettate. La più importante esige che, seppure in tempi diversi, il pittore e l’osservatore percepiscano il medesimo oggetto: il primo attraverso il proprio apparato sensoriale o anche l’immaginazione, il secondo per mezzo di una rappresentazione più o meno fedele al dato reale o a quello psichico. Nel corso dei secoli diversi artisti hanno sperimentato strategie, a volte stravaganti, per mettere in discussione questo essenziale patto comunicativo. Un pittore, tra i più grandi, lo fece letteralmente a pezzi. Quando dipinse Las Meninas, Diego Rodriguéz de Silva y Velázquez aveva compiuto cinquantasette anni ed era pittore di corte, con qualche interruzione per i viaggi in Italia, da circa trentatre anni. I ritratti di corte, compreso quelli di personaggi marginali come buffoni e nani, lo avevano reso famoso e apprezzato. Il suo realismo che nulla concedeva al pittoresco o al caricaturale, metteva a fuoco con rigore e sensibilità le qualità di ogni soggetto ritratto.
Audrey con le palpebre ricoperte di brillantini indossa l’abito nero di Come rubare un milione di dollari e vivere felici, 1965
di Marco Palagi
Sono nata a Bruxelles, in Belgio, il 4 maggio 1929… e sono morta sei settimane dopo. Se dovessi scrivere una biografia, la incomincerei così. Contrassi una brutta forma di pertosse e il mio piccolo cuoricino si fermò, ma due colpetti sulla schiena da parte di mia madre, Ella, mi rianimarono. Ho origini olandesi, ungheresi e francesi, insomma se fossi un cane sarei un bastardello. A cinque anni fui mandata in collegio in Inghilterra, anche e soprattutto perché il rapporto tra i miei genitori non andava molto bene. Ero terrorizzata all’idea di stare lontano da casa. Inaspettatamente, nel 1935 mio padre, Joseph, ci abbandonò senza dare ad alcuno di noi una spiegazione. Quello fu l’evento più traumatico della mia vita. Il divorzio dei miei fu il primo grande colpo che ricevetti quando ero bambina… lo adoravo, e mi è mancato terribilmente dal primo istante in cui è sparito. Guardi il volto di tua madre, lo vedi ricoperto di lacrime e ciò ti lascia impietrita. Assistere alla sua agonia fu una delle esperienze più terribili della mia vita. Pianse per giorni, tanto che pensai che non avrebbe mai smesso.
Capita spesso di notare come la Luna appena sorta o al tramonto sembri molto più grande di quando si trovi alta nel cielo. Ma è solo un’illusione. L’occhio viene beffato dal confronto tra la sfera luminosa e le silhouette del nostro orizzonte: in questo modo la Luna appare più lontana, misurata su palazzi, alberi, montagne che si ergono appena sul filo dello skyline, molto distanti da noi. Una volta superati questi oggetti, il nostro satellite ci sembra più vicino e dunque, poiché le sue dimensioni reali non variano, molto più piccolo. Ma volete vedere una Luna davvero gigantesca? Scattatele alcune foto con un potente teleobiettivo appena sorge: avrete l’impressione di poterla toccare!
Non c’è tradizione del Kâma Sûtra che non sia arricchita da immagini tratte dai templi indiani di Khajuraho. Un esempio unico e per certi versi inimitabile dell’arte e dell’architettura religiosa indiana. Nel iv o v secolo Vatsyayana compilò, sulla base delle esperienze vissute dalle cortigiane templari, il celebre Trattato del desiderio induista. Le regole dettagliate suggerite da quest’opera che si propone di insegnare a far bene l’amore sono la didascalia ideale per le immagini delle sculture erotiche che adornano le pareti esterne dei templi di Khajuraho: figure di uomini e donne si fondono e intrecciano con movenze curiose e affascinanti.
Oscar Wilde, un uomo che in fatto di estetica la sapeva lunga, scriveva: Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero… Dunque, bando all’ipocrisia e alle false intenzioni. Di fronte a migliaia di persone e maschere riunite in un’unica grande festa, non possiamo che ottenere un concentrato dirompente di sincerità: il Carnevale. Lo sanno i carristi di Viareggio con i loro mastodontici politici: a Carnevale la sincerità evade dall’ordinaria cortesia del quieto vivere; dove non arrivano i giornali e le chiacchiere da talk-show, quelle sole due settimane banchettano allegramente alla faccia di qualsiasi ordine precostituito. O almeno così era in origine, nei giorni in cui il re era sbeffeggiato dal popolo e i signori riverivano i servi, dato che semel in anno licet insanire: una volta all’anno è lecito impazzire.
George Bailey è un uomo che ha passato tutta la sua vita al servizio del prossimo in una piccola cittadina di provincia. La vigilia di Natale, però, suo zio Billy perde una grossa somma di denaro, di vitale importanza per salvare la loro cooperativa edilizia, ereditata dal padre. Infatti, il cinico e spietato capitalista Potter vuole mettere le grinfie sulla loro attività e non si fermerà davanti a nessuno. Nemmeno a Natale. George, disperato, decide di uccidersi gettandosi da un ponte, in modo che l’assicurazione sulla vita copra i debiti. Viene salvato da un ’aspirante’ angelo, Clarence, che deve compiere una buona azione per meritarsi le ali. Comincia così un viaggio onirico-realistico durante il quale Clarence mostra a George come sarebbero andate le cose se lui non fosse mai nato. Attraverso questa sofferta rimembranza George riacquista speranza e grazie all’aiuto degli amici e dei vicini trova una via d’uscita evitando la bancarotta. Sarà una dura lotta ma il Natale porterà nuovamente speranza e gioia nella sua casa. La storia narrata è quella di un uomo comune, una di quelle persone semplici di cui oggi sentiamo molto la mancanza, ormai soppiantate da personaggi in cerca di gloria e celebrati di per sé.
Perché in quel giorno si celebra la nascita Gesù Cristo, che domande! Risposta esatta, ma solo in parte. La festa cristiana affonda infatti le proprie radici nel paganesimo, esattamente nel culto del Sole Invincibile: si tratta di una divinità latina che condivide molto con altre figure celesti orientali come Mitra ed Helios, le cui caratteristiche sono poi passate al Redentore. Celebra il Sole al solstizio d’inverno, quando finalmente la luce riconquista il giorno e le notti iniziano a farsi più brevi. Luce e buio, bene e male, salvezza e dannazione: tutto lo sfavillare delle decorazioni natalizie per sconfiggere le tenebre. Volete toccare con mano? Con apposti software potete calcolare quando cadeva il solstizio d’inverno di duemila anni fa… esattamente tra il 24 e il 25 dicembre.
Si tratta delle costellazioni che si trovano sull’eclittica, cioè sul cammino apparente del Sole in cielo. Appartenere per esempio al Capricorno, significa che nel giorno in cui si è nati il Sole sorge nel punto dell’orizzonte dove, appena prima dell’alba, è visibile la costellazione del Capricorno, che poi scomparirà nella luce abbagliante dell’astro. In realtà, chi ai nostri giorni nasce tra dicembre e gennaio, nel giorno del proprio compleanno vedrebbe sorgere il Sole nel Sagittario: lo zodiaco come lo intendiamo oggi è stato infatti codificato circa 2000 anni fa e tale è rimasto, non tiene cioè conto della precessione degli equinozi, ovvero del movimento oscillatorio dell’asse terrestre che ‘ha spostato’ tutto il sistema delle costellazioni all’indietro.
In realtà le Sacre Scritture non parlano di comete. Soltanto Matteo (II, 1-2) fa cenno a una stella che, sorgendo e innalzandosi fin sopra il luogo dove nacque Gesù, avrebbe indicato così la via ai Magi. C’è chi dice che la coda fu aggiunta a partire dal XII secolo, quando Giotto rimase affascinato dalla cometa di Halley e la dipinse nell’azzurro della cappella degli Scrovegni, proprio sopra il tetto della capanna. In seguito si è provato a identificarla con la stessa Halley, apparsa nel nostro emisfero nell’ottobre del 12 a.C., o con un’altra misteriosa cometa senza nome che le cronache cinesi menzionano intorno al 4 a.C. Ma in fin dei conti, poco importa se il cielo della notte del 24 dicembre anno zero fosse effettivamente più brillante del solito: nessuna delle statuette del vostro presepe si perderà nell’ostinazione di sterili calcoli, la luce che interessa loro si è già fatta uomo.
Avete riesumato il vostro logoro vestito da strega o da putrescente zombie? Vi siete già messi alla ricerca di una mastodontica zucca? Se siete anche voi dei patiti di lugubri feste d’oltreoceano, non vi farete di certo trovare impreparati per questo Halloween… anche se, ci scommetterei, non conoscete uno dei riti che quella sera dovreste assolutamente praticare. Volete sapere di cosa si tratta? Mmmh… questa è roba da iniziati. Ma se proprio insistete, avvicinate l’orecchio e ascoltate. E non ditelo troppo in giro. Se nella magica notte di Samhain bazzicate le mura silenti di Lucca, raggiungete il duomo e, tra la nebbia dell’autunno che avanza, addentratevi sotto il portico deserto. Sull’ultima colonna alla vostra destra ecco inciso il labirinto e accanto a lui un’iscrizione latina. Senza essere visti, con l’indice iniziate a percorrere la traccia ingarbugliata da destra e in silenzio scandite le parole: Hic quem creticus edit Dedalus est laberintus, hus de quo nullus vadere quivit qui fuit intus, ni Theseus gratis Ariadne stamine iutus. Dopo aver raggiunto il cuore del groviglio e pronunciato la formula, fluite via come ectoplasmi senza voltarvi, adesso immuni da qualsiasi sortilegio che maligne presenze potrebbero tendervi, in quell’oscurità maledetta in cui cielo e inferi si toccano. Ma siamo impazziti? Unire una cattedrale a un’atavica festa pagana… Niente affatto! San Martino non è che il corrispettivo cristiano del celtico Lugos, il dio battagliero del Sole, ritratto spesso a cavallo mentre con una mano brandisce una spada e con l’altra una mezza cotta… proprio come il santo misericordioso che, non dimentichiamolo, è il protettore dei militari e il cui nome significa ’appartenente a Marte’, al dio romano della guerra. E non immaginate quanto daffare si sia data la Chiesa delle origini per sostituire il luminoso nume celtico, particolarmente radicato nella cultura italiana, con il benevolo cavaliere cristiano. Bizzarro? Pensate che persino il nome di Lucca potrebbe condividere la stessa etimologia di Lugos, cioè derivare dall’indoeuropeo *leuk, che vuol dire ’luce’. Ecco che il capodanno celtico, le cui celebrazioni duravano per giorni e giorni fino alla nostra estate di San Martino e che oggi rifiorisce in Halloween, ha lasciato nella cittadina toscana una presenza davvero insolita e tangibile. Una festa tra l’estate e l’inverno, la luce e il buio, la vita e la morte: il punto zero del tempo in cui tutto è possibile, quando l’aldilà può persino tornare a farci visita… E il labirinto? Un momento! Ma… quello di San Martino è composto da un’unica via: per quanto sia tortuosa è impossibile perdersi, si giunge sempre alla fine… Che diavolo di labirinto vi porterebbe al suo centro a colpo sicuro? Ebbene, il simbolo è più complesso di quanto sembri, le verità non possono essere rivelate a buon prezzo: è una sorta di spirale, arcaico tracciato a segnare il percorso del Sole e del tempo, un esorcizzare la morte e un augurio verso una perpetua rinascita nella luce. Anche la didascalia non fa che dircelo: il mito di Teseo e del Minotauro… e come si salva il bellimbusto ateniese? Semplice, col filo di Arianna, il furbo stratagemma suggerito dalla giovane nipote di Helios, il dio greco del Sole. Come dire: dalla morte se ne esce solo con una bella donna e un raggio di sole. E pensare che Halloween sembrava soltanto una pittoresca e un po’ macabra baldoria di paesi lontani, giunta a noi con consumistici gadget a forma di zucche sdentare e scheletri buontemponi. In verità, le sue radici scendono così a fondo nella nostra cultura da rasentare l’oblio. Morale: talvolta, mutare punto di vista può davvero illuminare. Dolcetto o scherzetto? Senza dubbio scherzetto… come quello di chi ci ha nascosto lo specchio per secoli.